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 2011  novembre 17 Giovedì calendario

5 articoli – LA SUPERESPERTA CHE VUOLE RIFORMARE LE PENSIONI — Elsa Fornero è conosciuta per essere una donna molto determinata

5 articoli – LA SUPERESPERTA CHE VUOLE RIFORMARE LE PENSIONI — Elsa Fornero è conosciuta per essere una donna molto determinata. Tanto gentile nei modi quanto ferma sulle sue idee. Bisognerà vedere ora, alla sua prima esperienza di governo, se l’economista torinese riuscirà ad affermare la sua linea, vincendo le resistenze sia nel centrodestra sia nel centrosinistra rispetto a nuovi interventi sulla previdenza. Fornero, grande esperta di pensioni, è convinta che si debba affrontare la questione una volta per tutte, da ben prima che l’Europa lo chiedesse a Berlusconi. Per il nuovo ministro del Lavoro è necessaria la «riforma finale», quella che tornando alle origini, cioè all’impostazione della legge Dini del ’95, faccia i necessari aggiornamenti chiudendo definitivamente la partita. Ci si può riuscire, secondo Fornero, solo puntando sull’«equità» tra lavoratori e tra generazioni che, come ama ripetere, «non è meno importante della sostenibilità» finanziaria. Ecco perché ha sempre pensato, come si legge nei suoi scritti, a una riforma che abbia una «applicazione universale», che colpisca cioè anche «i politici con i loro vitalizi». Insomma: sacrifici in cambio di regole uguali per tutti. Più in generale, si tratta di ricomporre la frattura tra quelli che definisce gli «indifesi» e i «salvati», cioè tra i giovani che hanno pagato il conto di tutte le riforme e gli anziani e le categorie protette, a partire dalla casta politica, che ancora mantengono i vecchi privilegi o, per dirla con le parole della stessa Fornero, il «regalo implicito» contenuto in tanti regimi. Per raggiungere questo risultato lei ha sempre proposto l’estensione a tutti del metodo «contributivo» pro rata e il ritorno all’età di pensionamento flessibile. Significa che la pensione, tutte le pensioni, dovrebbero essere calcolate sulla base dei contributi versati e non più col metodo «retributivo» che le commisura invece alle busta paga. In molti casi si avrebbero pensioni più basse, ma più eque. Inoltre il lavoratore non andrebbe più in pensione al raggiungimento di età fisse (65 anni per la vecchiaia, 60 per l’anzianità), ma potrebbe scegliere in una fascia fra 63 e 68-70 anni, sapendo che, proprio grazie all’applicazione del contributivo, più ritarda il pensionamento e più riceverà un assegno alto. In questo modo, però, sparirebbero le pensioni di anzianità, un’ipotesi che nessuno finora è riuscito a far digerire alla sinistra e ai sindacati. Se il contributivo fosse stato applicato a tutti fin dal 1996, l’Italia avrebbe risolto la questione previdenziale da tempo, secondo Fornero. Invece ancora oggi il grosso delle pensioni viene liquidato in tutto o in parte col più generoso sistema retributivo perché la riforma Dini, su pressione dei sindacati, si applicò integralmente solo a chi cominciava a lavorare dopo il 1995, gli «indifesi» appunto, salvando in tutto o in parte gli altri. Questo fa sì che i lavoratori più anziani, specialmente quelli che vanno in pensione anticipata, godano di un trattamento nettamente più generoso rispetto ai giovani. Applicare oggi il contributivo pro rata significherebbe, secondo quanto ha spiegato la stessa Fornero nei suoi interventi sul Sole 24 Ore, stabilire che per i versamenti dal 2012 in poi tutte le pensioni vanno calcolate col contributivo. Un’ipotesi questa che non è mai piaciuta al centrodestra e al predecessore della Fornero, Maurizio Sacconi. Nel primo triennio, secondo i calcoli del Cerp, il centro studi sul Welfare diretto dal nuovo ministro, si risparmierebbero 4-4,5 miliardi. Ma, quello che è più importante, si avrebbe un sistema con regole uguali per tutti, senza più privilegi: una sfida alle caste e alle