Notizie tratte da: Giovanni Russo # L’Italia dei poveri # Hacca 2011 # pp. 382, 16 euro., 18 novembre 2011
Notizie tratte da: Giovanni Russo, L’Italia dei poveri, Hacca 2011, pp. 382, 16 euro.Gli operai di SestoDa Milano a Sesto si passa, con il tram fra due quinte di case, quasi senza soluzione di continuità
Notizie tratte da: Giovanni Russo, L’Italia dei poveri, Hacca 2011, pp. 382, 16 euro.
Gli operai di Sesto
Da Milano a Sesto si passa, con il tram fra due quinte di case, quasi senza soluzione di continuità. Solo qualche scorcio di campagna (l’occhio fuggevolmente la intravede dietro gli alti muri di cinta delle fabbriche che si stendono per chilometri), avverte che si è usciti dalla città. (aprile 1955)
Sono venuto a Sesto attratto dalla sua fama di capitale industriale: qui c’è, forse, la più alta concentrazione di officine d’Italia, centinaia di fabbriche che producono, tutto, dall’acciaio, alla gomma, alle radio, per un fatturato di circa 10 miliardi al mese. Si può calcolare in 70.000 persone la popolazione lavoratrice di Sesto.
Un operaio fresatore della Breda guadagna sulle 50 mila lire al mese; rinuncia allo straordinario perché è «contrario ai miei principi politici», sta con la fidanzata una sola volta alla settimana, la domenica, perché il tempo che gli resta dopo il lavoro lo dedica al partito comunista.(aprile 1955)
Tutti i giovani, fino a quando non si sposano, anche se hanno superato i trent’anni, consegnano l’intera paga in famiglia, alla madre di solito, e ricevono ogni settimana la “mancia”, due o tremila lire al massimo per le sigarette e i divertimenti. La domenica vanno a ballare con la ragazza: il ballo è il divertimento più diffuso che i comunisti favoriscono, organizzando feste, perché è un ottimo strumento di proselitismo e i cattolici, invece, combattono aspramente (ma senza successo) perché, come conferma un dirigente locale di AC, “è un diabolico mezzo di corruzione”. (aprile 1955)
«Lo stato d’animo dei giovani di Sesto si può riassumere in due parole: apatie e sfiducia». I giovani lavorano senza entusiasmo perché sono assunti con contratto a termine che viene rinnovato, di solito, ogni tre mesi, restando per anni con il ruolo di manovale.
Qualcuno prova a prendere un diploma di perito industriale. Ma che vita fa? La sera quando esce dalla fabbrica va a scuola, torna a casa e studia fino alle 2-3 di notte, poi la mattina si sveglia presto per andare a lavorare. In pochi riescono a fare questa vita, molti dopo un anno ci rinunciano o si ammalano. (aprile 1955)
Don Antonio conosce bene la vita nelle fabbriche: «L’operaio è tormentato dal sesso. Nell’officina i discorsi sono sempre di questo genere e le barzellette vertono sempre su questo tema. Gli adulteri sono frequenti, le donne spossate corrompono presto le ragazze e il lunedì si parla solo dei “divertimenti” della domenica. La moralità è bassissima, ma non peggiore di un tempo. Molto peggiorata è, invece, in questi ultimi tempi, la natura dei rapporti fra dirigenti e operai». (aprile 1955)
«Nella nostra fabbrica produciamo apparecchi radio e televisori. I pezzi viaggiano su un nastro mobile ai due lati del quale stanno le operaie che debbono compiere determinate operazioni di montaggio, entro un certo numero di secondi: ogni minuto e mezzo un apparecchio è pronto. Ebbene, è proibito andare al gabinetto se non in determinate ore, nelle quali si affollano» (aprile 1955)
«Le racconto un ultimo episodio. L’arcivescovo di Milano Montini, in occasione della consacrazione di uno stabilimento a Santa Chiara, tenne, a Sesto, un discorso a tremila operai in cui parlava dei rapporti tra religione e lavoro. Ebbene, i dirigenti dettero ai giornalisti un testo epurato. Per loro anche monsignor Montini è un rivoluzionario». (aprile 1955)
Comunisti e cacciatori
Le Acciaierie si distendono allo sbocco dell’ampio Viale Benedetto Brin, l’ammiraglio che nel lontano 10 marzo 1884 caldeggiò presso il Parlamento l’istituzione di una fabbrica di corazze per le navi da guerra a Terni, posto sicuro, lontano dalle frontiere e dalle coste e quindi, allora, da ogni offesa nemica. (marzo 1958)
G.S è l’operaio anziano, fonditore, addetto al controllo delle colate di un forno Martin. Ha la struttura necessaria per questo genere di lavoro: le spalle larghe, un collo taurino. È un rappresentante dell’aristocrazia operaia, guadagna una delle paghe più alte: 45 mila lire al mese.
