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 2011  novembre 18 Venerdì calendario

Da Bobbio al Gabibbo Così il Principe si trasformò in giullare - Giulio Einaudi era un Prin­cipe, e come tutti i Princi­pi schifava i cortigiani di cui amava circondarsi

Da Bobbio al Gabibbo Così il Principe si trasformò in giullare - Giulio Einaudi era un Prin­cipe, e come tutti i Princi­pi schifava i cortigiani di cui amava circondarsi. Fra i tratti del suo bizzoso carat­tere spicca­va la ricerca spasmodi­ca della devozione servile, in cui si distinse un branco di leccazampe sempre in lite tra loro per conqui­stare i favori dell’Editore dal quale ricavarono soprattutto disprezzo. Anaffettivo sul fronte familiare, non aveva amici su quello profes­sionale. Per lui erano tutti dipen­denti. Dispotico e dispettoso (dava ap­puntamento al suo chauffeur alle 8,27 sotto casa, ma poi scendeva prima per il gusto di farlo sentire in ritardo), il divo Giulio amava ostentare la propria supremazia sugli autori rubacchiando loro il cibo dal piatto. Così come godeva nell’esibire la propria (incontesta­bile) ignoranza quando scambia­va impunemente una chiesa del tardo Ottocento per una cattedra­le barocca. Aveva sempre ragione lui, e gli altri digerivano tutto. Spi­ritus durissima coquit . Editore di migliaia di libri che sfogliava appena- si dice che, inte­ri, ne abbia letti una deci­na in tutta la vita- da­va del tu a tutti, i quali tutti gli si rivolgevano ossequiosa­mente con il Lei. Giova­n­e scapestra­to figlio di pa­pà (e che papà!), narciso dall’orgoglio stratosferico e dalla curiosi­tà pettegola, il Principe- del quale tra pochissimo si celebrerà il cen­tenario della nascita: Dogliani, 2 gennaio 1912- era un uomo porta­t­o per temperamento a comanda­re. La sua fu una formidabile mo­narchia culturale fondata sul prin­cipio della qualità (secondo lui) o dell’ortodossia ideologica (secon­do gli altri). Un gigante quando pubblicava col mar­c­hio dello Struz­zo pagine in­sostituibili della storia del pensie­ro, nella speranza che la cultura potesse diventa­r­e un patrimonio co­mune, si trasformava in un bambino viziato quando aizzava i suoi collaboratori gli uni contro gli altri per provocare proficui scatti delle intelligenze (diceva lui) o per un sadico gusto della ris­sa (dicevano gli altri). Era un senza-cuore, ma di talen­to. I suoi autori li pubblicava igno­randoli - dava il meglio della sua perfidia quando, incontrandone uno, lo salutava con un insistito «Oh, ecco il nostro traduttore...» e magari era Sebastiano Vassalli, che non ha mai tradotto una pagi­na in vita sua - oppure li umiliava. Come quella volta che, alla pre­sentazione della celebre Lettera­tura italiana , si rivolse per tutta se­ra al curatore Alberto Asor Rosé . Tutti gli altri li ignorava e basta. Ai giornalisti,che considerava l’ulti­mo gradino della scala evolutiva, concedeva solo il silenzio. Quan­do L’espresso nell’ottobre ’ 78 pub­bl­icò un servizio sulla vicenda del­l’edizione critica Colli-Montinari delle opere di Nietzsche bocciata dall’Einaudi e che poi Luciano Foà pubblicò con Adelphi, quel giorno il Principe entrò in via Bian­camano zittendo tutti con la sua vocetta nasale e beffarda: «Oggi l’ Espresso non è uscito». Antifascista, perseguitato dal r­e­gime insieme agli amici Ginzburg e Pavese, accusato da Benedetto Croce nel ’46 di «propaganda rus­so- bolscevica», per sua stessa am­missione «adoratore» di Giusep­pe Stalin, Giulio Einaudi, pur sen­za aver­e la tessera del Pci era frater­no amico e solerte esecutore della Tessera Numero Uno. Tanto che leggendo il famigerato carteggio «zdanovista» uscito dagli archivi di Botteghe Oscure nell’93 si ha l’impressione che Togliatti sia il di­re­ttore editoriale dell’Einaudi e Ei­naudi un dirigente del partito co­munista. Nelle cui sezioni, peral­tro, infilava le sue librerie. Braccio armato del gramsci­smo, custode dei valori Resisten­ziali e rivoluzionario intellettual­mente estremista («A parte Calvi­no, sentivo all’Einaudi un’aria da libretto rosso», diceva Citati, pe­raltro poco amato in via Bianca­mano), il Principe fu per un cin­quantennio il vero Nume editoria­le della Sinistra. Pubblicò Grandi Opere ma impose pure saggi terri­bili che grondavano il peggio del­lo stalinismo. Ci fece conoscere autori straordinari, ma anche ne rimosse alcuni (l’edizione epura­ta dei Minima moralia di Adorno, la bocciatura di un Fofi eretico...). Editò i Quaderni dal carcere di Gramsci (impostigli da Togliatti, bisogna aggiungere) ma a fine cor­sa ci somministrò pure i Biamonti e i Tabucchi. Ma ormai non era già più l’Einaudi di una volta... Altro che quella berlusconiana. Da Vit­torini& Calvino si era già passati a Gino&Michele. E da Bobbio al Ga­bibbo, come quando, dopo aver evitato la televisione per tutta la vi­ta, l’Editore apparve in T-shirt e mutande a Striscia la notizia con­fessando di essere un fan di Ricci, scatenando l’ira dell’ intellighen­zia progressista. Che aveva visto il Principe trasformarsi in giullare.