MARCO ALFIERI, La Stampa 17/11/2011, 17 novembre 2011
L’asse si sposta al Nord e guarda alla rotta Mi-To - Un governo targato Mi. To. L’acronimo che sta per Milano-Torino, le due capitali del nord unite in cinquanta minuti di Alta velocità ferroviaria, da un festival musicale molto mondano, una grande banca di sistema alle prese con la febbre degli spread, una collaborazione tra Politecnici e, da ieri, da un pattuglione di ministri nordovestini chiamati dal Colle al capezzale di un paese gravemente malato
L’asse si sposta al Nord e guarda alla rotta Mi-To - Un governo targato Mi. To. L’acronimo che sta per Milano-Torino, le due capitali del nord unite in cinquanta minuti di Alta velocità ferroviaria, da un festival musicale molto mondano, una grande banca di sistema alle prese con la febbre degli spread, una collaborazione tra Politecnici e, da ieri, da un pattuglione di ministri nordovestini chiamati dal Colle al capezzale di un paese gravemente malato. Si comincia dal premier, Mario Monti. L’economista della Bocconi si muove da tempo tra l’ateneo ambrosiano di cui è presidente, il club Ambrosetti di Cernobbio, la tribuna del Corriere della Sera di cui è uno storico editorialista e un passato nei cda di grandi imprese italiane, tra cui la Fiat, che gli hanno lasciato in dote relazioni e amicizie importanti. Milanesissimo è il neo ministro per i rapporti con il parlamento, Piero Giarda, grande esperto di finanza pubblica, amico di Monti (e di Prodi) ed ex presidente della Banca popolare italiana nel post Fiorani. Professionalmente «mitiano» anche Corrado Passera, titolare del super dicastero che accorpa Infrastrutture e Sviluppo economico: un passato nella Olivetti debenedettiana prima di andare alle Poste e poi banchiere di sistema che gestisce la fusione ambro-sabauda Intesa Sanpaolo, una sorta di ministero ombra dell’economia che spazia dal corporate, all’immobiliare, alle infrastrutture padane (Pedemontana, Brebemi, Tem), alla mobilità ferroviaria (Ntv) e aeronautica (Alitalia). La stessa professoressa Elsa Fornero, torinese doc, lascerà la vice presidente del Consiglio di Sorveglianza del bancone lombardo- piemontese per accasarsi al ministero del welfare. A sua volta Francesco Profumo è il rettore del Politecnico sabaudo; Lorenzo Ornaghi quello della Cattolica di Milano, che insieme alla Bocconi compongono il tris degli atenei del Mi. To «prestati» al governo di salute pubblica. Altro docente nordovestino è poi Renato Balduzzi, professore a Novara all’università del Piemonte Orientale. Mentre potrebbero completare il ventaglio dei bocconiani 2 dei 4 viceministri all’Economia che Monti nominerà: il direttore generale del Tesoro, il tremontiano Vittorio Grilli, e l’attuale rettore di via Sarfatti, l’economista Guido Tabellini. In queste ore a Milano circola una battuta: «ora bisognerà spostare la capitale da Roma a Cernobbio», in quella villa D’Este di cui la famiglia Passera è azionista e che ogni fine estate ospita il Forum Ambrosetti con Mario Monti da sempre vedette. Proprio a Cernobbio, nel 2004, si tenne il famoso convegno tra le Camere di commercio di Milano e Torino che teorizzò il Mi.To. del terzo millennio: su temi di area vasta come le infrastrutture, i piani strategici, i parchi tecnologici, i grandi eventi e le società partecipate (già oggi Iren raccoglie le multiutility di Torino, Genova e alta Emilia Romagna) si può e si deve fare massa critica. Per quasi trent’anni il Nord-Ovest del triangolo industriale è stato teatro e cassa di risonanza del miracolo economico. Vi emigrava chi voleva lavorare in fabbrica, alla catena di montaggio Fiat ma anche negli uffici della Olivetti. Grande impresa manifatturiera e grandi giornali (Corriere della Sera e La Stampa), sindacati e partiti di massa, paesaggio urbano fordista e le grandi famiglie del capitalismo raccolte nel salotto della Mediobanca di Enrico Cuccia. Con la fine degli anni Settanta e la crisi/ristrutturazione delle grandi imprese private e pubbliche il paese «scopre» la Terza Italia dell’impresa diffusa lungo la dorsale nordestina-emiliana-adriatica. Inizia il ciclo dei distretti industriali a cui si deve la gran parte della presenza italiana sui mercati internazionali. Poi, dopo Tangentopoli, i sistemi di sviluppo locale si riattiveranno in chiave localista accompagnando l’esplosione della Lega di Umberto Bossi. Nasce mediaticamente la Padania a trazione lombardoveneta: l’epopea delle partite Iva e del piccolo è bello. Il forzaleghismo di governo deve molto a questa rappresentazione. Invece dopo la crisi mondiale, la fine del berlusconismo, il divorzio con il Carroccio e la formazione del nuovo governo Monti, tutto sembra cambiare un’altra volta. Il paese torna a guardare a Nord-Ovest mentre di là dall’Adige il paradigma del «piccolo e bello» e della subfornitura di beni tradizionali mostra la corda nella nuova economia globale. «Monti ha fatto un governo molto nordista ma con la Lega all’opposizione, strana nemesi», ragiona un banchiere ambrosiano. Parlare oggi di Nord-Ovest significa descrivere un territorio che si è scongelato rispetto alla staticità urbana del vecchio triangolo industriale. Il terziario si è sostituito a molta industria, la cui occupazione in vent’anni è calata dal 43 al 26% del totale. Ma è un fatto che il quadrante dove cominciò lo sviluppo italiano da ieri torna al centro con ministri forti di un network radicato sul territorio. Con 14 milioni di abitanti, 1,3 milioni di imprese (24% del totale), il 30% del Pil nazionale (e il 40% di export), 6,5 milioni di occupati con aziende mediamente più grandi in una fase che premia sempre più la dimensionalità, grandi banche e poli di alta scuola, è la macroregione italiana in cui è più forte l’intensità tecnologica e la capacità di ruotare le produzioni. Da oggi, sull’onda del nuovo governo, può tornare ad essere un modello di sviluppo per tutto il paese.