Fabrizio D’Esposito, il Fatto Quotidiano 17/11/2011, 17 novembre 2011
DEBUTTANTI IN BIANCO E NERO
La breve formula del giuramento risuona quindici volte nel salone delle feste del Quirinale. “Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione”. Suscita subito una generale impressione di normalità rispetto all’8 maggio di tre anni fa. Quel giorno, per esempio, anche il secessionista Bossi e il Cavaliere del conflitto d’interessi e delle leggi ad personam la lessero ad alta voce. Un ossimoro da spergiuri istituzionali.
LA SORPRESA però arriva alla sesta ripetizione del solenne ritornello davanti al capo dello Stato. L’ex prodiano Piero Giarda ritorna al suo posto e si alza Andrea Riccardi, fondatore e “ambasciatore” internazionale della comunità di Sant’Egidio. Riccardi è cattolico e legge la formula del giuramento saltando l’aggettivo “esclusivo” accostato a “interesse della nazione”. Un caso di conflitto interiore tra Dio e Cesare? Il mistero dura un paio d’ore. Dice al Fatto, Mario Marazziti, portavoce di Sant’Egidio: “Ho sentito Riccardi qualche minuto fa e quando gli ho riferito la cosa, lui ha risposto: ‘È successo davvero?’. Non se n’è accorto, questa è la verità”. Più tardi, poi, la precisazione ufficiale dello stesso neoministro alla Cooperazione internazionale e all’integrazione: “È stato uno scherzo dell’emozione o della luce. Ma è chiaro che io agirò nel-l’interesse esclusivo della nazione”. Mistero risolto e caso chiuso. Il giuramento del secondo governo della Sedicesima legislatura inizia due minuti dopo le diciassette. I ministri sono arrivati un po’ alla volta. Qualcuno a piedi come l’avvocato Enzo Moavero Milanesi, che avrà la delega agli Affari europei e sarà il vero uomo-macchina del premier Monti. Il Guardasigilli Paola Severino, indicata come vicinissima al costruttore Caltagirone e al leader dell’Udc Casini, è in compagnia dei nipotini.
GLI OPERATORI delle tv fanno la radiografia in tempo reale: “Ahò, questi non sanno nemmeno sorridere”. È il destino dei ministri tecnici: non essere abituati ai riflettori. Anzi, uno c’è a dire il vero. È la superstar del giorno: il banchiere Corrado Passera, che somma due deleghe di spessore, Sviluppo economico e Infrastrutture. Il suo nome potrebbe pesare quanto quello di Monti. Il governo Monti-Passera. Il banchiere è l’unico ad avvicinarsi con disinvoltura ai giornalisti. Gli altri declinano, con molta cortesia. Alzano la mano e sottovoce dicono: “No grazie, mi scusi”. Il postberlusconismo si trasfigura in un governo invisibile, formato da volti sconosciuti. In fondo, nella storia repubblicana dell’Italia, i governi tecnici si ricordano solo per il presidente del Consiglio. Stop. Per tutti gli altri l’oblio. Sarà così anche stavolta? Un altro cameramen: “Sai com’è fatto ‘sto Ornaghi?”. Lorenzo Ornaghi, rettore della Cattolica, è finito ai Beni culturali. Lui, Passera e Riccardi formano il “partito di Todi”. Dal nome del paese umbro dove il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, un mese fa ha inaugurato il nuovo “movimentismo” cattolico, sancendo la fine della lunga collaborazione con il centrodestra.
IL GIURAMENTO dura quindici minuti esatti. Uno per ogni componente dell’esecutivo presente. Due sono assenti: Giulio Terzi di Sant’Agata (Esteri) e Giampaolo Di Paola (Difesa). Quest’ultimo è un ammiraglio e si trova a Kabul. Quando tornerà in Italia come giurerà: in borghese o con la divisa? Il primo ad andare, ovviamente, è Monti. Seguono, chiamati dal segretario generale Donato Marra, i ministri senza portafoglio: Moaveri Milanesi, Piero Gnudi, Fabrizio Barca, Giarda, Riccardi. La sfilata dei tecnici con deleghe più pesanti è aperta da Anna Maria Cancellieri. Poi: Severino, Passera, Mario Catania, Corrado Clini, Elsa Fornero, Francesco Profumo, Ornaghi, Renato Balduzzi. Nel complesso è una formazione ad altissimo tasso di centrismo. Ex prodiani, casiniani, bazoliani (nel senso del banchiere cattolico Bazoli) e una manciata di civil servant, moderati per antonomasia e per storia. C’è anche un bindiano di ferro. È Balduzzi, titolare della Salute, che per la cronaca fa parte anche dell’assemblea nazionale del Pd, eletta alle ultime primarie di partito. La sola eccezione è Fabrizio Barca: considerato un Ciampi-boy, è figlio del comunista Luciano.
Per tutto questo, la foto di gruppo con il capo dello Stato (lui e Monti si mettono in posa tra Ornaghi e Giarda) sembra uno scatto in bianco e nero della vecchia Italia. Dal Paese dei balocchi di Pinocchio Berlusconi al Paese normale e democristiano. I più entusiasti, nel salone delle feste, ravvisano nella velocità e nella già fatidica sobrietà montiana della cerimonia un sapore scandinavo. Persino le battute si smosciano nel clima generale, tipo “da Forza Gnocca a Forza Passera”. È iniziata una nuova era. L’ultima volta, tre anni fa, qui c’erano la ministra più bella del mondo, il leghista Calderoli con i calzini nonostante il caldo, infine un premier con scarpe tacco dieci per non apparire più basso di Napolitano. Ieri, i più alti, erano Monti e Passera. Manco a farlo apposta.