Giulio Sapelli, Corriere della Sera 17/11/2011, 17 novembre 2011
PACIFICO, LE NUOVE SPONDE DELLO SVILUPPO
Che il mondo stia inesorabilmente cambiando ne abbiamo ogni giorno la prova, anche nel nostro domestico spazio europeo. Imprevedibile, tuttavia, la velocità del cambiamento che sta investendo l’Asia e il Sud America sul piano delle relazioni economiche tra gli Stati e di conseguenza sul sistema di pesi e di rilevanze geostrategiche. L’Oceano Pacifico — come aveva previsto Eric Jones nel 1988 col suo fondamentale lavoro Growth Recurring — si avvia a divenire un protagonista dell’economia mondiale del futuro. In questo senso l’enfasi che si pone sull’Asia è esatta in senso storico immediato, però inesatta in senso storico generale. Ossia: è indubbio che la Cina e l’India, con il loro contributo al Pil mondiale, abbiano sempre più un ruolo rilevante, ma non per questo esso è destinato a divenire dominante. Infatti, è altrettanto indubbio che il peso relativo dell’Asia e dei due giganti prima citati potrà trasformarsi in crescita irreversibile soltanto se le due sponde del Pacifico si salderanno in un complesso e fitto reticolo di traffici e di scambi attraverso la liberalizzazione del loro commercio estero. La crescita mondiale salirà allora a livelli prima inusitati e sarà essenziale per compensare l’ormai irreversibile declino europeo su scala mondiale.
Per questo l’accordo siglato sotto gli occhi di un trionfante Obama per dar vita a un accordo commerciale tra le decisive nazioni del Pacifico tramite l’Apec, Alleanza per la cooperazione economica dell’Asia e del Pacifico, è un evento storico d’importanza assoluta. I Paesi firmatari sono una conferma di ciò: oltre agli Usa, all’Australia e alla Nuova Zelanda, spiccano le adesioni del Brunei, della Malesia, di Singapore, del Cile e del Perù. Il Giappone attende di aderire, stretto ancora dalla morsa della lobby protezionista dei produttori di riso. Mentre il Canada e il Messico hanno annunciato la loro prossima adesione.
Ma l’adesione più significativa è sicuramente quella del Vietnam. Potenza importantissima nella dinamica complessa della penisola indocinese, è l’avversario storico della Cina per il dominio dei mari e delle nazioni che si snodano nel territorio immenso e ancora inesplorato industrialmente dei grandi fiumi che sfociano nell’Oceano Indiano e nel Mar della Cina. Il Vietnam segna, con questo suo distacco dalla Cina, la fine delle illusioni che aveva coltivato Henry Kissinger (si legga il suo recente On China) di una sorta di agreement possibile, sotto le ali degli Usa, tra la Cina e le nazioni che si affacciano sui mari asiatici. Questa Trans Pacific Partnership segna l’inizio di una nuova fase, quella della rottura nei rapporti tra la Cina da una parte, e gli Usa e il Giappone dall’altra. Il dominio dei mari caldi è la partita in gioco e il gioco si fa sia militare che economico, cercando di spostare l’asse dei traffici dal baricentro cino-giapponese a quello asiatico-Sud americano: un cambiamento di prospettiva epocale che non sarà né indolore diplomaticamente, né senza conseguenze economiche anche per l’Europa. Nel senso che la storica indifferenza — salvo la debole Spagna — per il Sud America non potrà che aggravare la sua crisi ormai irreversibile. Del resto, questo accordo è anche il segno che nelle mire strategiche di lunghissimo periodo, il partner decisivo degli Usa non sarà più il Vecchio Continente; che, del resto, è diviso, confuso, offeso dal duopolio autoreferenziale franco-tedesco. L’Oceano Pacifico, invece, come ha affermato recentemente Hillary Clinton su Foreign Policy in un intervento non a caso intitolato «America’s Pacific Century», diverrà l’asse fondamentale di un riequilibrio delle relazioni internazionali.
La stessa entrata della Russia nel World Trade Organization (Wto) va intesa in questo senso: rafforzare il dominio geostrategico guardando al dominio dei mari, secondo le più classiche tradizioni diplomatiche anglosassoni dei conflitti di potenza, coinvolgendo le nazioni strategicamente importanti per raggiungere questo scopo. All’orizzonte delle terre europee si sostituisce quello delle acque immense degli oceani. E, ancora una volta, gli Usa, da troppi dati per finiti e umiliati, interpretano il destino dell’Occidente.
Dinanzi a tutto ciò sarà di grande interesse osservare la trasformazione della Cina, uscita divisa e incerta in merito alla sua strategia economica dal recente congresso del Partito comunista, segretissimo ma inequivocabile per quel che concerne la divisione del suo gruppo dirigente.
Giulio Sapelli