Giorgio Montefoschi, Corriere della Sera 18/11/2011, 18 novembre 2011
I TESORI SEPOLTI DEL PAGANO COMISSO
Alcuni anni fa, non molti, fui invitato in un bell’albergo alla cena che un editore dava in onore di un importante autore sudamericano di passaggio a Roma. Capitai in un tavolo non impegnativo al quale, insieme ad altre persone e a un mio vecchio amico, erano sedute due giovani collaboratrici delle pagine letterarie e culturali di due quotidiani poco diffusi, ma politicamente «ineccepibili». Si parlava di libri, naturalmente, e la conversazione — come spesso accade in queste cene — era sciolta, divertente e a tratti anche un po’ irriverente: che pensi di quello, di quell’altro che dici... Le due fanciulle, soprattutto (in procinto di imparare a memoria l’intera opera di David Foster Wallace) non badavano alla misura: ridacchiavano; trinciavano giudizi feroci; si lanciavano in esaltazioni che non ammettevano replica; spesso, con aria sconsolata, alzavano le sopracciglia. Finché, a un tratto, feci il nome di Comisso. «Comisso?», sgranarono gli occhi. «Sì», ripetei con pazienza: «Comisso, Giovanni Comisso: l’autore di Amori d’Oriente, di Giorni di guerra, de La mia casa di campagna, e di molti altri libri bellissimi». Non lo avevano mai sentito nominare.
Strano destino, quello di Comisso. In Francia, nonostante l’ammirazione incondizionata di due critici importanti come Valéry Larbaud e Benjamin Crémieux (ai quali, negli anni Venti, era stato segnalato da Montale), ha dovuto aspettare oltre sessant’anni (venti dopo la morte) per essere tradotto. In Italia, dove un premio è intitolato a suo nome, e numerosi sono i suoi ammiratori e lettori di peso, in parecchi lo trascurano. O addirittura lo ignorano.
Come è bella, invece, come è sensuale, come è morbida e vicina alla irrequieta, disordinata grazia del creato, la prosa di questo scrittore veneto, essenzialmente autore di racconti e memorie, che forse non aveva letto Virgilio e Catullo, Tibullo e Orazio — o forse li aveva letti e dimenticati, chi lo sa — ma di certo appartiene a quella antica stirpe di poeti pagani, non cristiani, che da un ritiro appartato contemplavano le stagioni, le piante e gli animali, i ruscelli e i boschi, insieme alla dolcezza e allo strazio degli amori, alla voluttà della carne, alle inquietudini dell’anima e allo scorrere del tempo.
Longanesi, con prefazione di Nico Naldini, ripubblica in questi giorni il libro d’esordio di Comisso, Il porto dell’amore (pp. 205, € 19,60). Se qualcuno non lo ha mai letto, vada subito a comprarlo: soprattutto per la prima parte (assai più affascinante della seconda, in cui si narrano gli ozi e le «trasgressioni» dell’avventura di Fiume, alla quale, da disertore dell’esercito regolare, Comisso partecipò). Sì, vada subito a comprarlo e vedrà che meraviglia sono questi piccoli racconti di mare.
Conoscerà il silenzio e l’attesa dei porti; il suono delle voci dell’unica calle protetta dal vento e lo stridìo delle rondini; conoscerà il caldo dell’osteria, nella quale gli uomini, bloccati a terra, si ubriacano e cantano, mentre le mogli, ansiose di portarseli via, a letto, li osservano dai vetri tenendo i figli in braccio; conoscerà la bora e il terribile scirocco che abbatte i trinchetti e fa i morti; vedrà tutti i colori possibili del mare: il blu, l’azzurro, il grigio, il verde; vedrà la costa selvaggia della Dalmazia e dopo lunghe settimane di navigazione, le luci lontane di Chioggia; vedrà le acque dei canali, ferme e non limpide, nelle quali «i pensieri più sconsolati galleggiano come carogne» e desidererà il mare; sentirà il sapore della polenta che si cuoce a bordo e l’odore delle pipe; il freddo umido e la vampa; godrà della limpidezza dell’alba; soffrirà la nebbia che vela tutto e offusca il cuore. Soprattutto, resterà stupito per lo stile di Comisso: le sue frasi musicali e acerbe che rifiutano le convenzioni della punteggiatura, riflettono il cantilenare dei venditori di frutta («Pómi, péri, pérseghi, che ùa… Pomidóri da riso, dóne…»), l’aspra incertezza dei marinai, l’ansia delle ragazze che non conoscono il mondo e quella delle dóne, e — intanto che le leggiamo — scendono nel mistero della natura, ci incantano e ci turbano come accade quando guardiamo un quadro di Poussin.
Giorgio Montefoschi