Alessandra Farkas, Corriere della Sera 17/11/2011, 17 novembre 2011
JACKSON RE D’INCASSI A HOLLYWOOD «NEL MITO DI KING» —
Nell’era di Barack Obama l’attore campione di incassi non è Robert De Niro, né Brad Pitt e neppure Johnny Depp ma Samuel L. Jackson. Secondo il Guinness dei Primati 2011 con i suoi oltre 100 film — tra i quali Jurassic Park, Pulp Fiction e Star Wars — il 62enne attore afro-americano ha incassato in tutto il mondo la strabiliante cifra di 7,42 miliardi di dollari: più di qualsiasi altro attore della storia.
Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, nel 1996, il reverendo e leader democratico Jesse Jackson minacciò di picchettare la 68ª cerimonia degli Oscar per protestare contro il «razzismo» di Hollywood verso gli attori di colore lasciati fuori dalle Nomination. «La continua esclusione degli afro americani è una disgrazia nazionale», tuonò allora People, la rivista più popolare e pro-establishment d’America.
Tre anni prima, in un’intervista al Chicago Tribune, lo stesso Samuel Jackson si lamentò di essere tra i «discriminati». «Scritturare un attore nero è un’anomalia a Hollywood», spiegò, «le rare volte che è contemplato un ruolo per noi, Denzel è il primo a ricevere il copione, seguito da Danny Glover, Forest Whitaker e Wesley Snipes. Io — aggiunse — sono l’ultimo della lista».
Vent’anni più tardi la situazione si è capovolta. Ma anche se oggi è difficile trovare un film hollywoodiano senza attori di colore, ci vorrà del tempo prima di colmare il divario. Basti pensare che, nella storia dell’Academy Awards, sono soltanto 34 gli afro-americani che hanno ricevuto la Nomination o la statuetta nelle categorie «miglior attore protagonista» e «non protagonista».
Anche tra le donne i numeri parlano da sé. In quasi un secolo di cinema solo 24 attrici nere hanno vinto la Nomination o l’Oscar nelle due categorie di «best actress» e «best supporting actress». E molte di loro hanno avuto l’onore solo dopo il terremoto scatenato dalle proteste del Reverendo Jackson.
L’emancipazione, per quanto tardiva, degli attori neri ha finito per contagiare anche il mondo molto snob ed elitario del teatro newyorchese. Oggi una star d’azione come Samuel L. Jackson può decidere di vestire i panni di un mostro sacro quale Martin Luther King Jr. senza che nessuno si scandalizzi. E così l’ex cattivo di tanti film calca tutte le sere il palcoscenico del Bernard B. Jacobs Theatre sulla 45ª strada dove dallo scorso settembre è in scena The Mountaintop, una pièce di 85 minuti senza intervallo in cui Jackson ripercorre l’ultima notte di vita del leader dei diritti civili, assassinato a Memphis il 4 aprile 1968.
L’opera — definita «mozzafiato» da Variety e «emozionante» dal New York Times — è ambientata nella stanza 306 del Lorraine Motel di Memphis, dove il reverendo si reca dopo aver tenuto il suo leggendario discorso I’ve Been to the Mountaintop nella grande chiesa Church of God in Christ: «Io non ho paura perché sono stato sulla cima della montagna, ho visto la Terra Promessa». Il dramma inizia con l’ingresso di una cameriera di colore (Angela Bassett) che porta a King un caffè. Una donna misteriosa con la quale nel copione firmato dalla trentenne attrice-drammaturga afro-americana di Memphis, Katori Hall, inizia un dialogo che costringe King a confrontarsi col suo passato, con la sua missione e con la sua gente.
Anche i critici ai quali l’opera non è piaciuta hanno applaudito il pathos interpretativo di Jackson. Forse non a caso. «Ho perso il conto delle giornate e delle nottate intere che ho passato a studiare le interviste e i discorsi di King Jr.», rivela Jackson. «Volevo carpire la voce dell’uomo, non quella nota a tutti dell’oratore».
Una vera ossessione quella dell’attore per il Reverendo King, che risale al giorno della sua morte. «Andai ai funerali ad Atlanta ed ebbi l’onore di accompagnare il feretro durante la cerimonia», rivela, «ero infuriato ma non certo sorpreso per quanto era successo». Sul palcoscenico di Broadway, Jackson rivive ogni sera anche la sua storia personale. Quella del figlio unico di una poverissima famiglia di Chattanooga, in Tennessee, che ha sperimentato sulla propria pelle il razzismo.
«Un tempo nel profondo sud era molto pericoloso essere neri», precisa, «quando mio padre andava a scuola, le classi erano divise secondo le razze e agli afro-americani era vietato cenare al ristorante con i bianchi». Oltre ad essere da anni uno degli attivisti democratici più in vista di Hollywood, ha contribuito alla campagna per l’elezione del presidente Obama. «Mi piace credere che tutto quello che ho fatto nella mia vita consentirà a mia figlia di realizzare ciò che vuole», puntualizza, «Zoe non si rende neppure conto di essere nera».
Alessandra Farkas