corporazioni. Enrico Marro «PER FORTUNA HO RESISTITO ALLE OFFERTE DELLA POLITICA» — Ora commenta: «Bene ho fatto in passato a resistere alle tentazioni della politica. Io sono un prefetto. Un funzionario dello Stato». Un civil servant, con una spiccata vocazione al pragmatismo. «Ma neppure con l’ambizione più sfrenata avrei pensato a un traguardo così bello e significativo». Eppure la tentazione, fugace, di guardare che cosa c’era dall’altra parte, nell’arena politica, ci fu: in un gioco di porte scorrevoli, Anna Maria Cancellieri oggi, anziché al Viminale, poteva essere, forse, a Palazzo d’Accursio, a Bologna, con la fascia tricolore e una campagna elettorale alle spalle, al posto del sindaco pd Virginio Merola. Uno dei primi, ieri, a chiamarla per le congratulazioni. Arrivò a un millimetro, il prefetto Cancellieri, inviata sotto le Torri da Maroni come commissario dopo lo scandalo Delbono, dallo svestirsi dei suoi panni super partes, per gettarsi nella corsa delle Amministrative. Sebbene «solo» per una giunta civica con il sostegno, per lei non sufficientemente «esterno», del Pdl. Poi, proprio a causa delle contaminazioni politiche, la sofferta e decisa rinuncia. «Incredibile — commentò dopo la Cancellieri con riferimento alle critiche provenienti da sinistra —, c’è chi aveva pensato fossi una spia di Maroni. Sì, proprio una spia cacio e pepe...». Anni luce. «Stamattina mi ha allertata Monti con una telefonata...». Ma come, «allertata» all’ultimo minuto? «Giuro. C’erano state solo voci provenienti da ambienti politici. Il professore, invece, non lo sentivo da molto tempo. Con lui ho avuto sporadici contatti, a Milano, nei miei 23 anni da capoufficio stampa in prefettura. L’occasione più felice in cui ci siamo incrociati è stata quella in cui ha premiato mio figlio, all’università Bocconi (Piergiorgio Peluso, oggi direttore generale della Fonsai ndr)». Poi è squillato il telefonino. E ieri ha lasciato di corsa Parma, dove appena lo scorso ottobre era stata nominata commissario per rimettere insieme i cocci della città dopo l’ingloriosa uscita di scena della giunta Vignali. E dove stava studiando un primo intervento sulle società partecipate. Perché è stata questa, finora, la specialità del neoministro dell’Interno: il «risolviproblemi». Catania, Bologna, Parma (per due volte) sempre in veste di commissario. Con un certo piglio decisionale, moderato dalla volontà di mettere d’accordo i contendenti, e qualche ingenuità propria di chi non fa il politico di mestiere. «Ma sempre ascoltando i cittadini». Che spesso, anche se lei ora non lo dice, le hanno confessato nelle diverse piazze una crescente disaffezione per il Palazzo. Ma prima ancora degli incarichi commissariali, la Cancellieri era stata prefetto a Vicenza («dove mi mandò Maroni») e, subito dopo, a Bergamo, dopo gli anni al Servizio informazioni della presidenza del Consiglio e il lungo periodo a Milano, che considera la sua «città d’adozione». Dopo i titoli di coda di una lunga carriera, e prima della telefonata di Monti, l’ambizione a fare la «nonna a tempo pieno». Si dice che il suo nome sia particolarmente gradito al Quirinale. «So solo quello che ho letto sui giornali. Con il presidente della Repubblica ho avuto un rapporto di collaborazione molto bello ai tempi in cui guidava il Viminale. Chiamava spesso i prefetti». Proiettata d’improvviso su una poltrona che mai, come dice, avrebbe «neppure sognato», per la Cancellieri è l’ora di trarre una sintesi da tutte le esperienze precedenti. Persino dalle lotte ai graffiti e dalle campagne per la pulizia e la pedonalizzazione dei centri storici, minimi comuni denominatori della sua azione, ovunque sia stata. «Non so ancora che impronta darò da ministro. Ma porto con me tutti gli incarichi nel Nord e nel Sud del Paese. Da stamattina rispondo alle chiamate di sindaci e cittadini. Ho lavorato in tante città e il mio cellulare non è mai