MAURIZIO ASSALTO, La Stampa 17/11/2011, 17 novembre 2011
“Il papiro di Artemidoro? Lo comprerei di nuovo” - In tutta l’annosa battaglia intorno al papiro di Artemidoro è sempre rimasto defilato
“Il papiro di Artemidoro? Lo comprerei di nuovo” - In tutta l’annosa battaglia intorno al papiro di Artemidoro è sempre rimasto defilato. Carlo Callieri - la mente della Marcia dei Quarantamila nella Torino del 1980, presidente della disciolta Fondazione per l’Arte della Compagnia di San Paolo quando il controverso documento venne acquistato, per il prezzo record di 2,75 milioni di euro era intervenuto soltanto nel settembre del 2006, con una lettera sul Corriere della Sera , dopo che Luciano Canfora aveva denunciato la falsità del papiro. Lo fa di nuovo ora, per alcune puntualizzazioni, «solo perché tirato per i capelli». In quella lettera lei scrisse che il tempo sarebbe stato galantuomo. Oggi, alla luce della piega che ha preso tutta questa storia, può confermare che lo sia stato? «In Europa sicuramente sì. La falsità del papiro è una discussione tutta italiana a cui i papirologi tedeschi, inglesi, francesi non partecipano, anzi continuano a produrre saggi in cui l’autenticità non viene messa in dubbio. Viene messa in dubbio l’attribuibilità di parte del testo a Artemidoro». Quindi, potesse tornare indietro, lo ricomprerebbe? «Ma sì, anche se, per la precisione, non l’ho comperato io, e nemmeno la Fondazione per l’Arte: l’ha comprato la Compagnia di San Paolo. Questa storia vorrei che fosse raccontata». Ce la racconti lei. «Allora, nel 2004 la Compagnia si impegna, attraverso un accordo con il ministero dei Beni culturali, il Comune di Torino, la Regione eccetera, al rinnovamento del Museo Egizio. Il programma prevede investimenti per circa 50 milioni di euro. Il professor Settis, all’epoca presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, si rivolge al ministro Urbani e gli propone l’acquisto, attraverso fondi pubblici o privati, di questo papiro, che aveva visto e trattato al tempo in cui dirigeva il Getty Institute di Malibu ma non aveva potuto acquisire per insufficienza di budget». E Urbani lo propone a voi. «Lo propone alla Compagnia di San Paolo, in particolare al professor Castellino, presidente del consiglio di gestione, che era stato suo collega all’università. La Compagnia fa le sue valutazioni e nella persona del proprio segretario generale, che era - ed è tuttora il dottor Piero Gastaldo, arriva alla definizione di un possibile acquisto. La questione viene portata nel consiglio, allora composto da sette persone: io ero uno dei due vicepresidenti, l’altro era Giovanni Zanetti, anche lui professore universitario a Torino». Eravate tutti d’accordo? «Tutti, assolutamente: considerato chi proponeva e chi caldeggiava l’acquisto... E poi quella spesa non rappresentava che il 5% dell’investimento previsto per l’Egizio». La Fondazione per l’Arte quando entra in scena? «La Fondazione nasce nel 2004, con la missione di lavorare per l’acquisizione e il restauro di opere d’arte. Quindi viene passato a lei l’impegno all’acquisto del papiro». Ma il prezzo non vi era parso eccessivo? Un po’ tutti hanno sottolineato che mai nessun papiro era stato pagato tanto. «Avevamo chiesto quali potevano essere i valori per un manufatto di questo genere, avevamo ricevuto risposte che confermavano la congruità del prezzo. Preliminare all’acquisto è stata la redazione di perizie scientifiche sulla cronologia, quindi radiocarbonio e analisi chimico-fisiche sugli inchiostri che attestavano come il papiro si collocasse esattamente nell’epoca in cui avrebbe dovuto collocarsi, ossia in epoca alessandrina». Dunque avevate già in mano i risultati delle perizie? «Certamente». Perché allora, dopo le prime contestazioni, si procedette a nuove analisi? «Mah... Si cercavano delle conferme». Però, a quanto pare, da questi esami sono risultati elementi incompatibili con la datazione antica. «No, non è vero». Ma Canfora... «Guardi, in questa vicenda ci sono molte imprecisioni - se non falsità -, sovrapposizioni e interferenze. È una storia avvelenata, come purtroppo larga parte dell’accademia e in particolare il mondo degli egittologi. Inquinata da fantasmi, veleni e mummie che continuano a propalare illazioni, a fare allusioni senza andare mai a fondo, come adesso con la suspense alimentata intorno al “terzo falsario” che sarebbe intervenuto di recente sul papiro, senza però mai svelare chi sarebbe». Forse è anche una questione di precauzioni, per non incorrere in querele finché non si hanno prove certe. «Sono sistemi che non vanno bene. E mi lasci dire che il professor Canfora fa un po’ di confusione, ogni tanto». Ma perché, dalla vostra parte, non si è mai accettato un confronto? «Non posso sindacare le ragioni di Settis, credo che rifugga da ogni confronto di tipo ipermediatico. Lui è abituato a lavorare in un modo diverso rispetto a Canfora». Nessuno vi aveva informato che il venditore del papiro, il mercante egizio-armeno-tedesco Serop Simonian, era già stato coinvolto in operazioni dubbie? «Io non conosco questo signore, posso pensare tutto il peggio di uno che fa il mercante d’arte, però che lui sia soccombente in un giudizio per falso a Hildesheim non è vero». Ma l’attuale direttrice dell’Egizio, Eleni Vassilika, già direttrice al museo di Hildesheim, sostiene che Simonian le aveva rifilato dei falsi. «Basta andare a vedere i giornali di allora. Die Welt , il 25 marzo 2004, riferì che contro la Vassilika era stata promossa una causa civile da Arne Eggebrecht, suo predecessore al museo di Hildesheim, da lei accusato di incauto acquisto di alcuni pezzi provenienti da Simonian. Il giudice diede ragione a Eggebrecht e l’anno successivo la Vassilika non ebbe il rinnovo del contratto». Però ora non vuole saperne di esporre a Torino il papiro. «Beh, con la bega scatenata da Canfora evidentemente tutti si sono tirati indietro, credo anche per prudenza. Ma io preferisco la “scuola di Berlino”, dove il papiro è stato esposto e apprezzato dagli studiosi, alla “scuola di Bari”. L’ école barisienne non mi sembra il massimo...». A lei personalmente questa vicenda è costata qualcosa: la presidenza della Fondazione per l’Arte, che addirittura è stata soppressa. «Onestamente no, non è vero, perché io scadevo come vicepresidente del consiglio di gestione e non ero rinnovabile, avendo fatto due mandati. Anche come presidente della Fondazione ero scaduto». Non rinnovabile? «Sì, ero rinnovabile, ma c’era stata la decisione di concentrare la Compagnia su un fronte diverso da quello culturale. Una scelta che rispetto: uno può tranquillamente prendere atto dell’inaridirsi delle risorse, dare priorità all’assistenza.A me pare eccessivo: l’assistenza è necessaria, ma crea dipendenza; la cultura crea identità e autonomia. Di che cosa abbiamo più bisogno oggi per riavviare un processo di sviluppo?». D’accordo. Ma intanto il papiro di Artemidoro è nascosto al Centro per il Restauro di Venaria. Lei che cosa ne farebbe? «Ma lo esporrei!». Dove? «Al Museo Egizio, non ci sono dubbi. Nei limiti in cui un manufatto del genere può essere esposto senza essere danneggiato. Va trattato - absit iniuria - come l’Autoritratto di Leonardo».