Giordano Tedoldi, Libero 17/11/2011, 17 novembre 2011
«IL MIO AMICO BOLAÑO NON ERA UN MALEDETTO»
Javier Cercas è uno dei più importanti scrittori spagnoli, autore di romanzi di successo come Soldati di Salamina sulla guerra civile spagnola e Anatomia di un istante, sul fallito golpe del 1981 del colonnello Tejero. Si ispira alla storia per raccontare ciò che nell’uomo non cambia mai. In questi giorni è in Italia per ricevere il premio “Salone internazionale del libro”.
Cercas, che ne pensa dei premi e della società letteraria?
«I premi letterari sono magnifici quando li vinco io. Quando li vincono gli altri sono frivoli. Parlando sul serio, questo è un premio bellissimo perché è per tutta la mia opera. È la prima volta che ricevo un premio del genere. Certo ci sono soldi, onore, cose magnifiche, ma anche l’occasione di parlare agli studenti, ragazzi di 16 anni. Quand’ero ragazzino pensavo che gli scrittori fossero alieni, che venissero da Marte. Perciò ora mi piace parlare ai ragazzi nel mio italiano spagnoleggiante, fare brutta figura, insomma, mostrare il lato vivo e umano della letteratura. Rapportarmi a loro come con la cosa più importante che ho fatto nella mia vita, cioè mio figlio».
Passando ai libri, poco fa in Italia è uscito il suo secondo romanzo, Il nuovo inquilino (Guanda), scritto nell’89. Sembra un romanzo di Kafka. Quand’era giovane non le interessava confrontarsi con la storia?
«Ho cominciato come scrittore kafkiano. Il mio maestro era Borges, e avevo una forte passione per i postmoderni americani, Robert Coover, Donald Barthelme.Guardavo all’umorismo, al fantastico, senza un rapporto con la realtà. Poi, a 38 anni, forse perché cominciavo a avere un mio passato, ho scoperto che il passato, come dice Faulkner, non passa mai. Il passato è una dimensione del presente. E che l’individuale non è indipendente dal collettivo. Da qui è nato Soldati di Salamina. Ma è stata un’evoluzione e non rinnego i miei primi romanzi, dove c’è anche l’ammirazione per Calvino».
Venendo al presente, cosa ne pensa della situazione attuale in Europa?
«Difficile dirlo, perché sappiamo qual è il senso del presente solo dopo molti anni. Ma mi sembra di capire che la crisi che stiamo vivendo non è spagnola o italiana o tedesca, è europea. Alcuni temono che la Spagna cambierà se vincerà le elezioni la destra, ma non cambierà affatto. La svolta può avvenire solo se decidiamo che siamo europei. I mercati fanno quello che vogliono e occupano lo spazio della politica perché è come se ci chiedessero: ci credete in questa Europa che avete fatto? E finora la risposta è negativa. Abbiamo una moneta unica ma non abbiamo una politica economica europea. L’Europa è l’unica utopia politica ragionevole, se non è un ossimoro. I singoli paesi, da soli, non sono niente. Quindi non sarà l’economia a salvarci, ma la politica. Il debito della Grecia è il 2% del debito europeo, non è un problema reale. Il problema reale è che la politica deve tornare a decidere e non lo fa».
Che ne pensa di Berlusconi?
«Non vorrei parlare della politica italiana, non ne so abbastanza. Posso dire solo che non condivido chi si presenta come politico dicendo che farà come nelle sue aziende. Perché la politica deve badare all’interesse generale».
Lo scrittore Roberto Bolaño, che dopo la morte è diventato leggendario, era un suo amico. Che ricordi ha?
«Sì, avevo dieci anni meno di lui, entrambi scrivevamo e avevamo pochissimi lettori. Come me, ha cominciato a diventare popolare a circa 40 anni. La cosa triste è che quando ha cominciato a avere successo, tre anni dopo è morto. Ancora oggi mi domando perché prima non lo leggesse nessuno. Lui era un po’ paranoico, come i personaggi dei suoi libri. Ricordo quando in Spagna pubblicarono un’antologia di scrittori delle nuove generazioni, intitolata Pagine Gialle. C’erano tutti, tranne me. Roberto mi chiamò e mi disse: “Javier, sei pieno di nemici! Non ti hanno messo nell’antologia!” E io: “Macché nemici, ma se non mi conosce nessuno”. Quand’è morto è venuta fuori la leggenda dello scrittore maledetto, alcolizzato, eroinomane. Tutte balle, non ha mai bevuto un goccio e non si è mai drogato. Era così cagionevole di salute che non poteva. Ma perché i suoi libri non vendevano anche prima, quand’era vivo? Be’, è andata così, sarà contenta la vedova».
Il suo scrittore preferito è sempre il sudafricano J.M. Coetzee?
«Sempre lui. Romanzi come Vergogna, Elizabeth Costello,eLa Vita e il Tempo di Michael K. sono bellissimi, superiori a tutti gli altri contemporanei».
Giordano Tedoldi