«Da quando c’è la paura dei licenziamenti, la gente lavora con maggiore impegno. I lavativi sono diventati i più attivi». Per la teoria marxista, il lavoro, sotto il timore continuo di licenziamenti ingiustificati, porta a un superfruttamento dell’operaio. (marzo 1958)
Discorso tra operai delle acciaierie di Terni: «Nessuno mi ha saputo spiegare chi ha dato i voti hai democristiani», «Le mogli, che distruggono quello che i mariti costruiscono» (marzo 1958)
«Per combattere il veleno democristiano», è scritto sul foglietto che ha l’operaio, «ascoltate e fate ascoltare Radio Mosca». (marzo 1958)
Marx in periferia
Il segretario della sezione Trionfale a Roma: «Naturalmente il partito ha la sua base soprattutto tra gli operai e gli artigiani, la gente del popolo, ma ha anche notevole forza nel ceto medio. Su ventinove cellule, tra maschili, femminili e aziendali, otto sono composte da elementi della piccola borghesia:impiegati di banca, piccoli commercianti, bottegai, avvocati, anche avvocati. Che hanno solo un difetto: quello di parlare troppo». (giugno 1954)
Nella Valle dell’Inferno, sulle pendici di Monte Mario, le catapecchie dei lavoratori a giornata, dei disoccupati, immigrati d’Abruzzo e dal Meridione, accanto agli scatoloni di cemento dei nuovi palazzi che i comunisti chiamano “di lusso”, abitanti da borghesi che , spesso, si sono indebitati fino ai capelli per realizzare il sogno della casa. (giugno 1954)
«Ecco parrà strano ma proprio tra i “baraccati” è più difficile penetrare, mentre ci siamo accorti, con sorpresa, che nelle zone nuove, che avevamo trascurate, abbiamo raccolto molti voti di simpatizzanti che non conosciamo ancora». (giugno 1954)
«Fino a qualche tempo fa, i dirigenti dell’Azione Cattolica, lasciavano ancora ai loro iscritti la libertà di intervenire ai dibattiti che organizziamo tra i giovani del quartiere. Ma quando si sono accorti che, ogni volta, c’è qualcuno che passava nelle nostre file, mentre non accadeva mai il contrario, hanno vietato ogni contatto con noi. Sa che fino a qualche mese fa la nostra Sezione giovanile è stata retta da ex iscritti all’AC?Siamo più tenaci dei frati» (giugno 1954)
«Il 90% dei nostri iscritti sono cattolici. Molti potrà vederli con lo stendardo e il cero in processione. Alcune compagne sono quasi delle beghine, vanno a Messa e fanno la comunione» (giugno 1954)
Trapelava, dalle parole dei congressi siti, una vita grigia, monotona, con compiti minuti e fastidiosi, in cui non si riusciva a vedere la luce di un vero entusiasmo, ma solo la fatica di mantenere questi contatti con la maggioranza degli iscritti, gente invece comune, normale, che risponde nei momenti di mobilitazione generale ma, per il resto, non ha voglia di frequentare le riunioni di cellula e preferisce andare a passeggio, al cinema, all’osteria. (giugno 1954)
L’amministratore della sezione presentò un oscuro bilancio finanziario. La metà degli iscritti non era in regola col pagamento dei bollini. Immediatamente un giovane delegato offrì un contributo finanziario. Intanto un altro andava in giro, con una bandiera ripiegata sugli avambracci, a fare una colletta. Non c’era molto entusiasmo nel tirar fuori il denaro. (giugno 1954)
Dissidenti e conformisti
Si sapeva che Antonio Giolitti, nipote di Giovanni, dissentiva profondamente da Togliatti. Era naturale pensare alla singolarità del fatto che Togliatti avesse dovuto avere come antagonista proprio il nipote dell’unico liberale verso il quale aveva mostrato simpatie ed espresso giudizi favorevoli. (dicembre 1956)
La vocazione difficile
Perché con don Paolo, che è un prete intelligente, è possibile parlare con libertà di queste cose, discutere, sapere anche della vita vera, quella che effettivamente si svolge tra le mura delle camerate o nei cortili silenziosi dei seminari romani, regolata come in una caserma dal suono dei campanelli e dai segnali luminosi. Uno spiraglio si apre finalmente in un muro che sembrava impenetrabile. Con gli altri non è stato possibile. Avevano paura. Non riuscivano a capire perché mai un estraneo volesse avvicinarsi a certi argomenti, sapere certe cose, e sospettavano chissà quali oscuri propositi e quali pericoli.
