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 2011  novembre 18 Venerdì calendario

3 articoli - «GOVERNO DI IMPEGNO NAZIONALE». MONTI: RIGORE, CRESCITA ED EQUITA’ — Emozionato e onorato, grato alla «saggezza» di Napolitano, «commosso» per il trattamento che gli ha riservato Schifani, con l’auspicio di poter avere con ciascun parlamentare «un rapporto personale, come vostro collega», Mario Monti ha fatto ieri sfoggio di umiltà, pur illustrando un programma molto ambizioso

3 articoli - «GOVERNO DI IMPEGNO NAZIONALE». MONTI: RIGORE, CRESCITA ED EQUITA’ — Emozionato e onorato, grato alla «saggezza» di Napolitano, «commosso» per il trattamento che gli ha riservato Schifani, con l’auspicio di poter avere con ciascun parlamentare «un rapporto personale, come vostro collega», Mario Monti ha fatto ieri sfoggio di umiltà, pur illustrando un programma molto ambizioso. Ha preso la fiducia di Palazzo Madama dichiarandosi strumento al servizio del Parlamento, rimarcandone la centralità, in quanto «cuore pulsante di ogni politica di governo, snodo decisivo per il riscatto della vita democratica». Si è poi spinto oltre, attribuendo all’esecutivo appena varato una doppia speranza: riavvicinare due sponde politiche che in questi anni hanno solo litigato, ma anche colmare il gap che divide l’intera classe di rappresentanza dai cittadini. Con i suoi ministri al fianco, nel giorno di esordio parlamentare della squadra dell’esecutivo, l’ex commissario europeo ha consegnato al Senato un discorso con un vasto preambolo politico e insieme un lungo elenco di azioni programmatiche, avendo sempre come riferimento le Camere, che dovranno sostenerlo e condividerne i passi: «Da parte mia vi sarà sempre una chiara difesa del loro ruolo». Pungolato dalla Lega, dai quotidiani vicini all’ex premier, in sede di replica ha trovato modo di rispondere alle accuse: sul supposto esecutivo delle banche, delle lobby, «permettetemi di rassicurarvi totalmente»; sui «complotti dei poteri forti o delle multinazionali, o di superpotenze negli Stati Uniti o in Europa, parlano le nostre modeste storie personali, quando mi è capitato di essere commissario europeo non sono sicuro che le grandi multinazionali mi abbiano colto come un loro devoto servitore». «Ossequioso del primato della politica», con «un pensiero rispettoso» a Berlusconi, che «ha facilitato in questi giorni la mia successione», Monti dice di essere in carica per guidare quello che definisce un «governo di impegno nazionale», che ha il compito ambizioso e «difficilissimo» di rinsaldare «le relazioni civili e istituzionali, fondandole sul senso dello Stato». «E il senso dello Stato — prosegue — è la forza delle istituzioni, che evitano la degenerazione del senso di famiglia in familismo, dell’appartenenza alla comunità di origine in localismo, del senso del partito in settarismo. Ed io ho inteso il mio servizio allo Stato non certo con la supponenza di chi, considerato tecnico, venga per dimostrare un’asserita superiorità della tecnica rispetto alla politica; al contrario, spero che il mio governo e io potremo contribuire, in modo rispettoso e con umiltà, a riconciliare maggiormente i cittadini e le istituzioni, i cittadini alla politica». In questa veste Monti non nasconde di voler «aiutare» la classe politica, le sottopone il prezzo di un possibile fallimento della missione che attende lui come i parlamentari («la fine dell’euro disgregherebbe il mercato unico, le sue regole, le sue istituzioni, ci riporterebbe là dove l’Europa era negli anni Cinquanta), indica un traguardo comune, ovvero che gli altri smettano di considerarci come «anello debole» della Ue, in un quadro in cui il futuro della moneta unica «dipende anche da ciò che farà l’Italia nelle prossime settimane». È un invito ad un sostegno quanto più possibile convinto, in una cornice che resta drammatica: «Gli investitori internazionali detengono quasi metà del nostro debito pubblico e dobbiamo convincerli che abbiamo imboccato la strada di una riduzione graduale ma durevole del rapporto tra debito e prodotto interno lordo». «Rigore di bilancio, crescita ed equità» sono i pilastri che guideranno l’azione del governo. Le ricette sono note e sono «italiane», aggiunge Monti. «Cominciare», con le riforme, è più importante di ogni cosa, perché le scelte degli investitori sono guidate «dalle loro aspettative su come sarà l’Italia fra dieci o venti anni, quando scadranno i titoli che acquistano oggi». Il lungo elenco che segue, dai privilegi del sistema previdenziale alla tassazione sui patrimoni, dal possibile regime fiscale differenziato per le donne all’armonizzazione dei bilanci pubblici, è