stato tra i più inaccessibili...». Marco Ascione «GLI STUDENTI E I RICERCATORI SARANNO I MIEI PRIMI INTERLOCUTORI» — «Per prima cosa ascolterò gli studenti e i ricercatori per capire quali siano i loro desideri, le loro incertezze e le loro difficoltà. Per andare avanti con il consenso dei diretti interessati». Quasi inevitabile: il primo pensiero di Francesco Profumo, il nuovo ministro all’Istruzione del governo Monti, è per l’Università e soprattutto per i suoi protagonisti. Poi, l’altro doveroso ringraziamento nei confronti della prestigiosa istituzione da lui guidata fino a ieri: «Sono davvero onorato dell’incarico. Il Politecnico di Torino è stata una grande palestra di vita e ringrazio l’ateneo per il grande impegno che ha saputo mettere in tutte le sfide che abbiamo affrontato insieme. Sono certo che continuerà ad esprimere le sue eccellenze e saprà essere sempre più competitivo nel confronto europeo». Il neo ministro si è detto «felice per un impegno molto interessante, molto difficile e molto complicato». Profumo, tuttavia, del Politecnico torinese è rettore, una carica incompatibile con quella di ministro. E dunque, a breve, dovranno essere avviate le procedure per eleggere la nuova guida dell’università. LA NOMINA DURANTE LA LEZIONE SUBITO «TWITTATA» DAGLI ALUNNI — In diretta su Twitter la nomina a ministro. È accaduto a Lorenzo Ornaghi, il neoresponsabile dei Beni culturali, che al momento decisivo stava tenendo lezione all’università Cattolica di Milano. E sono stati proprio due studenti, Enrico e Silvio, a raccontare la designazione minuto per minuto attraverso il popolare social network. Prima della comunicazione ufficiale. Il primo «cinguettio» è delle 10.47: «Ornaghi nuovo ministro dell’Istruzione, ce l’ha confermato lui a fine lezione». In realtà, il dicastero è appunto quello che fu di Sandro Bondi. Altro tweet: «Arriva in ritardo. A lezione risponde al telefono, sbiancando. Dopo pochi minuti chiede scusa ed esce dall’aula col telefono in mano. Quindi a fine lezione dà l’annuncio». Il professore-ministro si scusa dell’irrituale squillo: «Mi dispiace, in 25 anni di esperienza non ho mai interrotto la spiegazione per una telefonata, ma a volte le decisioni cruciali vanno prese in diretta». Ornaghi ha anche chiesto agli studenti, che lo raccontano su Vanity Fair, se avevano capito quanto stesse accadendo: «Sì, da giorni leggevamo sui giornali il suo nome». Il professore — che all’uscita dall’aula è stato salutato da un applauso — ha comunque terminato la lezione. Anche se a detta degli studenti era «visibilmente scosso». «PRIORITA’: SVILUPPO SOSTENIBILE E SICUREZZA DEL TERRITORIO » — «Mi auguro di lavorare bene con il ministro dello Sviluppo e delle Infrastrutture. E spero di convincerlo che lo sviluppo sostenibile è il driver per la crescita economica dell’Italia». Sono state le prime parole, affidate a Radio 24, del nuovo ministro dell’Ambiente dopo la sua designazione. Per quanto riguarda i primi impegni, Clini — che era già il direttore generale del ministero che oggi guida — ha detto che si completerà «il lavoro in corso perché siamo in presenza di una situazione che richiede continuità tenendo presente che siamo in una situazione critica con minori risorse economiche. Nello stesso tempo abbiamo emergenze tra le quali mettere in sicurezza il territorio per evitare il ripetersi di nuovi disastri come quello che è accaduto in Liguria, Toscana e Sicilia. Dall’altro lato — ha proseguito il neoministro — dovremo completare un quadro di provvedimenti normativi che sono molto importanti per la crescita e lo sviluppo economico». In modo particolare, Clini ha parlato delle «norme per l’energia che se completate entro la fine dell’anno avranno effetti immediati anche sull’economia nazionale». Tra gli altri, ha espresso soddisfazione per la designazione anche la presidente leghista della Provincia di Venezia, Francesca Zaccariotto.