Roberto Giovannini, La Stampa 20/11/2011, 20 novembre 2011
Occorre ulteriormente abbassare la soglia per l’uso del contante, favorire un maggior uso della moneta elettronica», ha detto al Senato, Mario Monti
Occorre ulteriormente abbassare la soglia per l’uso del contante, favorire un maggior uso della moneta elettronica», ha detto al Senato, Mario Monti. Secondo molti commentatori, questo significa che il nuovo governo intende stabilire rigide soglie per i pagamenti in contanti per combattere l’evasione fiscale. La voce popolare dice che il tetto potrebbe essere fissato a 300 euro: per ogni pagamento di importo superiore bisognerebbe usare la carta di credito, il Pagobancomat, un bonifico bancario o un assegno. Attualmente il tetto è fissato a 2500 euro per tutti i pagamenti, come stabilito nella manovra di Ferragosto del ministro Giulio Tremonti (che come si ricorda, la casa messa a disposizione da Milanese la pagava in contanti, e in nero). A suo tempo il decreto Bersani-Visco aveva stabilito una soglia di soli 100 euro, ma esclusivamente per i pagamenti di prestazioni dovuti ai professionisti. Bisogna subito chiarire che in realtà per adesso il governo un piano vero e proprio non ce l’ha, e che la questione richiederà attenti studi e ponderate decisioni. Perché in questa materia ogni mossa può produrre conseguenze anche spiacevoli e ogni scelta ha le sue controindicazioni. Il senso di ogni provvedimento mirato a ridurre l’uso dei contanti in funzione antievasione si basa sul principio della «tracciabilità» delle transazioni non effettuate con banconote. In altre parole, se si usa la carta di credito o il bancomat per pagare qualcosa da qualche parte una traccia elettronica (in uscita per chi paga, in entrata per chi incassa) resterà. In questo caso, i funzionari del Fisco e alle Fiamme Gialle invece di attivare una complessa indagine finanziaria possono visualizzare in modo agevole e sintetico i movimenti del contribuente «sospetto». È vero che si tratterebbe di setacciare una quantità mostruosa di transazioni, nell’ordine di molti miliardi, e dunque difficile da tener sotto controllo a meno di mettere in piedi sistemi da Grande Fratello orwelliano (ma siamo in Italia). Ma è vero anche che la sola minacciosa possibilità che questa «traccia» venga scovata potrebbe aumentare quella che gli esperti chiamano compliance , cioè un comportamento fiscalmente corretto. Secondo un rapporto dell’Abi una stretta all’uso del contante potrebbe far emergere un «nero» di circa 40 miliardi di euro. Il problema - non semplice da risolvere - è che imporre in modo drastico una soglia molto bassa per l’uso del contante crea molti disagi, e non garantisce il risultato. Si fa lo scontato esempio della classica «vecchietta» con i soldi sotto il materasso: come farà? E poi c’è il discorso dei costi: incassare soldi in forma elettronica comporta quasi sempre un onere che si intasca la banca, e talvolta c’è una cospicua tassa anche a carico di chi paga, il che è evidentemente assurdo. Poi, a tutti capita quando si fa un acquisto di sentirsi rispondere che «il terminale è rotto» o che «non c’è la linea»: il negoziante, se incassa il prezzo in contanti, prende dal 3 al 5% in più. È sempre possibile, poi, che il terminale sia rotto davvero, rendendo obbligatorio violare la legge. Infine (appunto) la legge può sempre essere violata, all’insegna del «faccio lo sconto senza fattura». Di qui la necessità di trovare, nella stretta annunciata da Monti in Parlamento, l’equilibrio giusto. Sarebbe bizzarro, ad esempio, che un governo che per certi critici è «controllato dalle banche» varasse un provvedimento di cui alla fine beneficerebbero soltanto gli istituti di credito. Penalizzando invece solo i cittadini, come costi e come fastidi, a cominciare dai contribuenti onesti (compratori o venditori). Un esempio di questa strategia purtroppo se ne sente parlare con preoccupante frequenza - è quello