un’agenda che va molto al di là delle misure concordate con la Ue in queste settimane. E su questa agenda alle nove di sera il governo prende la fiducia. Marco Galluzzo QUEI REDUCI IN AULA, UN SECOLO DOPO - «Applausi dai gruppi Pdl, Pd, Udc-Svp-Aut: Uv-Maie-Vn-Mre-Fli-Psi, Api-Fli, Cn-Io Sud-FS, Idv e Misto». Basterebbe questo micidiale scioglilingua, in grado di mettere kappaò anche certi attori «mitraglietta» del teatro non-sense, a riassumere lo stralunato contrasto tra le due realtà ieri a confronto in Senato. Di qua Mario Monti e il suo «governo dei secchioni» (copyright di Libero), di là un’Aula di reduci da una guerra termonucleare obbligati a sopportarsi. E a ingoiare il rospo. Rospo cucinato, si capisce, con ricette diverse. Incapaci perfino (dopo anni passati a rinfacciarsi di essere come Goebbels e Stalin, Hitler e Kim Il-Sung) di scrivere e firmare insieme il più banale dei documenti (cinque parole: il Senato concede la fiducia) per paura di restare gli uni infettati dal virus altrui, i partiti hanno infatti voluto la fiducia «una e trina». Tre mozioni identiche che dicevano la stessa cosa ma firmate una dalla sinistra, una dalla destra e una dal Terzo polo. E meno male che è rimasta agli atti una quarta, dell’Italia dei valori. Sigillo finale a una giornata segnata, appunto, da quella annotazione criptica che punteggia il resoconto stenografico e ricorda come l’Aula di Palazzo Madama, via via che la destra si sfarinava, si sia frastagliata in quella miriade di gruppi: «Pdl, Pd, Udc-Svp-Aut: Uv-Maie-Vn-Mre-Fli-Psi, Api-Fli, Cn-Io Sud-FS, Idv e Misto». E meno male, almeno sotto questo profilo, che nel mucchio non c’è la Lega Nord. L’unica che voterà contro. Restando schiacciata («molti nemici, molto onore», diranno due o tre senatori all’uscita) sotto una maggioranza mai vista: 281 sì contro solo 25 no. È dura, dopo anni di conflitto durissimo, tentare in pochi giorni di superare inimicizie, rancori, scorie di odio. E forse è vero che, al di là delle beatificazioni che in questi giorni si sono rovesciate su San Mario da Varese, infastidito per primo dall’eccesso di saliva di troppi laudatores, solo l’ex commissario europeo poteva riuscire nel miracolo di portare a casa la tregua maturata. Lui e dietro di lui, si capisce, Giorgio Napolitano. Un’impresa. Basti ricordare come fin dal primo momento si erano saldate contro l’iniziativa ostilità di destra e sinistra. Così simili, per certi versi, che la Padania e Liberazione erano arrivate a pubblicare lo stesso giorno, per denunciare l’«invasione» europea, la stessa citazione manzoniana dall’Adelchi: «Il forte si mesce col vinto nemico; / Col novo signore rimane l’antico; / L’un popolo e l’altro sul collo vi sta. / Dividono i servi, dividon gli armenti; / Si posano insieme sui campi cruenti / D’un volgo disperso che nome non ha». Una scelta resa ancora più curiosa dalla preoccupazione del quotidiano leghista per la sovranità italiana messa a rischio dai «barbari»: «Una volta dalle Alpi scendevano i lanzichenecchi, ora gli inviati del Fondo monetario internazionale e gli eurocrati, che sono certamente più educati ma tutto sommato non meno pericolosi: i primi razziarono Roma, questi ultimi loro epigoni faranno strame della nostra sovranità nazionale». Tesi rilanciata ieri da vari senatori padani, certi che l’arrivo di Monti sia frutto di un vero e proprio complotto. Ma in qualche modo condivisa, stando ai giornali amici e alle esondazioni dichiaratorie, dallo stesso Berlusconi. Tanto che il nuovo premier, rispondendo ai leghisti, è parso parlare a nuora perché suocera intenda: «Vorrei aggiungere solo un punto specifico per quanto riguarda l’atteggiamento del governo o di suoi membri nei confronti di iniziative, complotti dei poteri forti o delle multinazionali, o di superpotenze negli Stati Uniti o in Europa. Permettetemi di rassicurarvi totalmente, ma proprio totalmente». La prova? «Quando a me è capitato di essere commissario europeo a Bruxelles, non sono sicuro che le grandi multinazionali mi abbiano colto come un loro devoto e disciplinato servitore». Immediata la reazione online del Giornale diretto da Sallusti: «”Nessun complotto dei poteri forti" / Monti non avrà mica la coda di paglia?». Dall’alto, in tribuna, durante il discorso programmatico seguito con qualche sbadiglio da chi si era abituato agli show scoppiettanti del predecessore, c’erano non solo la moglie del nuovo premier Elsa e i figli Giovanni e Federica (lei già inzaccherata da penne intinte nel miele, loro forse prossimi) ma anche Gianni Letta. Il quale, incassato il riconoscimento di servitore dello Stato da parte del Colle, si è messo in