FABIO MARTINI, La Stampa 18/11/2011, 18 novembre 2011
Le verità scomode del professore e gli applausi alternati dei senatori - Tra i velluti rossi e le pareti di mogano dell’aula di Palazzo Madama, il professore sta parlando da quarantatré minuti, voce monocorde e concetti alti, ma proprio sul finire decide di alzare il volume: «Il tentativo che ci proponiamo è difficilissimo, altrimenti ho il sospetto che non mi troverei qui oggi
Le verità scomode del professore e gli applausi alternati dei senatori - Tra i velluti rossi e le pareti di mogano dell’aula di Palazzo Madama, il professore sta parlando da quarantatré minuti, voce monocorde e concetti alti, ma proprio sul finire decide di alzare il volume: «Il tentativo che ci proponiamo è difficilissimo, altrimenti ho il sospetto che non mi troverei qui oggi...». Dagli scranni del centrodestra e del centrosinistra si alza un applauso finale di rispetto e senza pathos che si spegne in ventisette secondi. L’esordio di Mario Monti nel Parlamento italiano ha prodotto una delle sedute più originali nella storia della Repubblica: da una parte un discorso «alto», pieno di verità scomode, scandite con una oratoria priva di effetti speciali, estranea alla più recente tradizione italiana; dall’altra i senatori, con la loro accoglienza sospesa. Con i loro battimani alternati: una volta applaudivano quelli di destra, un’altra volta (più spesso e più forte) quelli di sinistra. Per non parlare di un fenomeno mai visto: il battimani strozzato. Ogni tanto partiva un applauso da parte di singoli senatori presi dall’entusiasmo, che però non venivano seguiti dagli altri. Poi, nella replica finale al dibattito sulla fiducia, il professore ha parlato a braccio e ha piazzato una battuta che gli ha procurato il consenso più caldo e divertito della giornata. Davanti al fiorire di dietrologie sui supporter internazionali o massonici del suo governo, Monti ha replicato: «Permettetemi di rassicurarvi totalmente ma proprio totalmente» e «quando a me è capitato di essere commissario a Bruxelles, non sono sicuro che le grandi multinazionali mi abbiano colto come un loro devoto servitore! Le potenze europee? Ho fatto la mia parte in antitesi a quei governi, quando non rispettavano le norme». L’avventura parlamentare del professor Monti aveva avuto inizio all’ora di pranzo: alle 13,08 i banchi del centrodestra sono semivuoti, a differenza di quelli del Pd, quasi pieni. In tribuna, la famiglia Monti al completo, la moglie Elsa, i figli Giovanni e Federica. In scuro e senza le consuete cravatte azzurro-celesti, Monti parte così: «E’ con grande emozione che mi rivolgo a voi». Primo segnale: al professore piace contraddire la fama di impersonalità del tecnocrate. All’inizio Monti istintivamente si volge e rivolge soltanto verso i banchi di destra. Ricevendone applausi, quando si produce in un panegirico del presidente Renato Schifani («Ha voluto accogliermi con una generosità che non potrò dimenticare») e in una elegante «buonuscita» di Berlusconi: «Mi fa piacere riconoscerne l’impegno nel facilitare la mia successione». E se l’autodefinizione del suo governo pare poco evocativa («Governo di impegno nazionale»), il passaggio forse più bello del primo discorso di Monti riguarda la missione ultima del suo tentativo: rinsaldare «il senso dello Stato, che evita la degenerazione del senso di famiglia in familismo, dell’appartenenza alla comunità di origine in localismo, del senso di partito in settarismo». Un passaggio che lascia insensibili i senatori. Più intrigati ma sospettosi sul rapporto irrisolto che Monti sembra avere con la politica. Lui dice di essere a servizio dello Stato «con l’umiltà», «di chi, considerato tecnico, venga per dimostrare l’asserita superiorità della tecnica». Poi, però rivolto ai senatori, dice: «Io vorrei aiutarvi tutti a superare una fase di dibattito molto acceso» e qualche minuto più tardi, Monti si esprime così: «Se consentirete al nostro, o vostro, governo di nascere...». Le verità amare: «Gli investitori internazionali detengono quasi metà del nostro debito»; «l’assenza di crescita ha annullato i sacrifici fatti»; «se falliremo, le condizioni più dure colpiranno le fasce più deboli». I vincoli europei come imposizioni? «L’Europa siamo noi!». Un guizzo ironico, quando definisce l’assedio di Bruxelles, un «turbinio di messaggi, lettere, deliberazioni». La frecciatina a Germania e Francia: «se usciremo dalla crisi, eviteremo di stare in un progetto ideato da Paesi che hanno a cuore anche i loro interessi, tra i quali non c’è necessariamente un’Italia più forte». Ma dove Monti ha rivelato sapienza politica oltre ogni previsione, è stato nell’affrontare i dossier esplosivi Ici, patrimoniale, regole sui licenziamenti, pensioni - su ognuno dei quali ha alluso, senza mai esplicitarla, la soluzione finale. Un tocco che lo ha premiato: a sera sono stati 281 i senatori che gli hanno votato la fiducia. Pari ad una percentuale-record: il 91,8%.