della possibile imposizione di «commissioni» da 2 o 3 euro a operazione a carico della clientela intenzionata a prelevare il proprio denaro contante. Così la famosa «vecchietta» non solo dovrebbe imparare a usare la carta di credito e aprire un conto bancario (i nostri sono i più costosi d’Europa, diceva l’Autorità Antitrust del neosottosegretario alla Presidenza Antonio Catricalà). Ma se la nostra povera anziana volesse prendere delle banconote da venti per comprare il cibo per i gatti, verrebbe anche scippata di due euro per rimpolpare i bilanci delle banche. Non è questa la via giusta per raffreddare l’amore sfrenato degli italiani per il cash . Il sistema per spingere l’uso della moneta elettronica evitando questo rischio ci sarebbe: ad esempio, eliminando tutte le commissioni sull’uso della moneta elettronica, o anche dalle operazioni bancarie sotto una certa cifra. Oppure, dicono gli esperti dell’Agenzia delle Entrate, si potrebbe fissare una soglia molto bassa per i pagamenti soltanto per certe categorie, come quelle più a rischio evasione, come i professionisti. Oppure ancora, si potrebbe creare un meccanismo di conflitto d’interesse: ad esempio, imponendo che certe spese (come le spese mediche) possano essere deducibili fiscalmente soltanto se il pagamento è stato fatto in forma elettronica. O stabilendo che i canoni d’affitto - serbatoio potentissimo di redditi «al nero» debbano essere pagati lasciando, appunto, una «traccia». Insomma, serve creatività per stanare gli evasori. Ma anche equilibrio, per non rendere la vita impossibile agli italiani. STEFANIA TAMBURELLO DEL CORRIERE DELLA SERA ROMA — Cambiano le leggi e cambiano anche le abitudini. Anche per quel che riguarda l’uso del contante degli italiani. Che resta preponderante negli acquisti, ma viene accompagnato da un aumento, di un quarto negli ultimi cinque anni, delle carte elettroniche rese più sicure dalle nuove regole sui servizi di pagamento adottate recependo una direttiva europea. Già perché in questo campo l’armonizzazione della normativa tra i Paesi del vecchio continente è massima. Anche per fare fronte comune ai rischi dell’illegalità legati alla circolazione di moneta, dall’evasione fiscale, al riciclaggio, al finanziamento del terrorismo. Se si affronta il tema dell’uso del contante, al top in Italia, dove nel 2010 sono state segnalate in media solo 66 operazioni non cash pro capite contro le 176 della media europea, quindi lo si fa in genere guardando a più obiettivi. Allinearsi agli standard europei, per quel che riguarda la sicurezza dei pagamenti, diminuire i costi della gestione del circolante che tocca i 10 miliardi su un totale di 50 miliardi dell’intera Europa, secondo i calcoli fatti dall’Abi. Ma soprattutto contrastare i falsari, gli evasori fiscali e il riciclaggio. Anche il tetto all’uso del cash rientra in questa disciplina, anche se il motivo più immediato è garantire la trasparenza, o la tracciabilità, del percorso dei soldi per portare alla luce l’infedeltà dei contribuenti. Il nuovo premier Mario Monti ha annunciato in Parlamento l’arrivo di un abbassamento dei limiti, fino a 300 euro, dei pagamenti cash proprio per fare emergere gettito sommerso. E per gli acquisti tra 200 e 1.000 euro gli italiani usano il contante nel 31% dei casi contro il 20% della media europea, circa il 50% di più, secondo i dati della Bce. L’idea del tetto non è nuova e l’asticella è stata già abbassata e rialzata più volte. Anche nel resto del mondo ci sono limiti: negli Usa, può anche scattare l’allarme e i controlli antiterrorismo per cifre inferiori già da 1.000 dollari. Così anche in Canada e in Inghilterra mentre in Spagna il tetto è a 3mila euro, simile alla Francia, e in Grecia 1.500. Per il presidente della Confcommercio, Carlo Sangalli «si possono ridurre gli scambi in contanti purché si vada contestualmente all’abbattimento dei costi della moneta elettronica». Stefania Tamburello