Nel seminario romano di San Giovanni, don Paolo mi ha mostrato l’ala in cui, segregati dai seminaristi, vissero prima De Gasperi, Nenni, Bonomi, Bencivenga e poi alcuni fascisti. Per entrarvi era necessaria una parola d’ordine e un portiere vegliava notte e giorno dinanzi la porta. (marzo 1958)
I seminaristi vivono come in una gabbia di vetro, separati completamente dal resto degli uomini, come se non dovessero un giorno starvi in mezzo e fossero destinati una vita di clausura, di astrazioni e di meditazioni fino alla morte. (marzo 1958)
Nei seminari minori è proibito tenere specchi e uno specchietto, nei seminari maggiori è tollerato per permettere di radersi la barba. Se poi il seminarista cade ammalato è molto difficile che si conceda a un parente di visitarlo in camera. Bisogna che si tratti di una malattia veramente molto grave. (marzo 1958)
La passeggiata dura un’ora e viene fatta per le strade dei dintorni. È raro che il seminarista, anche quando sta per terminare i corsi di teologia e cioè a ventiquattro o venticinque anni, esca da solo. E, quando capita, per un particolare motivo, gli viene assegnato prima di uscire un percorso che deve seguire con proibizione assoluta di passare per le vie del centro. Lo sport viene praticato poco e male. Un poco di ginnastica si pratica pro forma dal 1938. Nessuna meraviglia quindi se sono alte le percentuali dei nevrastenici e dei malati di TBC specie negli ultimi anni del corso. (marzo 1958)
«Le vacanze sono la vendemmia del demonio» (Monsignor Piazza) (marzo 1958)
Il reclutamento dalla più tenera età viene d’altra parte compiuto solo in pochi paesi del mondo, tra cui la Spagna e, in misura molto minore, la Francia. Altrove è stato abolito, e il giovane entra in seminario solo dopo i quindici o sedici anni, quando, cioè, ha la piena possibilità di rendersi conto dell’atto che compie. E non potrò dimenticare lo stupore di un giornalista americano cattolico che, mentre percorrevamo in macchina una strada del Mezzogiorno, bloccò i freni indicandomi una fila di piccoli seminaristi che sbucava da un viottolo di campagna. Dura fatica per spiegargli di che si trattava. (marzo 1958)
Un’inchiesta condotta da un ecclesiastico tra milleduecento comunisti di tutte le categorie, ha dato i seguenti risultati: il 20 % si è pronunciato contro la religione, il 10% contro la Chiesa, il 60% contro il Papa, il 90% contro i preti. Il prete è considerato, specialmente nelle campagne – dove il comunismo si è diffuso e la situazione economica dei contadini, tra cui vengono principalmente reclutati i sacerdoti, in genere è migliorata- non più come elemento superfluo, ma come un elemento socialmente nocivo. (marzo 1958)
La Bibbia a Benevento
Tornò, dopo quarant’anni, dal Brasile Giovanni “O’Suonno” che aveva allora 55 anni. Divenne pentecostale in quella terra strana di cui raccontava storie favolose. Diceva che, una volta, aveva fermato un treno, insieme con degli amici, ostruendo i binari con una zucca di cento quintali. (luglio 1955)
Gelsomino ha frequentato le elementari fino alla seconda classe, ma aveva dimenticato quel poco che aveva appreso. Ha imparato a leggere bene, come tutti gli altri pentecostali, sulla Bibbia, e ora parla correttamente, con tono ispirato, citando, ogni tanto, versetti del Vangelo compresi i numeri dei capoversi. (luglio 1955)
«Per la Quaresima vennero a predicare due frati passionisti. Due pentecostali furono invitati da uno dei frati a un contraddittorio, in una casa privata. I due “fratelli” accettarono e molta gente si raccolse nella stanza dove il contraddittorio sarebbe dovuto avvenire. I pentecostali volevano però discutere su un testo della Bibbia, i frati sull’altro. Mentre si svolgeva questa discussione, uno dei frati, nella foga, batté irritato un pugno sul tavolo dove era aperta la Bibbia e, nello stesso istante, il pavimento della stanza crollò. Tutti caddero nel piano inferiore da un’altezza di circa tre metri e fortunatamente se la cavarono senza ferite, eccetto il frate che aveva battuto il pugno, il quale riportò una ferita non grave. Gelsomino ed altri “fratelli” credono in un segno del signore: l’episodio è entrato ormai a far parte della loro leggenda». (luglio 1955)
Valentino mi dice che sui pentecostali si raccontano spesso cose inventate. Una volta un commissario di polizia chiese ad uno di loro se fosse un “tremolante”. «Voi siete un tremolante?» gli chiese. «No», rispose colui. «Stendi la mano». L’uomo stese la mano e il commissario la guardò, poi disse: «Ma tu non tremi». Quindi stracciò la denuncia che era stata fatta contro di lui. (luglio 1955)
La marcia su Roma
Benché i parcheggi utilizzati dalle automobili siano numerosi e lo “spazio libero” assai ristretto, si moltiplicano i guardiani abusivi. Costoro difendono ormai il diritto di controllare mezzo marciapiede di un isolato o l’angoletto di una piazza e, la domenica, sostituiscono i custodi dell’Aci, che fanno festa come tutti i lavoratori. Fino a qualche hanno fa il mestiere era molto redditizio: in cinque anni uno di questi guardiani volontari (un napoletano piccolo, con gli occhiali, servizievole e adulatore) è riuscito a mettere da parte tanto da aprirsi un’autorimessa. Però continua a mandare il figlio, che ha sedici anni ed è cresciuto, si può dire la fra le automobili, a “lavorare” in una traversa di via Veneto. Il ragazzo è combattuto fra il desiderio dei soldi che raccoglie così facilmente e un sentimento di vergogna per un’attività che rassomiglia tanto all’accattonaggio.
