Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  novembre 20 Domenica calendario

Il primo contatto telefonico con il presidente Usa, Barack Obama, è in programma nelle prossime ore: probabilmente prima della partenza di Mario Monti per Bruxelles e Strasburgo, dove incontrerà i vertici della Ue, e solo successivamente la cancelliera tedesca, Merkel, e il presidente francese, Sarkozy

Il primo contatto telefonico con il presidente Usa, Barack Obama, è in programma nelle prossime ore: probabilmente prima della partenza di Mario Monti per Bruxelles e Strasburgo, dove incontrerà i vertici della Ue, e solo successivamente la cancelliera tedesca, Merkel, e il presidente francese, Sarkozy. La successione temporale è stata studiata con attenzione alla simbologia. L’Italia del nuovo governo non ha come priorità quella di trasformare l’asse Germania-Francia in un triangolo che la includa. Il primo obiettivo è di permettere all’Ue di ricominciare ad agire senza alimentare la tentazione dei rapporti bilaterali fra singoli stati, prodotto deteriore della crisi delle istituzioni europee. La sua rete di conoscenze e l’ansia delle istituzioni unitarie di «ritrovare» l’Italia gli ha permesso di fissare l’agenda internazionale in tempi rapidi. E la maggior parte dei colloqui è rimasta riservata: a cominciare da una lunga conversazione telefonica con il direttore del Fondo Monetario internazionale, Christine Lagarde, e quelle col premier inglese, David Cameron. Per paradosso, ma forse neanche troppo, il presidente del Consiglio ha dovuto affrontare il primo vero braccio di ferro «in casa»: una lunga e laboriosa trattativa per ottenere che la sua auto di rappresentanza sia di marca italiana, e così quelle della scorta. Più facile a dirsi che a farsi. Gli è stato fatto notare che il parco macchine «made in Italy» non brilla per modernità. Da anni l’abitudine era di affidarsi ad automobili soprattutto tedesche. E’ stata necessaria quasi un’ora di trattativa, raccontano, per far capire che per Monti quel segnale andava dato. Alla fine il capo del governo l’ha spuntata. La vecchia Lancia Thesis blu con la quale è andato al Quirinale, è una novità destinata a contagiare i ministri; e non l’unica. L’impressione di queste prime ore è che palazzo Chigi stia prendendo le misure innanzi tutto a se stesso; che cerchi di capire come l’anomalia di una coalizione di tecnici, sostenuta da partiti che erano avversari giurati fino a ieri, possa e debba parlare al Paese e al Parlamento. Si tratta di trovare in primo luogo un linguaggio diverso, meno sagomato dalle asperità di uno scontro che ha condotto la politica in un vicolo cieco. La sfida è quella di offrire un’immagine possibilmente di profilo più modesto, almeno nelle insegne del potere, smaltendo progressivamente alcuni dei tratti più appariscenti. Anche per questo, dopo avere visitato con la moglie Elsa palazzo Chigi, Monti vuole restituire ai musei italiani alcuni dei reperti più vistosi prestati in questi anni alla presidenza del Consiglio. E per il momento continuerà a fare la spola con il suo ufficio di Palazzo Giustiniani, che ospita i senatori a vita: ha ereditato le stanze di Giorgio Napolitano prima che si trasferisse al Quirinale. D’altronde, fin dall’inizio Renato Schifani, presidente del Senato, gli ha offerto una collaborazione totale che Monti non smette di sottolineare. E’ stato da quegli uffici che nei giorni più delicati del suo tentativo il premier ha tessuto la sua trama, in raccordo costante con il capo dello Stato. Da lì, ad un certo punto delle trattative, si è sforzato di placare le inquietudini che una parte delle gerarchie cattoliche, orfane dell’asse col centrodestra, mostravano di nutrire verso i «marziani» del presidente dell’Università Bocconi: sebbene la scelta di Lorenzo Ornaghi, rettore della Cattolica di Milano, nominato alla fine ministro della Cultura, sarebbe stata caldeggiata personalmente dal presidente della Cei, Angelo Bagnasco. I riconoscimenti arrivati negli ultimi giorni sia dai vescovi, sia dal Vaticano, sono stati in qualche modo vidimati dal colloquio fra Benedetto XVI e Monti, che è andato all’aeroporto a salutare il Papa in partenza per l’Africa. Fra i partiti le diffidenze rimangono, e la larghissima maggioranza raccolta dal governo alle Camere non deve ingannare. Ma si tratta di umori comprensibili, per una maggioranza e il suo leader che da un giorno all’altro hanno dovuto abbandonare il governo; e per la stessa opposizione, che accarezzava il sogno di elezioni anticipate confidando nel tramonto della stella berlusconiana. Il problema, per Monti ed i suoi ministri, è come legittimarsi quotidianamente agli occhi dei partiti e dell’opinione pubblica. Il fatto di non essere parlamentari è considerato un vantaggio ma può rivelarsi un grave handicap, a causa della mancanza di esperienza. Per questo, nella cerchia del premier si sta discutendo con i presidenti delle Camere l’ipotesi di convocare dei pre Consigli dei ministri diversi dal passato. Finora erano riunioni tecniche e informali che precedevano quelle ufficiali e politiche. Adesso potrebbe accadere l’opposto: incontri fra Monti, alcuni ministri ed i leader politici, per «preparare» il terreno in Parlamento ed evitare una reazione negativa di deputati e senatori. Significherebbe mettere in comune le competenze di tecnica parlamentare con quelle economico-finanziarie, soprattutto; e creare una consuetudine di collaborazione. Si sta discutendo anche se non sia opportuno che i ministri si limitino ad applaudire alle Camere soltanto i riferimenti al presidente della Repubblica; mai quelli che possano invece far pensare ad una preferenza per l’uno o l’altro schieramento, e che incrinerebbero il profilo neutrale della coalizione. Ancora, si tratterà di conciliare le esigenze di far conoscere quanto il governo realizza, e che probabilmente sarà a rischio di impopolarità soprattutto in una prima fase, con quelle di non esporsi troppo sui giornali e in tv. Sono aspetti al confine fra politica ed apparenza, quasi estetica del potere, tipici di una stagione inedita. Ma pesano. Qualcuno ha anche notato che Monti porta una cravatta dell’Unicef. Tuttavia, non sembra che debba essere considerata quella d’ordinanza.