Cesare Maffi, Italia Oggi 17/11/2011, 17 novembre 2011
L’ULTIMA INTESA 33 ANNI FA
Annotatevi questi nomi: Piccoli, Natta, Balzamo, Preti e Biasini. E questi altri: Bartolomei, Perna, Cipellini, Ariosto, Spadolini. Erano i capigruppo rispettivamente di Dc, Pci, Psi, Psdi e Pri (Camera e Senato) che sottoscrissero le mozioni di fiducia al quarto governo Andreotti il 16 marzo 1978, il giorno in cui fu rapito Aldo Moro. Le mozioni erano quelle stringate, spesso in uso per il voto delle Camere in presenza di un nuovo esecutivo: «La Camera (il Senato), udite le dichiarazioni del Governo, le approva e passa all’ordine del giorno».
Dopo trentatré anni si tornerà, oggi, ad approvare ordini del giorno presentati da una maggioranza simile, che molti definiscono di salvezza nazionale, di unità nazionale, di emergenza, mentre altri ripiegano su denominazioni meno tecniche e più polemiche: di compromesso storico, di ammucchiata generale, di inciucio. Non sappiamo se, alle firme dei gruppi che appoggeranno il gabinetto Monti, compresi dunque quelli dei «responsabili», si uniranno altresì rappresentanti delle componenti dei variegati gruppi misti, ché in tal caso l’elenco dei sottoscrittori delle mozioni di fiducia correrebbe il rischio di allungarsi parecchio, com’è dimostrato dalle chilometriche consultazioni di Giorgio Napolitano e da quelle, ancor più defatiganti, di Mario Monti.
Quel che rileva notare è la situazione del tutto anomala che si prospetta. Infatti, la presenza di partiti alternativi e contrapposti, come Dc e Pci un tempo, come oggi Pdl e Pd, è fenomeno appunto rarissimo. Andando indietro nel tempo, prima del ’78, bisognerebbe tornare al 1947, con il terzo governo di Alcide De Gasperi, l’ultimo che imbarcasse le sinistre.
Quel che politicamente importa, da oggi in avanti, è la nascita di una maggioran-za parlamentare che comprende Pdl e Pd, oltre ad altre formazioni e gruppi. Quindi, allorquando il presidente del Consiglio o i singoli ministri vorranno consultare i gruppi che li sostengono, dovranno convocare i capigruppo o i parlamentari responsabili della maggioranza. L’appoggio dato dai partiti sarebbe in sé un appoggio esterno, non essendovi ministri appartenenti a vari partiti; ma è appunto un appoggio esterno anomalo, perché appoggi interni in Parlamento non vi sono. Quindi, dovranno sedere di volta in volta intorno allo stesso tavolo un pidiellino, un democratico, uno del Terzo polo e qualcun altro ancora.
Segnaliamo, invece, un precedente, che diversificò gli appoggi. Il terzo governo Fanfani, sorto nel luglio 1960 dopo la crisi Tambroni, era detto delle convergenze parallele, perché era un monocolore democristiano appoggiato dall’esterno da Pri, Psdi e Pli, con l’astensione delle mezze ali (Psi e monarchici) e l’opposizione delle estreme (Pci e Msi). Poiché repubblicani e socialdemocratici sostenevano l’apertura a sinistra (all’epoca, al Psi; più avanti, venne l’apertura al Pci), cui erano ostili i liberali, le consultazioni frequenti all’interno della maggioranza avveni-vano distintamente: con il Pri e il Psdi insieme e, invece, con il Pli a parte. Poiché il nuovo governo puzza di divergenze parallele, piuttosto che non di convergenze, non è escluso che le future consultazioni di palazzo Chigi e dei vari dicasteri possano avvenire su tavoli separati. Dipenderà dagli sviluppi dell’emergenza (o dell’inciucione).