La polizia ha schedato tutti i poveri di Roma: il risultato è che le persone prive di mezzi di sussistenza sono circa centomila. (luglio 1956)
Tabacco e venere
Il confine tra le due Genova è tracciato da via Balbo e dalle gallerie sotto cui sferragliano i tram. È un confine che non è segnato solo dalla strada ma da una serie di principi: da una parte ci sono il decoro e l’onestà dei genovesi, dall’altra parte ci sono il disordine e l’illegalità. Per questo le scritte di out of bounds, tracciate all’ingresso dei carugi per le truppe alleate, non sono state più cancellate. (aprile 1950)
Il numero complessivo degli immigrati a Genova non si conosce con precisione. Certo che alla cifra ufficiale di 638 mila abitanti bisogna aggiungerne almeno altri 100 mila non iscritti all’anagrafe. In un quartiere di Genova, a Piccapietra, una recente inchiesta condotta dal Comune ha accertato che su 680 famiglie, 135 erano composte da una unità e 100 da due unità. Costoro vivono quasi tutti di espedienti più o meno illegali ai margini del porto e abitano alla meglio un po’ dovunque. (aprile 1950)
I veri guadagni li realizzano con piccole truffe, i cosiddetti “bidoncini”. Un ragazzo marchigiano mi spiega volentieri il meccanismo di queste truffe. Non lo sfiora nemmeno da lontano il sospetto che si tratti di qualcosa di illecito: è solo per lui un gioco facile e affascinante per procurarsi denaro. Si tratta di usare nel pagamento delle sigarette ai marittimi stranieri biglietti da cento lire italiane di vecchio taglio che possono confondersi con facilità con quelli da cinquecento o di sostituire il pacchetto di sigarette che il marinaio offre, con un altri ripieno di segatura. Questi trucchi, mi assicura Domenico, riescono sempre, specie con gli svedesi o i norvegesi. (aprile 1950)
Secondo Domenico, le ragazze che fanno la vita nei dancing sono più di 2 mila, provenienti da tutta Italia. Una buona parte è regolarmente registrata, ma molte, arrivate di nascosto, vengono catturate dalla squadra del buon costume e rispedite ai luoghi di provenienza. «Non crediate» dice Domenico «che il loro mestiere sia così semplice come sembra. Esse devono fare esercizi di ballo, spesso complicati, per attirare l’attenzione, bere liquori quando desidererebbero una bistecca, stare in piedi fino alle due o alle tre di notte. Ci vuole un fisico robusto per resistere. La maggior parte, dopo due o tre anni di questa vita, finisce all’ospedale». (aprile 1950)
Il Joe Louis Bar e il Texas Bar sono frequentati dai negri della flotta americana. È raro che un bianco venga qui, (c’entra solo la polizia americana e italiana) e che un negro americano vada negli altri dancing. Si conservano anche a terra le distinzioni razziali. Ai loro compatrioti non garba neppure qui di vederli divertire con le stesse donne con cui si divertono loro. «Vengono soprattutto per questo, per farsi fotografare e mostrare quando tornano a casa che sono stati a far l’amore con una donna bianca». (aprile 1950)
Seduto a un tavolino, un giovanetto negro vestito con ricercata eleganza e che avevo già notato in una trattoria insieme con dei negri portorichesi, tira Domenico per la giacca. «Questo», presenta Domenico, «è Mike, figlio di uno sciumbasci dell’Eritrea, che ha laggiù una avviata trattoria. E scappato due mesi fa da Massaua a bordo di una nave americana». Mike lo guarda con uno sguardo inebetito: «Sicuro», dice, «io venuto in Italia perché amare l’Italia». Poi si rimette a guardare di nuovo dinanzi a sé e la testa ogni tanto gli penzola. Deve essere ubriaco. Un marinaio negro americano lo afferra per un braccio e lo trascina a bere vicino al bancone. «Poverino, quello lo abbiamo rovinato noi», dice Domenico, mentre usciamo dal Joe Louis Bar. «Era venuto in Italia con l’idea di trovare fanfare e soldati pronti a riconquistare l’Eritrea. Adesso non fa altro che cercare negri e ogni sera viene a ubriacarsi qui. Vive arrangiandosi alla meglio. Ho idea che cerchi anche lui un imbarco per tornarsene là donde è partito». (aprile 1950)
I poveri di Venezia
«l’aristocrazia veneziana” dice il dottor T., « non ha più una personalità che la rappresenti degnamente. I palazzi nobiliari sono passati, quasi tutti, in mani altrui: o sono stati adibiti a uffici pubblici o sono stati acquistati da ricconi stranieri, sudamericani o inglesi, che li usano per le loro feste cinematografiche. La borghesia intellettuale e liberale, anche per le emigrazioni dei migliori, è scaduta, a parte pregevoli eccezioni, a un livello mediocre. Venezia è diventata ciò che appare, uno scenario traforato, una città “turistica” non tanto diversa dalle immagini dei film americani in technicolor, una specie di Capri dove gondole, laguna e luna sostituiscono grotte marine, sole e canzonette napoletane. Anche il suo prezioso corpo, ornato di merletti, decade. Le fondamenta sono decrepite, mangiate dall’acqua. Nonostante tanti clamori, ancora non si pone mano a seri rimedi. C’è il rischio che Venezia frani, una notte, nell’acqua». (novembre 1951)
Le formiche girovaghe
