Camillo Langone, Libero 18/11/2011, 18 novembre 2011
IL BEL PAESE DELL’ETERNO OTTO SETTEMBRE
Il libro giusto al momento giusto, questo di Aurelio Picca. Sentite un po’ che titolo: L’Italia è morta, io sono l’Italia. (Bompiani, pp. 96, euro 12). E pensare che tanto poetico patriottismo, a mia scienza il primo esempio di poesia patriottica italiana dopo le pasoliniane Ceneri di Gramsci, rischiava di non venire alla luce.
Era da tempo che il bardo di Velletri cercava un editore coraggioso: in Italia ci vuole fegato per pubblicare libri di poesia, e figuriamoci libri di poesia che non parlino d’amore per una donna o per un uomo bensì per una nazione. A un certo punto sembrò che dovesse firmare con Vallecchi, la casa editrice nel cui catalogo spicca un altro glorioso antecedente quale L’arcitaliano di Malaparte, ma tutto si risolse in una bolla di sapone. Grazie a Dio, e parlando di un testo ispiratissimo «grazie a Dio» non è un modo di dire, è intervenuta Elisabetta Sgarbi ed eccomi infine a maneggiare un bel volume Bompiani. In questi giorni di colpetto di Stato, e di sovranità nazionale mai così malridotta dopo il 1945, è proprio il libro giusto e allora non c’è di meglio che intervistare l’autore sugli ultimi casi di Italia.
Che cosa ne pensi del nuovo governo Monti?
«Non voglio farmi attirare in una trappola politica, non me ne frega un cazzo della politica».
Ma di che trappola vai parlando? Avrai mica paura di inimicarti gli antiberlusconiani in festa?
«Io non sono mai stato un berlusconiano, ci tengo a sottolinearlo».
Ci mancherebbe altro.
«Fatta questa premessa devo dire che di fronte a una caduta non sono mai contento. Per Berlusconi ho provato pietà cristiana quando è stato ferito al volto in piazza del Duomo a Milano. E anche settimana scorsa, nei giorni delle dimissioni, vedendolo affranto, sconvolto, ho provato gli stessi sentimenti. Il pensiero che in quel momento molti avrebbero gioito di un suo crollo fisico, magari di un infarto, mi indigna come uomo e come italiano».
Nel poema scrivi di «Berlusconi che vede e provvede/ma che non è un uomo cattivo:/è uno di quegli italiani/che saranno epicamente traditi». Avevi previsto tutto tranne le modalità, difficile immaginarsi un tradimento meno epico del tradimento di Gabriella Carlucci. E adesso come andrà a finire?
«I politici hanno consegnato il potere ai questurini che sistemeranno le cose ma non so se poi riconsegneranno il potere ai politici. I questurini tenteranno di accordarsi coi tedeschi e coi francesi ma forse alla fine dovranno anche loro considerare l’idea di uscire dall’euro. Gli inglesi, ricordiamocelo, si sono guardati bene dall’entrarci».
E ora stanno meglio di noi che siamo quasi morti.
«Guarda, l’Italia è morta da sempre, ero bambino e si diceva che l’Italia era morta, adesso si dice che l’Italia è morta...».
Lo dici anche tu nel tuo libro.
«Sì, viviamo in un momento in cui gli italiani cominciano a sentire la puzza del proprio cadavere in decomposizione».
Che allegria.
«Ma un patriottismo è ancora si sono barbari e civili nello stesso tempo. Mi attrae la Francia per via delle cattedrali cistercensi. Mi attrae la Spagna per le corride: io ci muoio per le corride. Mi attrae la Norvegia, tranne Oslo che è un’orribile sputacchiera per drogati, perché le donne norvegesi sanno ancora arrossire, non hanno la sguaiataggine delle nostre».
Avrei detto il contrario ma ne so pochissimo, non esco mai dall’italofonia.
«Anche per me l’Italia è un’ossessione, altrimenti non avrei scritto questo libro».
D’accordo, però non mi sembri troppo turbato dal presente Otto Settembre.
«In Italia l’Otto Settembre è una data abituale, ce ne sono stati tanti di Otto Settembre. Ti ricordi quando Fini passò dal saluto romano a giudicare il fascismo un male assoluto? Per una certa cultura anche quello fu un Otto Settembre».
Già, come scrivi tu «l’Italia è costruita su una gigantesca Tomba. / Quella dei Padri traditi e dimenticati».
Sono maiuscole da poeta civile, categoria di cui sei l’unico esponente vivente. O consideri Roberto Saviano un tuo collega?
«Non stavamo parlando di poesia? Io Saviano non l’ho letto perché, fin da quando avevo cinque anni e andavo a vedere i film di cappa e spada, nell’arte amo l’artistico, non il sociale».
Chiarissimo.
«Ma adesso non è che mi fai passare per uno che ce l’ha con Saviano?».
Ci mancherebbe altro.
Camillo Langone