Sergio Bocconi, Corriere della Sera 17/11/2011, 17 novembre 2011
PASSERA, IL BANCHIERE MINISTRO: «LAVORO E CRESCITA SOSTENIBILE» —
«Sviluppo sostenibile e posti di lavoro». Ha appena giurato, Corrado Passera. E per il suo esordio da ministro sceglie le parole d’ordine che da anni ripete in veste di banchiere. O meglio, nel suo ruolo di capoazienda dell’istituto Intesa Sanpaolo, il secondo in Italia e quello che più ha marcato la propria identità come «banca di sistema». Pur sottraendosi alla definizione che viene da qualche cronista di «superministro» («Io? No, lavoreremo tutti insieme») Passera accorpa per la prima volta le deleghe di due dicasteri. E si può ben dire che la scelta di unire Sviluppo economico, Infrastrutture e Trasporti sembra la sintesi di un suo «programma per l’Italia» elaborato e rifinito se non proprio con obiettivi da ministro, senz’altro con quell’ambizione dichiarata di «servire il Paese» che ha percorso in modo alterno la sua lunga carriera di consulente, manager di aziende private e pubbliche e di banchiere. Ambizione che già in passato lo ha portato vicino a incarichi di governo o di governance nei superbig industriali dello Stato, in occasioni «bipartisan» qualche volta sfumate e altre rifiutate.
Al centro del suo «programma» Passera ha collocato il fattore crescita, in perfetta sintonia con il neopremier Mario Monti. Senza mezzi termini, solo qualche settimana fa, ha bocciato l’attendismo berlusconiano sul decreto sviluppo: «In un momento del genere, dire che non c’è fretta è un vero errore». «Manca un progetto per il Paese», va ripetendo da tempo l’ex banchiere (da ieri) Passera. Che nei suoi discorsi pubblici, le ultime volte a fine giugno a Pechino e in settembre a Cernobbio (invitato a parlare nel panel riservato ai politici), ha sottolineato individuabile in quattro «motori della crescita»: la forza delle imprese, l’efficienza del sistema Paese, coesione sociale, dinamismo nella mobilità sociale e nei processi decisionali. Concetti ripresi anche ieri e che sicuramente guideranno il suo dicastero, insieme con le proposizioni più "pratiche" che gli hanno fatto dire qualche mese fa che «per il rilancio occorre ripartire dalle infrastrutture: servirebbero 50 miliardi l’anno per 6-7 anni. Ma il problema non sono le risorse. Dove tutto si blocca è il processo decisionale, prigioniero di una matrice di veti». E proprio dalla Biis, la banca del gruppo Intesa dedicata alle infrastrutture potrebbe arrivare al ministero Mario Ciaccia.
Senza dubbio da banchiere di un grande istituto retail Passera saprà misurare il vero polso e le energie del Paese. Ma la sensibilità per la «vita pubblica» e la politica, il neoministro la coltiva da tempo. Con Alessandro Profumo e Giovanni Bazoli è stato uno dei banchieri a mettersi in fila per partecipare alle primarie dell’Unione di centrosinistra nel 2005. Passo che non ha ripetuto nel 2007 alle primarie per il Pd. Una disponibilità a guardare oltre i confini del privato che a più riprese ha visto il potere pubblico farsi avanti. Così nel 1998, quando Passera è già da tempo banchiere con Bazoli e si occupa di unire Ambroveneto e Cariplo, Romano Prodi lo «invita» a guidare le Poste, che sono un carrozzone da salvare. Lui accetta la sfida e, trasformandole un po’ anche in banca, riporta in utile l’azienda-ministero che sembrava decotta. Ma le offerte sono bipartisan. Così nel 2001, con il governo di Silvio Berlusconi, è candidato fino all’ultimo per la poltrona di amministratore delegato dell’Eni. Ed entra anche in una terna per Alitalia. E sempre con Berlusconi viene indicato fra il 2009 e il 2010 come possibile ministro sia dello Sviluppo sia dell’Economia al posto di Giulio Tremonti. Un «favore» trasversale che Passera sa anche conquistarsi con operazioni complicate come il sostegno-salvataggio ad Alitalia che gli riconsegna la fiducia del Cavaliere che in passato non aveva tralasciato di annotare la partecipazione alle primarie.
L’enfasi per la crescita, l’invito ripetuto in questi mesi a non arrendersi all’errore di fare solo politiche di tagli e di focus sul debito, sono comunque parole d’ordine che provengono oltre che dalla sensibilità pubblica anche dall’intero suo curriculum professionale. Nato a Como nel 1954 in una famiglia benestante che si occupa di commerci e alberghi (attività rimasta al fratello), bocconiano di laurea (con lode) e di convinzione («milita» nel board dell’ateneo) e con un master a Philadelphia, dopo un breve «soggiorno» alla Siar, società italo-svedese di consulenza, approda in McKinsey nel 1980. Qui resta 5 anni lavorativi e per tutta la vita fedele al network che vede fra i partecipanti diversi altri banchieri come lo stesso Profumo. Poi passa alla Cir e con Carlo De Benedetti costruisce l’identità di manager: Cir, Rolo, Mondadori, Espresso-Repubblica, Olivetti, in pratica «gira» tutto o quasi l’impero che l’Ingegnere costruisce in quegli anni. Poi quasi improvvisamente nel 1996 lascia, accetta la chiamata di Bazoli al Banco Ambrosiano veneto. Due anni dopo passa alle Poste e nel 2002 ritorna con Bazoli. Il gruppo cresce con acquisizioni continue fino a unirsi con il torinese Sanpaolo.
Passera potrebbe considerare la missione conclusa. E forse qualche riflessione in tal senso comincia a maturarla. Ma la successiva crisi che sconvolge i mercati contribuisce a tenerlo al timone della banca: rifiuta i Tremonti bond e porta l’istituto a una maxi ricapitalizzazione da 5 miliardi in giugno. Forse l’ultima «finestra» prima che la finanza crolli di nuovo sotto il peso dei debiti sovrani. E ora l’emergenza lo chiama a fare il passo che probabilmente, dentro di sé, prepara da tempo.
Sergio Bocconi