«Valvori vive soltanto d’inverno», «Gli abitanti di Valvori sono come le formiche le quali, d’inverno, chiuse nei loro rifugi, si nutrono col cibo che hanno faticosamente raccolto durante la buona stagione.Se volete, potete definirli le “formiche d’Italia”. Sono milletrecento ma, appena comincia la primavera, ne restano in paese appena un centinaio». Circa duecento partono per l’Inghilterra, diretti quasi tutti a Londra, dove esercitano da cinquant’anni, proficuamente, il mestiere di gelatiere. Molti hanno la cittadinanza britannica e possiedono bar e pasticcerie ben avviate. Ma gli “inglese”, così li chiamano i compaesani, tornano a Valvori nei mesi freddi, in cui non si consumano gelati. Il resto della popolazione lascia il paese per una vita molto più dura e avventurosa. Tra marzo e aprile, si sparge per l’Italia ad esercitare due attività: il suonatore girovago e il cestaio. (gennaio 1957)
Trieste occupata
«Si è creata a Trieste una burocrazia elefantesca. Accanto agli organismi alleati persistono, con funzioni non si sa bene più quali siano, tutti gli organismi dello Stato italiano che hanno solo cambiato di nome. Il prefetto si chiama Presidente di zona e la Giunta amministrativa Consiglio di zona e così via. Il prefetto non ha nessun potere sulla polizia, che dipende direttamente dal governo alleato. Anche per l’amministrazione della giustizia esistono tribunali italiani e tribunali alleati e c’è una specie di Cassazione, una commissione composta da ufficiali alleati che dirime i conflitti di giurisdizione, interpretando le leggi italiane che convivono accanto alle ordinanze alleate. Metta insieme le due burocrazie ( e per quanto si dica, in fatto di burocrazia gli inglesi e gli americani non sono inferiori agli italiani) e vedrà che la cosa più difficile a Trieste è svolgere una pratica amministrativa e ottenere anche un semplice documento come un certificato di residenza o una cittadinanza».(gennaio 1957)
«Gli alleati si sono fitti in capo di insegnarci perfino a cammianare. È una mania degli inglesi. Nei punti centrali altoparlanti richiamano il passante che non cammina tra le righe, e le multe fioccano, per l’inosservanza anche dei più piccoli divieti come per esempio il “vietato fumare” nei cinema». (gennaio 1957)
La Cassia in vetturetta
A Siena pranziamo a piazza del Campo, in una trattoria di fronte al Palazzo Pubblico. A un tavolino dietro il nostro, una coppia di svizzeri aspetta il resto del conto. Il maschio, un omone biondastro dalla faccia arrossata per il troppo Chianti bevuto, canticchia in francese una canzonetta sconcia. Quando il cameriere gli porta il resto controlla il denaro e inizia a sbraitare. Sostiene di avergli consegnato un biglietto da diecimila lire ma il cameriere ribatte di averne avuto da lui uno da cinquemila. Visto che il cameriere non gli dà retta, scaglia a terra prima una bottiglia, poi un’altra , infine un bicchiere. Continua a minacciare «je casse tout», e non intende ammettere di aver potuto scambiare un biglietto da diecimila con un o da cinque. L’oste per evitare che la situazione si complichi chiama la polizia. Esce dall’interno della trattoria, dove sedeva a un tavolino seminascosto, un vecchio prete, minuto e lindo, dal volto gentile, che, inaspettatamente, si ferma e si rivolge a noi commentando l’episodio: “Altro che chiamare la polizia”, dice, “con tipi come quelli ci vogliono pochi discorsi. Sa cosa avrei fatto io? Gli avrei dato una bella bastonata sulla testa, appena ha cominciato a urlare e l’avrei mandato a stendersi sotto al tavolo”. E dopo ci ha cortesemente salutato, borbottando: “Una bella bastonata, ecco ciò che ci voleva”. (aprile 1957)
L’italiano a Cavourstrasse
Nel ’39, in accordo con il Reich, si decise di indire un referendum in Alto Adige per permettere di trasferirsi in Germania a coloro che lo desiderassero, quasi tutti optarono per il trasferimento. La propaganda nazista, fatta da specialisti in materia, ebbe facile gioco, e non esitò a ricorrere anche a violenze, a manovre di ogni genere e a spargere voci allarmistiche come quelle del trasferimento oltre il Po di tutti coloro che avessero optato per l’Italia. Le opzioni furono un grosso affare per molti capi nazisti del posto e per la Germania che aveva debiti con l’Italia. Nel periodo ’43-’45 si ebbe qui una vera reazione antitaliana. I soldati italiani che si erano rifugiati nelle valli, dopo l’armistizio, venivano snidati e consegnati ai tedeschi della popolazione locale. E venivano perseguitati tutti coloro che avevano optato per l’Italia. Nacquero in quell’occasione molti rancori e odi non spenti del tutto. (ottobre 1950)
Ritrattini napoletani
Quanti napoletani (e non lo sanno) rassomigliano al glorioso Pulcinella. All’una di notte in un angolo di piazza della Carità. Tre uomini parlano sotto l’insegna al neon di un bar ancora aperto. Uno di essi racconta come avrebbe potuto facilmente imbrogliare un tale che credeva di poter imbrogliare lui. Egli per generosità, non solo gli dimostrò di averne capito le intenzioni, ma gli spiegò anche per filo e per segno come avrebbe potuto farlo cadere in trappola e “legalmente”. Questo discorso è affascinante. Ma più affascinante è il naso del narratore, un naso straordinariamente eloquente, identico a quello della maschera di Pulcinella. (aprile 1957)
