Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  novembre 18 Venerdì calendario

LE CURE E IL TESTAMENTO. I DUE MISTERI SU BAGET BOZZO —

Povero don Gianni. Negli ultimi mesi della sua vita era una pena andarlo a trovare. L’appartamento al sesto piano di una palazzina del quartiere Carignano era diventato la tana di un uomo che sentiva vicina la fine e si era ormai lasciato andare. L’aria era impregnata di cattivi odori, e lui, seduto su una poltrona sdrucita, aveva la barba sfatta e il colletto unto. Biascicava, rendendo ardua la trascrizione del suo pensiero, sempre originale, comunque la si pensi sulla singolare figura del religioso votato alla politica.
L’unica certezza di questa storia è che Giovanni Battista Baget Bozzo detto Gianni, nato a Savona nel 1925, morto a Genova l’8 maggio 2009, dossettiano nostalgico della Chiesa preconciliare, sospeso a divinis per eccesso di craxismo, ideologo del primo Berlusconi, ne avrebbe avuto orrore. E invece è toccata proprio a lui. I sussurri seguiti alla sua scomparsa hanno preso corpo in un faldone d’inchiesta, come ha rivelato Paolo Crecchi su Il Secolo XIX. All’osso, si tratta di questo. Albertina Montano e le sue discendenti, cugine di Baget Bozzo escluse dal testamento, hanno denunciato per omicidio colposo il medico del religioso, Patrizio Rinaldi Odetti, suo erede universale.
Fino a qui, potrebbe eccepire qualcuno, si tratta di una vicenda triste e comune. Ma la famiglia più vicina a don Gianni ha affidato indagini difensive all’avvocato Elio Di Rella, che ha preso il compito sul serio. «Interessante» si limita a dire il procuratore Vincenzo Scolastico della memoria presentata in procura lo scorso 11 novembre.
C’è un medico che gode della completa fiducia del suo assistito perché anni prima gli ha diagnosticato per tempo un tumore, salvandogli la vita. Il 6 maggio, due giorni prima della morte di Baget Bozzo, il geriatra Patrizio Rinaldi Odetti viene convocato d’urgenza. La situazione è grave, se nel pomeriggio l’avvocato Cesare Sandro Strozzi ha fatto visita al religioso e ne è uscito in lacrime, «convinto che non l’avrei mai più rivisto». Rinaldi Odetti, professionista molto stimato a Genova, visita per 30 minuti don Gianni, che lamenta «forti dolori intestinali, gonfiore e conati di vomito». Secondo il badante Freddy Maman Guarachi, il medico lo rassicura — «niente di grave», gli avrebbe detto — e gli consiglia qualche sorso di Gatorade, nota bevanda usata dagli sportivi, per reidratarsi. Ma don Gianni non migliora. Al punto che il badante chiama Bianca Maria Santolini, catechista della parrocchia di Carignano, per una iniezione di antidolorifico. La donna dichiara che si trovava «in condizioni disperate». E all’avvocato aggiunge «che non era questo il modo di curarlo». Baget Bozzo muore la notte seguente. L’accusa di omicidio colposo, è bene dirlo, è costruita solo sulle parole del badante e dell’infermiera.
In parallelo, scorre la vicenda di un testamento scomparso, che avrebbe favorito i familiari di Baget Bozzo. Sarebbe stato siglato nel giugno 2009, rendendo nullo quello del 2001 che beneficiava Rinaldi Odetti. Il professor Paolo Possenti, ex democristiano di fede sbardelliana, si fermava spesso a dormire in casa di don Gianni. Riferisce di aver visto quello scritto, ricorda come fosse riposto «dentro a un libro chiuso nel comodino accanto al lato destro del letto».
L’avvocato romano Giuseppe Pesce racconta come nell’ottobre 2008 Baget Bozzo gli telefonò per comunicargli l’intenzione di cambiare le sue ultime volontà. In seguito gli disse di aver «modificato» il testamento con l’aiuto di Possenti. A chiudere il cerchio ci sono le dichiarazioni di un altro amico del religioso, che sostiene di aver visto «un foglio scritto di suo pugno nel quale nominava eredi i suoi parenti». Alessandro Gianmoena, collaboratore di Baget Bozzo, è stato denunciato per false dichiarazioni. La sua colpa è di aver detto che all’epoca dei fatti «don Gianni non era più in grado di scrivere le sue volontà».
Quel foglio non si trova, dunque non esiste. La memoria difensiva unisce la sua sparizione a quella dei medicinali che riempivano la casa del politologo genovese. La denuncia firmata dalla cugina descrive il dottor Rinaldi Odetti come proprietario di altri immobili «acquisiti per eredità», lasciando sgocciolare illazioni gravi e allo stato dell’arte decisamente infondate. «Che gli eredi mancati possano essere risentiti è una deduzione logica» dice Di Rella. «Ma gli elementi raccolti nella memoria mi sembrano piuttosto solidi». Non aggiunge altro, l’avvocato, soddisfatto della piega presa dagli eventi, con la Procura che si è messa al lavoro convocando subito le cinque persone che non avevano risposto alla sua chiamata.
Agli altri non resta che scuotere la testa per una vicenda che pare destinata a dividere gli amici di don Gianni e il suo ricordo, perché alla fine di questo si tratta, quando si finisce a soppesare affetti e interessi di una persona che non c’è più. «Tutto molto triste» sospira Bruno Orsini, ex compagno di Dc, attuale difensore civico della Regione Liguria, anche lui ascoltato dalla difesa. Baget Bozzo è stato suo testimone di nozze. «Il don è stato lucido e capace fino alla fine. Viveva la sua vecchiaia in solitudine, e mi pare che considerasse i suoi parenti abbastanza laterali». Anche l’ex parlamentare di Forza Italia Bruno Gagliardi, oggi nell’Italia dei Valori, è finito nel listone dell’avvocato. Si definisce «fratello minore» di Baget Bozzo. «Faccenda incresciosa. Ma non c’è dubbio che Gianni avesse ottimi rapporti con le cugine. Non faceva che parlarmi di loro».
Baget Bozzo amava Fabrizio De Andrè. Lo considerava alla ricerca di un percorso cristiano. E nel suo pessimismo cosmico ne condivideva una convinzione, espressa nella canzone «Il testamento». Quando si muore, si muore soli.
Marco Imarisio