Massimo Mucchetti Corriere della Sera 20/11/2011, 20 novembre 2011
A vere premier un ex commissario Ue alla Concorrenza offre un’occasione unica per aumentare la competizione tra le aziende e, con essa, la competitività del Paese
A vere premier un ex commissario Ue alla Concorrenza offre un’occasione unica per aumentare la competizione tra le aziende e, con essa, la competitività del Paese. Ma i compromessi politici che hanno segnato la formazione del governo Monti — non tutti dichiarati perché forse non tutti dichiarabili — potrebbero provocare delusioni tra quanti pensano che la politica della concorrenza non debba ridursi alla liberalizzazione delle professioni e dei servizi pubblici locali piuttosto che dell’orario dei negozi. Sono, questi, passi da compiere, e la reputazione di Mario Monti promette che saranno compiuti con intelligenza, garantendo investimenti e prezzi buoni, non il contrario. Ma la prova del fuoco sarà il rapporto con le grandi imprese. Tra le quali spicca Mediaset, il cui patron dice di poter togliere la spina al governo quando vuole. Dalla legge Gasparri all’assegnazione delle frequenze, passando per un’Autorità per le comunicazioni (Agcom) incapace di porre rimedio alla sua posizione dominante, Mediaset non ha mai dovuto fronteggiare un vero concorrente. E negli ultimi anni ha perfino accentuato la passività della Rai, opportunamente berlusconizzata. Il fatto che in passato il centrosinistra, incantato da Fedele Confalonieri, abbia accettato lo status quo, è un problema del centrosinistra. L’Italia nuova della concorrenza non dovrebbe farsi incantare a sua volta. Senza revanchismi né inciuci, basterebbe far trionfare il mercato laddove non ha senso porvi dei limiti. Far pagare il giusto l’uso delle frequenze, per dire, non è una vendetta, ma la fine di un regalo. Far pagare le tasse a Google è un conto, tarpare le ali a Internet un altro. La tecnologia ha sepolto la linea tutta contro (mandare Rete 4 sul satellite), ma lascia intatta la carica riformista di concentrare su un multiplex la Rai servizio pubblico (che l’europeista Monti ha sempre rispettato) e di privatizzare il resto (Rai e tv commerciale hanno palinsesti in gran parte simili). Nessuno la comprerebbe? La si collochi tutta in Borsa senza i vincoli di oggi, protetta da statuti stile Reuters o Economist, dopo aver cambiato manager, direttori e perimetro aziendale, e vedremo se non camminerà. O forse si ha paura che questa nuova Rai privatizzata da impossibile preda diventi predatrice e che un servizio pubblico, in stile Bbc, metta in imbarazzo l’informazione esistente? Concorrenza, pluralismo, democrazia. Al Pd e alla sinistra radicale si può rimproverare una storica subalternità al cosiddetto partito Rai di cui, per singolare consociazione, hanno fatto parte anche la Lega e il Pdl. A Mario Monti no. Ma quale gradino occupa, nella scala delle priorità del nuovo governo, la rottura del duopolio Rai-Mediaset con il rischio di vedersi staccare la spina? La prima risposta verrà dalla nomina del viceministro delle Comunicazioni. Sponsorizzati dal Pdl, girano i nomi dell’avvocato Zeno Zencovich, apertamente, e di Roberto Viola, segretario generale dell’Agcom, in modo discreto. Persone di qualità, certo. Ma anche, con Antonio Pilati, ieri all’Agcom e oggi all’Antitrust, i veri autori della legge Gasparri. E non solo. mmucchetti@rcs.it