solitudine da una parte per non perdere una parola. Ogni tanto, puntandogli addosso gli zoom, qualche fotografo diceva di cogliere un sospiro e una smorfia di amarezza. Questo, in fondo, agli occhi di chi ha dedicato la vita ad arrotondare, smussare, attutire, poteva essere anche il «suo» governo. Il senatore Giampiero Cantoni, ridacchiando di essere l’unico banchiere rimasto fuori dal governo («ma ho dentro degli eredi») giura con occhio birbante che no, Monti non è stato affatto noioso: «Posso assicurare che stavolta è stato brillante». Corrado Passera si ferma un attimo per spazzare via le polemiche: «Ho lasciato tutto. Non ho più alcun conflitto d’interessi, ora faccio solo il ministro». Due passi più in là Luigi Grillo assicura che no, al di là delle battute sulla «sospensione della democrazia», il Cavaliere non ha nessuna intenzione di staccare la spina ai «bocconiani» tanto presto: «L’ultimo sondaggio lo dava sotto di 11 punti. Finché non cambia l’aria...». Anna Maria Cancellieri, alla buvette, spiega che l’onore di fare il ministro dell’Interno è grande ma i suoi nipotini l’hanno presa così così: «Il più piccolo, quando mi guarda in tivù chiama “Nonna mia, nonna mia!”». Per ore e ore, Mario Monti segue tutti ma proprio tutti gli interventi. Ascolta. Accenna un inchino con la testa a chi gli regala complimenti. Annota le critiche. Inchiodato lì. Senza allontanarsi mai. A testimoniare con la sua stessa presenza che lui, a differenza di altri premier che tradizionalmente lasciavano sul posto un ministro o un sottosegretario a fare atto di presenza, lo prende sul serio, il Parlamento. Ma è nel tono complessivo che il nuovo capo di governo ha in qualche modo marcato la svolta più netta. E anche se è rimasto alla larga da ogni polemica sia pure indiretta con il predecessore, ogni dato che forniva («Tra il 2001 e il 2007 il Pil è cresciuto di 6,7 punti percentuali, contro i 12 della media dell’area euro») ogni problema che segnalava era una rasoiata ad anni di ottimismo ostentato, sbandierato, rivendicato dal Cavaliere nella convinzione che «il fattore psicologico è considerato ormai il primo fattore di crisi. L’ottimismo è quindi il compito primo di tutti i governi». Solo tre settimane fa, le scomode verità snocciolate ieri da Monti, che ha incitato ad avere fiducia ma a rimboccarsi le maniche partendo dal riconoscimento delle difficoltà, le avrebbe bollate come «disfattiste». Sembra passato un secolo... Gian Antonio Stella • Venerdì, 18 novembre 2011 • 14:53 Nei due angoli opposti del cortile di Montecitorio due telecamere, due giornalisti, due politici intervistati: lì D’Alema, là Veltroni • 14:49 Buonanno, il leghista dal pollice verso agli immigrati, mostra a tutti la lettera con cui chiede di rinunciare al vitalizio da parlamentare • 14:46 "E poi - aggiunge la Mussolini - le maggioranze bulgare non vanno bene. E se lo dico io..." • 14:45 La Mussolini ha votato no: "come si permette Monti di dire che se gli togliamo la fiducia i cittadini la toglieranno a noi?" • 14:44 In realtà il governo dura. M ha detto chiaramente che vuole arrivare al 2013. E difficilmente qualcuno avrà il coraggio di farlo cadere • 14:43 In realtà il governo dura. M ha detto chiaramente che vuole arrivare al 2013. E difficilmente qualcuno avrà il coraggio di farlo cadere • 14:38 Santo Versace: "sette mesi fa feci il nome di Monti che mi chiamó per ringraziarmi..." • 14:36 Il codazzo che segue B travolge il povero ex parlamentare Guidi in carrozella: "ecché, siete matti? Mi volete morto?" • 14:34 Cicchitto: "a giudicare dal discorso di Bersani il governo dovrebbe durare un mese" • 14:27 Monti si gira a salutare uno per uno i deputati che gli votano la fiducia • 14:22 Monti si gira a salutare uno per uno i deputati che gli votano la fiducia • 14:20 B vota subito prima di Bersani, poi si imbatte in Casini che lo porta fuori dall’aula per mano. E’ nato il governo delle larghe intese. • 14:17 Micciché ha sempre la stessa cravatta arancione nella speranza di lanciare il colore della Lega del Sud • 14:15 B va a stringere la mano a tutti i ministri e si ferma un attimo con M, applaudito dai pidiellini in piedi • 14:14 Ecco finalmente l’atteso intervento di Scilipoti. M incuriosito lo cerca con lo sguardo: ma dov’é? • 14:11 L’applauso per Alfano strappa B al meritato riposo • 14:10 Mentre parla Alfano B accenna a un pisolino • 14:09 Alfano apre alla reintroduzione dell’Ici ma esclude la patrimoniale "centralista" • 14:09 Alfano dice la cosa che sta più a cuore a B: "questo non è un compromesso storico" • 14:07 Alfano rivendica M come cosa sua, "appartenente alla nostra famiglia politica". Aldo Cazzullo