Gian Antonio Stella, Corriere della Sera 17/11/2011, 17 novembre 2011
LA CERIMONIA SENZA SPETTACOLO
«Gatti neri niente? Andiamo » . Mario Monti non l’ammetterà mai, ma potete scommettere che ieri pomeriggio, salendo al Quirinale per giurare, buttava l’occhio con nonchalance lungo la strada che percorreva verso il Colle. Saranno tutte sciocchezze, per carità, ma Dio sa se per tirar fuori dai guai l’Italia non abbia bisogno davvero di un po’ di fortuna.
Lo confidò lui stesso in una lontana chiacchierata con L’Espresso: «Vuole sapere una cosa veramente ridicola sul mio conto? Ho paura dei gatti neri che attraversano la strada. Specie se provengono da sinistra. Non me ne chieda la ragione, ma è così». «E quando accade che cosa fa?», gli chiese Stefania Rossini. E lui: «Mi fermo e aspetto che qualcuno, passando prima di me, si prenda il carico di irrazionale sfortuna di quel povero gatto».
Certo è che la cerimonia del giuramento del nuovo governo tutto sembrava meno che un passaggio storico affidato dai protagonisti alla buona sorte. La quale nel Salone delle Feste era già stata invocata più d’una volta, ad esempio da Antonio Bassolino che, chiamato nel momento della massima popolarità a fare il ministro, si era presentato stringendo nella tasca un «cornaciello ’e corallo».
Per dirla tutta, i professoroni e i funzionarioni e gli espertoni chiamati ieri a leggere la formula di rito in una calca di fotografi e microfoni e telecamere mai vista prima, davano l’impressione di essere a loro agio come stessero semplicemente entrando a far parte di un nuovo consiglio di amministrazione. L’età, probabilmente... Sessantatré anni di media. No, non è un Paese per giovani.
Tutto molto serio. Molto grigio. Abiti di flanella. Moderati i toni. Moderate le cravatte. Moderati i colori delle donne. Il nuovo ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri in nero. La Guardasigilli Paola Severino in blu. La responsabile del Welfare con delega alle Pari opportunità Elsa Fornero in giacca tinta panna. A guardarli veniva in mente una battuta di Indro Montanelli che, borbottando davanti all’ennesimo cambio a Palazzo Chigi, sentenziò: «Il migliore augurio che possiamo fare al nuovo governo è che duri abbastanza da permetterci di mandare a memoria i nomi dei ministri».
E lo scriveva ai tempi del pentapartito, quando i ministri si spostavano ma erano sempre gli stessi. Qui no, tutti nuovi. Notissimi nei convegni, nelle università, nei simposi, nelle biblioteche. Ma quasi del tutto estranei, grazie a Dio, al teatrino politico e televisivo. E come uno s’affaccia nel salone è tutto un darsi di gomito dei fotografi: «Ahò, e questo?». Rapida consultazione di foglietti volanti con le foto: «Dev’esse Barca». «Sicuri? Nun sarà Giarda?».
Sospiri di rimpianto per le care certezze del passato. Forlani, Gaspari, Taviani, Romita... I «rieccoli» dalle facce notissime erano così tanti che ogni new-entry era una festa. Come il giorno in cui apparve per giurare come responsabile dei Beni culturali la leggendaria Enzina Bono Parrino: «Emozionata, signora ministro?» «Pepplessa direi... Più che altro pepplessa».
Non c’era giuramento che non regalasse un aneddoto. Ed ecco Ottaviano Del Turco, che, fatto ministro delle Finanze del governo Amato, va subito a schiantarsi per l’emozione. «Scusi signor ministro: se lo fa da solo il 740?» «No, me lo ha sempre fatto Tremonti». Immediato coro dei cronisti: «Gajardoooo!». Ecco Massimo D’Alema che annoiato con i cronisti che gli chiedono se abbia avuto dei problemi a fare il governo risponde: «Non so di cosa parliamo. Ieri mattina ero qui per la visita del Papa e ieri sera avrei già potuto venire con la lista fatta. Ma ormai era sera e non si disturba il presidente della Repubblica la sera tardi. Così ho rimandato a stamane. Non mi pare che un pomeriggio sia troppo per fare un governo, no? Sono riuscito anche a vedere un po’ della partita della Roma...». Indimenticabile la conclusione, con la confessione di Katia Bellillo di aver saputo della nomina agli Affari Regionali solo alle due di notte e d’esser stata scelta, alla faccia delle prerogative costituzionali del presidente del Consiglio, dal suo partito. Tanto che col premier si erano conosciuti la mattina: «Ciao, sono Massimo». «Ciao, sono Katia».
E Carlo Donat-Cattin? Nell’estate 1972, nominato ministro del lavoro nel governo Andreotti-Malagodi che per la prima volta dopo un decennio escludeva il Psi, trovò un modo bizzarro per dire di non essere d’accordo: mentre tutti lo aspettavano al Quirinale, lui andò dal barbiere: «sciampo, taglio, barba e basette». E andò a giurare il giorno dopo. Come questa volta giurerà in ritardo il ministro della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola. Nessun giallo: quando ha saputo della nomina era a Kabul.
Da fuori, arrivano gli echi dei tamburi di guerra padani sulla cancellazione del ministero per le Riforme e di quello per la Semplificazione. L’ultima volta, pareva che il sol dell’avvenire federalista fosse lì lì per sorgere. Umberto Bossi si era portato tutta la famiglia. Renzo, non ancora deputato regionale ma già «Trota», spiegava al giornale del partito: «Ho visto la partita tra Padania e Tibet. Abbiamo vinto alla grande, ora andremo con la nazionale della Padania in Lapponia a fare il campionato mondiale».
Mentre i nuovi ministri sfilano uno dietro l’altro davanti a Napolitano, si avverte la mancanza di Gianni Pennacchi, del Giornale. Era fratello di Laura, economista diessina, e di Antonio, lo scrittore fascista-comunista. Ne aveva seguiti tantissimi, Pennacchi, di giuramenti, prima di andarsene per colpa di uno stupido e tragico incidente. E a rileggere oggi la cronaca dell’ultimo, quello del Berlusconi IV, si avverte la distanza siderale col governo appena insediato. Ecco Ignazio La Russa che «non sta zitto un minuto» e quando va a giurare il Cavaliere gli fa segno con le dita a forbice di tagliarsi la barba perché «avevano scommesso che in caso di vittoria avrebbe rinunciato al suo celebre pizzo mefistofelico». Ecco Bossi che «fa il duro: "Chi diavolo ci ferma!"». E poi ecco le ministre, quelle che Sua Emittenza chiamava «le mie bambine»: «Per Stefania Prestigiacomo s’è aperto un dibattito tra i giornalisti: quelli di sinistra la vedevano in viola e quelli di destra in blu notte, la sua addetta stampa s’è affrettata ad informare che trattavasi di "un modello Alberto Biani in blu marine", la nostra esperta ha mediato su "un punto indescrivibile di viola che s’avvicina molto al prugna"».
Gian Antonio Stella