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 2011  novembre 17 Giovedì calendario

Il libro fai-da-te di johnson che il lettore può ricostruire - Per una nazione vittima di amnesie letterarie, B

Il libro fai-da-te di johnson che il lettore può ricostruire - Per una nazione vittima di amnesie letterarie, B. S. Johnson è oramai un autore dimenticato. Per quanto ne so, almeno, basta nominarlo per incontrare sguardi che si perdono nel vuoto. Sono passati meno di trent´anni dalla morte, e da allora i suoi libri non vengono più ristampati; le mode letterarie, nel frattempo, hanno subito flussi e riflussi tali da cancellare il suo nome dalla memoria collettiva. Eppure, all´uscita di In balìa di una sorte avversa, nel febbraio del 1969, i comunicati stampa lo presentavano con gran sicurezza come il «più importante giovane romanziere inglese in attività» (...). Ma perché pubblicare un libro in una scatola? La genesi di In balìa di una sorte avversa risale a un sabato pomeriggio, quando Johnson arrivò a Nottingham per seguire come cronista sportivo un normale incontro di calcio. Dal momento che i suoi romanzi non gli fruttavano grandi guadagni, per tutta la sua carriera dovette accettare altri lavori, principalmente come giornalista o insegnante, e in quel periodo faceva il reporter sportivo per l´Observer. Fu così che Johnson arrivò quel pomeriggio alla stazione centrale di Nottingham senza realizzare, all´inizio, di essere stato in quella città già molte volte in passato. Era infatti la città dove aveva vissuto e lavorato un suo amico intimo, un accademico di nome Tony Tillinghast, morto di cancro alcuni anni prima. Si erano conosciuti alla fine degli anni Cinquanta: Tony studiava alla Nottingham University e assisteva Johnson nella direzione di Universities´ Poetry, una rivista letteraria a tiratura nazionale gestita da studenti. La cornice temporale del romanzo copre quindi il passaggio dalla rigida austerità degli anni Cinquanta al moderno permissivismo dei Sessanta, ma in generale In balìa di una sorte avversa non offre grandi spunti come testimonianza sociologica. E cos´è che stava davvero accadendo «all´interno del suo cranio», quel sabato pomeriggio mentre Johnson era intento a seguire la partita di calcio? Gli tornavano alla mente ricordi di Tony, certo, ma non in maniera sistematica, lineare, e venivano interrotti a caso dalle azioni sul campo e dai suoi tentativi di iniziare a scrivere la cronaca del match. Era questa casualità, questa mancanza di struttura nel modo in cui ricordiamo le cose e riceviamo impressioni, che Johnson voleva registrare con assoluta fedeltà. Ma si rese ben presto conto che la casualità è «direttamente in conflitto con il dato di fatto tecnologico del libro rilegato, perché quest´ultimo impone al materiale narrativo un ordine, una sequenza fissa di pagine». La sua soluzione, come sempre, fu semplice e radicale: le pagine di In balìa di una sorte avversa non andavano rilegate. Ma ecco un paradosso: Johnson, nella vita come nella scrittura, era un uomo estremamente metodico, che amava esercitare un controllo autoriale assoluto sulla propria opera. «Nella misura in cui il lettore può imporre la propria immaginazione sulle mie parole» scrisse in un´occasione, «quel testo è fallito»: e quindi è lecito presumere che gli avrebbe fatto orrore l´idea stessa di scrivere un´opera del tutto "aperta", visto che In balìa di una sorte avversa avrebbe dovuto aderire perfettamente alle sue teorie. A differenza dello scrittore francese Marc Saporta ��� le pagine del cui romanzo Composizione n.1 erano state presentate allo stesso modo in ordine sparso ��� alla fine Johnson optò per un compromesso: In balìa di una sorte avversa sarebbe uscito in ventisette sezioni non rilegate, con la semplice segnalazione della prima e dell´ultima, così da dare al materiale forma e compiutezza appropriate. Il lettore avrebbe potuto leggere le altre sezioni nell´ordine che preferiva: ma restava il fatto che le parti più lunghe (...) avrebbero comunque imposto la propria sequenza narrativa, e ogni tentativo di riprodurre l´impressione della casualità sarebbe stato interrotto per un bel pezzo della lettura. «Non pensavo né allora né oggi che così avrei risolto completamente il problema» ammise Johnson in seguito. «Ma continuo a credere che la mia soluzione ci sia andata vicina; (...) è comunque una soluzione migliore al problema di riprodurre la casualità dei processi mentali, rispetto a quella di imporre l´ordine di un libro rilegato». A volte mi chiedo quanto seriamente prendesse l´intera questione o se in qualche angolo della propria mente ammettesse che la struttura di In balìa di una sorte avversa era, al di là di tutto, un eccellente stratagemma pubblicitario. È forse lecito accarezzare l´idea che, per una volta, fosse divertente veder pubblicare un romanzo contenuto in una scatola e senza una sequenza di pagine? Penso di sì (...). Disintegrazione e fragilità, sono questi i temi di In balìa di una sorte avversa, e il tono del libro è improntato a una irrequieta, inquisitoria malinconia. La prosa di Johnson (...) deve molto a Beckett, soprattutto al Beckett dell´Innominabile: le lunghe frasi circolari separate soltanto da virgole, proposizioni ammassate le une sulle altre, subordinate seguite da altre subordinate, tutte però capaci di trascinare con sé il lettore con uno slancio emotivo che deriva, nel caso di Johnson, dall´intensità dell´angoscia del ricordo. I dettagli della sua amicizia con Tony non sembrano significativi: animate discussioni sui libri (di solito quelli di Johnson, va detto) condotte nei pub di Nottingham (...). A contare sono invece l´energia con cui Johnson si interroga riguardo a tutto ciò, la precisione con cui osserva e ricorda (...). E di fatto, l´autoconfessione di In balìa di una sorte avversa va ben oltre la sincerità. Johnson era, semplicemente, incapace di nascondere i propri intimi sentimenti in qualunque situazione, e probabilmente fu questo a renderlo impopolare nei circoli letterari (...). Dall´inizio degli anni Novanta, sulla scia dei libri di Blake Morrison, Nick Hornby, Frank McCourt e altri, il genere confessionale di cui In balìa di una sorte avversa può essere considerato ora uno degli esempi maggiori ha ricevuto nuova linfa vitale, e la schiettezza sentimentale è divenuta qualcosa che ci attendiamo, pretendiamo persino (...). Ai suoi tempi al libro inclassificabile di Johnson ��� romanzo, racconto autobiografico, chiamatelo come vi pare ��� veniva accordato tutt´al più un rispetto venato di invidia, temperato da uno sdegno palpabile, appena dissimulato, per le sue pretese di originalità. Ora, spero, possiamo vederlo come qualcosa di più, molto più, che il semplice frutto eccentrico di uno sperimentalismo tipico degli anni Sessanta. È un libro unico e meraviglioso: un classico del suo tempo, e del nostro. ��� B.S. Johnson 1969; Prefazione ��� 1999 ��� 2011 RCS Libri S.p.A., Milano