Mario mi assicura che il maggior tecnico della circolazione stradale degli Stati Uniti è incaricato di trovare una soluzione al problema del traffico. Questo personaggio avrebbe compilato una relazione per il sindaco. Domando se l’onorario chiesto dal tecnico americano è molto alto e Mario mi risponde sorpreso e quasi scandalizzato di una simile domanda: «Non prende onorario, lo fa gratis, per amicizia». Non dice amicizia con chi ma è chiaro che si riferisce al sindaco Lauro, il quale ha assunto da poco anche un centinaio di nuovi vigili urbani, in gran parte diplomati o laureati, che in attesa dell’uniforme fanno servizio in abito borghese con un bracciale azzurro. (aprile 1957)
Il figlio dell’emigrante
Matteo, nato a Boston dove emigrò suo padre da Avellino, è di idee democratiche, ma quando parla dei comunisti di Torre Annunziata che, insieme coi socialisti, hanno la maggioranza nell’amministrazione comunale, la voce gli si altera. «I primi tempi», racconta, «ogni azienda ha una vita difficile. Bisognerebbe favorirne lo sviluppo che avvantaggia tutti perché si crea una nuova fonte di lavoro. Invece il sindaco comunista cominciò subito a sobillarmi contro i dipendenti. Fece anche affiggere un manifesto accusandomi di usare "sistemi ultratlantici". E questo perché? Gli autisti, durante il servizio, non tenevano il berretto in testa, fumavano, partivano in anticipo, arrivavano in ritardo. Cominciai ad infliggere multe, poi ne licenziai qualcuno. Allora la Camera del lavoro proclamò uno sciopero di ventiquattro ore. Io però riuscii ad effettuare egualmente il servizio. La sera telefonai al sindaco chiedendogli se fosse contento del fatto che la cittadinanza, nonostante lo sciopero, non aveva subito disagi. E lui mi rispose: “Come sindaco sono contento, come compagno no. In democrazia il sindaco deve rappresentare la città e dimenticare il partito, non le pare?”»
“molti amici mi sconsigliavano, non capivano perché volessi investire denaro in Italia mentre avevo la possibilità di vivere in America. E cominciai a pensare che non avessero tanto torto quando, dopo sei mesi dalla domanda per la concessione della prima linea di autotrasporti, non ebbi ancora risposta. Allora mi recai a Napoli all’ufficio competente. «Il direttore mi disse che la mia pratica era in archivio, ma che l’archivista era uscito per comprare i maccheroni. La cercai da me e gliela feci firmare». (agosto 1955)
La patria americana
A Pontelandolfo, come in molti altri paesi meridionali, le cause dell’emigrazione non sono soltanto economiche, (pure se queste sono le principali), ma anche psicologiche e sociali. «Nascono», mi dice la farmacista, «con l’idea di emigrare». «I bambini a scuola» afferma una maestra «dichiarano di voler studiare perché con il diploma è più facile ottenere un permesso di emigrazione». (agosto 1955)
I tredici briganti
La storia è accaduta a P., il paese di mia madre (...)
Intanto a casa nostra bisognò mettere i sarti a lavorare giorno e notte per preparare quello che i briganti avevano chiesto. Bisognò cucire un corredo completo: 13 paia di camicie, 13 paia di calzini, 13 paia di mutande, 13 giacche, 13 pantaloni, 13 gilè, 13 maglie, 13 cappelli, 13 paia di scarpe. Più mille ducati d’oro che il mio bisnonno dovette andare in giro a farsi prestare. E tutto in una settimana perché i briganti non volevano aspettare di più: erano sporchi e strappati e avevano bisogno di vestiti nuovi. Per questo si vendettero più tardi alcune terre e i fratelli del nonno andarono in America per pagare i debiti. Ma zio Vito tornò sano e salvo, anche se sporco di terriccio e con le foglie nei capelli. (senza data)
I preti di Vallone
Di don Carlo poi, si sapeva che si recava sempre a casa di una contadina che abitava un po’ fuori del paese. Era un prete basso con una spalla storta, ma con un viso allegro e bonaccione. Sorrideva sempre e barbugliava. Quel poco di latino che ricordava si riduceva alle tre formule principali del battesimo, dell’assoluzione e dell’estrema unzione. Quando passava i ragazzi gli correvano dietro e gli tiravano la tonaca. E lo seguivano fin fuori del paese, gridando: «Angelina t’aspetta, Angelina t’aspetta». Una volta, mentre lui era dentro, tirarono il travetto e don Carlo non potette più uscire. Dovette chiamare i vicini che andassero ad aprirgli. Uno scandalo che non servì a nulla. Tutti continuarono a volergli bene lo stesso e, al sabato, le donne facevano la fila in chiesa per confessarsi da lui, perché non stava neanche a sentire i peccati e assolveva sempre. (senza data)
Festa in paese
