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 2011  novembre 20 Domenica calendario

La prima interrogazione al neoministro Corrado Passera arriva dal Veneto ed è firmata dal deputato leghista Manuela Lanzarin

La prima interrogazione al neoministro Corrado Passera arriva dal Veneto ed è firmata dal deputato leghista Manuela Lanzarin. Chiede quali iniziative il governo intenda prendere a difesa del made in Italy nel settore del mobile esposto alla concorrenza cinese. E suggerisce di prevedere dazi sul prodotto finito. I parlamentari del Carroccio tornano a indossare i panni dei sindacalisti del territorio, ma stavolta rischiano di essere presi in clamoroso contropiede. Perché da quando è apparso all’orizzonte il governo tecnico di Mario Monti e la Lega Nord in sede nazionale si è dichiarata contraria, gli industriali veneti hanno capito il rischio che corrono. Ovvero che la loro Regione, guidata dal leghista Luca Zaia, finisca per diventare il vaso di coccio di una contesa politica al calor bianco. Così tra i primi a congratularsi con Mario Monti sono stati i presidenti delle associazioni industriali di Vicenza e Verona, Roberto Zuccato («finalmente il Paese ha una guida») ed Andrea Bolla («è nato un governo di alto standing»). Via via si è passati dall’apprezzamento sulla nascita e la composizione del governo a considerazioni di carattere geopolitico. La parola d’ordine è diventata «Il Nord est non deve andare all’opposizione» e a formularla compiutamente per primo è stato con un’intervista al Corriere Veneto il presidente della Confindustria regionale, Andrea Tomat: «Il Carroccio sbaglia, in questo momento serve coesione e coraggio e l’apporto di tutti è fondamentale per uscire dal guado». Dichiarazioni poi reiterate alla Stampa: «Trovo l’atteggiamento della Lega lontano dallo spirito della nostra terra». E dopo Tomat è stato un piccolo coro. Per Alessandro Benetton chi promette opposizione «non ha capito la gravità della situazione». Per il presidente della Confartigianato veneta Giuseppe Sbalchiero «chi vuole ritirarsi sull’Aventino sbaglia». La pensa allo stesso modo la segretaria della Cisl regionale Franca Porto: «Il Nord est non può stare all’opposizione, non possiamo permetterci di essere lontani né da Roma né da Bruxelles». A mettere la ciliegina sulla torta è poi arrivata la presa di posizione dell’imprenditore leghista Bepi Covre, che già con il lancio del Btp day in Veneto aveva manifestato il suo neopatriottismo e che ha di nuovo stupito con due affermazioni contro-Carroccio: a) aver tolto il ministero per il federalismo non è un affronto; b) quello di Monti è un governo dimagrito e i cavalli magri corrono di più. L’intenzione di non mollare la presa e di evitare la marginalizzazione del Nord est è tale che dopo le dichiarazioni dei vari imprenditori è partita la convocazione semispontanea di un convegno che si terrà a Venezia lunedì 28 novembre organizzato dalla rivista Nordesteuropa. Oltre a Zuccato, Porto e Covre dovrebbero esserci due nomi importanti dell’imprenditoria triveneta, Riccardo Illy e Stefano Beraldo, patron della Coin. Tema, per l’appunto: «Possiamo stare all’opposizione?» Ma che cosa spinge gli industriali del Veneto ad avventurarsi su un terreno così delicato e non privo di rischi? Innanzitutto la disillusione nei confronti del governatorato Zaia. Al di là dei singoli atti è diffusa l’idea che si parlino due lingue diverse. La Lega ha una visione museale del territorio, tende a conservare tutto, a inseguire tutte le istanze che chiedono una tutela statica delle tradizioni. Gli industriali, invece, vedono con terrore come la grande Crisi si prolunghi, intuiscono che i rischi di stretta creditizia aumentano di giorno in giorno e vogliono prendere in mano la situazione. Sognano l’alta velocità tra Milano e Venezia, reclamano la banda larga per le piccole imprese, stanno pensando seriamente di sperimentare sul territorio la flexsecurity proposta da Pietro Ichino. Capiscono insomma che a star fermi si muore e per giocare la partita hanno bisogno di una vera interlocuzione con un governo nazionale che si muova in sintonia con loro. Nel governo Berlusconi c’erano ben tre ministri veneti (Renato Brunetta, Giancarlo Galan e Maurizio Sacconi), ma nonostante il loro impegno gli industriali non hanno visto grandi risultati. E Tomat oggi dice una cosa che solo qualche tempo fa avrebbe scandalizzato i campanilisti: «In questa situazione economica e internazionale pesano di più la qualità e il valore delle persone piuttosto che la loro targatura territoriale». La Lega, dunque, rischia di restare spiazzata nella Regione che l’aveva maggiormente premiata e che avrebbe dovuto produrre prime sperimentazioni di federalismo spinto. Niente di tutto ciò è successo e invece si è aperta una dialettica interna con il sindaco di Verona, Flavio Tosi. Ormai sembra chiaro che si presenterà alle amministrative della sua città con una lista personale e quindi si renderà ancora più autonomo dal Carroccio. Del resto grazie anche alle sue frequentissime apparizioni televisive Tosi è corteggiato un po’ da tutti, a cominciare dagli esponenti del Pdl veneto che vorrebbero ricostruire il partito per finire al Terzo polo. A chiudere il conto del difficile autunno-inverno di Zaia ci sono le accuse di clientelismo nelle nomine pubbliche. Alla società Veneto Acque ha mandato un ex parlamentare leghista e il segretario della sezione di partito di Bassano mentre alla presidenza della Cav, la concessionaria autostradale ha imposto il segretario del gruppo leghista in Regione, Tiziano Bembo. Più che uno spoil system sembra un ufficio di collocamento. Dario Di Vico