E una mattina si vide che un calzolaio di L., che era venuto a vendere suola a P. e prima del calzolaio faceva il boscaiolo, viveva in casa di Carmela. Carmela gli comprò il banchetto, lo spago, i chiodi, la pece, il martello, tutto ciò che serve per lavorare. E tutto naturalmente fu comprato con i soldi del marito. Ma i nipoti di Vitangelo, quando seppero quello che succedeva, scrissero in America una lettera. E una notte, dopo tre o quattro mesi che la lettera era partita, sentirono bussare alla porta. Vestito di nero, all’americana, con in mano il cappello e i guanti, anch’essi neri, sicché risaltava ancora di più il colore rosso della pelle, Vitangelo salì le scale della casa del fratello, trascinandosi dietro una cassetta di legno che aveva portato con sé nel viaggio di ritorno. Poi, dopo aver avvertito di non parlare con alcuno del suo arrivo, aprì la cassetta e tirò fuori un mantello che ripiegò sul letto, due grossi pacchi legati e un fucile nuovo che pose delicatamente sul mantello. Nella cassetta c’erano anche un altro vestito nero, un paio di scarpe, calzini e cravatte di quelle a poco prezzo che si vendono nei grandi magazzini americani, uno scialle e due bambole dai capelli biondi. In un angolo, avvolto in un fazzoletto, un mucchio di dollari. Vitangelo mise tutte quelle cose in bella mostra sul letto. «Questa roba», e indicò lo scialle e le scarpe di donna, «è per tua moglie», disse al nipote. «Quest’altra», e indicò le bambole e il resto, «gliele consegnerete voi dopo. Questi danari», e aprì il fazzoletto, «serviranno per mantenerle quando sarò dentro. Questo», e indicò il fucile e il mantello, «è roba mia».Vitangelo rimase nascosto per tre giorni nella casa dei nipoti e, per tre giorni, nessuno fiatò. Egli se ne stava sempre dietro la finestra e scendeva nella stanza di sotto solo per mangiare. La sera del terzo giorno si avvolse’nel mantello, nascose il fucile sotto di esso e montò sul carretto dove aspettava, già pronto, il nipote che avrebbe guidato il cavallo. Arrivarono a P. a notte alta. Il cavallo era fresco e saliva in fretta le strade che Vitangelo aveva fatto tante volte quando ritornava dall’aver venduto i sacchi di peperoni. Anche allora aveva il fucile sotto la coperta per via del danaro che aveva nella cassetta. Il carretto si fermò fuori del paese e Vitangelo, lasciato il nipote ad aspettarlo, s’inoltrò nei vicoli oscuri fin dietro la sua casa. Scavalcò il muro dell’orto e salì sul tetto della stalla. Di qui, per una finestruola, guardò nella camera da letto. Carmela dormiva con il calzolaio accanto. Vitangelo levò il fucile di sotto il mantello e piano piano prese la mira. Ma non osò sparare. In mezzo ai due le sue bimbe stavano abbracciate con i capelli biondi sul cuscino. Vitangelo si trasse indietro. Con un balzo scese giù dalla stalla, riguadagnò la strada e raggiunse il posto dove aspettava il nipote.Per altri tre giorni se ne stette nascosto, fino alla sera della festa di sant’Antonio. La festa si celebra giù nello spiazzale della Certosa dove suona la banda e sparano i fuochi d’artificio e tutto il paese scende a vedere. Appostato dietro un albero Vitangelo attese e alla fine vide venire la moglie e il calzolaio che si recavano insieme a sentire la musica e a sorbire il gelato. Questa volta non esitò: due colpi e Carmela giacque morta all’istante, mentre il calzolaio rotolava moribondo fin sotto l’albero. Vitangelo attese sotto l’albero che lo venissero a prendere i carabinieri, mentre intorno a lui scendevano cascate luminose come una pioggia di fiori rossi. (Maggio 1951)
Vagabondaggio siciliano
Rcconta l’autista che, quando era piccolo, la madre gli diceva che i morti sarebbero venuti a portargli i doni durante la notte e che lui e i fratelli si addormentavano tremando e si risvegliavano, ogni tanto, sentendosi tirare i piedi da gelide mani. Ma, al mattino, dinanzi ai regali dei morti dimenticavano la paura della notte. (giugno 1956)
A Palermo pochi comprano le utilitarie, anche le nuove Seicento, perché sono considerate “automobili” solo le macchine fuori serie, e, comunque, quelle dalla grossa cilindrata. Il minimo tollerabile solo le Millecento. Chi non è in grado di acquistare almeno una di queste, trova più dignitoso andare a piedi. (giugno 1956)
B. conclude raccontando la sua visita a casa di una di queste giovani signore borghesi, accanita partigiana di Danilo Dolci. Gli venne ad aprire la porta un bambino di sei o sette anni con il grembiule.Dopo un po’ lo vide entrare nel salotto con il vassoio dei rinfreschi e capì che il bimbo faceva il servitore. La signora gli disse che si trattava di un ragazzo fortunato perché a casa di lei non soffriva la fame. (giugno 1956)
Il più bello di tutti è un giovane alto, muscoloso, che indossa uno slip bianco e appare alle straniere come l’incarnazione di un dio marino. A lui basta passare due, al massimo tre volte, lungo la riva per distendersi poi all’ombra, accanto a qualche bionda tedesca o danese. Questo giovane compare ogni giorno sulla spiaggia, ma non è sempre lo stesso perché ha un fratello gemello identico a lui. Anche gli amici riescono a distinguerli solo sentendoli parlare.I due fratelli non vengono mai insieme ma a turno: hanno creato una specie di società che serve a risparmiare energie e a dividersi gli svaghi; frequentano, alternativamente, una sera ciascuno, la donna che uno dei due ha conquistato. Ogni mattina hanno l’accortezza di raccontarsi i particolari dell’incontro della sera prima, in modo da evitare confusioni e errori.
(giugno 1956)
Sgocciato -
La miseria e l’arte di arrangiarsi
MAMMA Tutti i giovani, non sposati, anche se hanno superato i trent’anni, consegnano la paga alla madre e ricevono ogni settimana la “mancia”, due o tremila lire. (aprile 1955)
PAURA Fa notare l’operaio: «da quando c’è la paura dei licenziamenti, la gente lavora con maggiore impegno. I lavativi sono diventati i più attivi». (marzo 1958)
GABBIA I seminaristi vengono spesso reclutati troppo giovani perché sia una scelta cosciente. Vivono separati dal resto degli uomini. Solo se il seminarista ha una malattia veramente grave, si concede ad un parente di visitarlo. (marzo 1958)
DEMONIO «Le vacanze sono la vendemmia del demonio» (Monsignor Piazza) (marzo 1958)
NOCIVO Un’inchiesta condotta da un religioso tra 1.200 comunisti: il 20% è contro la religione, il 10% contro la Chiesa, il 60% contro il Papa, il 90% contro i preti. Il prete è considerato non più superfluo, ma socialmente nocivo (specie nelle campagne, dove il comunismo si è diffuso e la situazione economica è migliorata). (marzo 1958)
BRASILE Quando è tornato, dopo quarant’anni, dal Brasile Giovanni “O’Suonno”, aveva 55 anni. È diventato pentecostale in quella terra di cui racconta storie favolose: una volta, ha fermato un treno, insieme a degli amici, ostruendo i binari con una zucca di cento quintali. (luglio 1955)
TREMOLANTI Sui pentecostali dicono cose inventate. Un commissario chiede ad uno di loro: «Voi siete un tremolante?», «No», risponde. «Stendi la mano». L’uomo stende la mano e il commissario dice: «Ma tu non tremi». Quindi straccia la denuncia fatta contro di lui. (luglio 1955)
RESISTERE Le ragazze che fanno la vita nei dancing di Genova sono più di 2 mila. «Devono fare esercizi di ballo complicati, per attirare l’attenzione, bere liquori quando vorrebbero una bistecca, stare in piedi fino alle tre di notte. Ci vuole un fisico robusto per resistere. La maggior parte, dopo un po’ di questa vita, finisce all’ospedale». (aprile 1950)
SCHEDATI La polizia ha schedato tutti i poveri di Roma: le persone prive di mezzi di sussistenza sono circa centomila. (luglio 1956)
ABUSIVO Il mestiere è molto redditizio: in cinque anni un parcheggiatore abusivo è riuscito a mettere da parte tanto da aprirsi un’autorimessa. Il figlio di 16 anni invece, continua a “lavorare” in una traversa di via Veneto. (luglio 1956)
NEGRI Il Joe Louis Bar e il Texas Bar sono frequentati dai negri della flotta americana. È raro che un bianco venga qui e che un negro vada negli altri dancing. Ai loro compatrioti non piace di vederli divertirsi con le stesse donne con cui si divertono loro. «Vengono per farsi fotografare e mostrare che sono stati a far l’amore con una donna bianca». (aprile 1950)
FORMICHE Gli abitanti di Valvori sono 1.200; a primavera ne restano appena un centinaio. Duecento partono per l’Inghilterra, dove esercitano il mestiere di gelatiere. Tornano a Valvori nei mesi freddi, quando non si consumano gelati. Il resto della popolazione lascia il paese tra marzo e aprile, si sparge per l’Italia ad esercitare due attività: il suonatore girovago e il cestaio.(gennaio 1957)
GENEROSITA’ A Napoli tre uomini parlano sotto l’insegna di un bar: uno racconta come avrebbe potuto facilmente imbrogliare un tale che credeva di poter imbrogliare lui. Per generosità, non solo gli dimostrò di averne capito le intenzioni, ma gli spiegò anche come avrebbe potuto farlo cadere in trappola e “legalmente”. (aprile 1957)
VESTITI NUOVI Zio Vito rapito, i sarti lavorano giorno e notte per preparare quello che i briganti vogliono. Cuciono un corredo completo, 13 di tutto: camicie, calzini, mutande, giacche, pantaloni, gilè, maglie, cappelli, scarpe. Il bisnonno si fa prestare i mille ducati d’oro da consegnare. Tutto in una settimana perché i briganti non vogliono aspettare di più; sono sporchi e strappati e hanno bisogno di vestiti nuovi. Zio Vito torna sano e salvo. (senza data)
AMERICANO «Molti amici non capivano perché volessi investire denaro in Italia quando potevo vivere in America. Non avevano torto. Dopo sei mesi dalla domanda per il permesso della prima linea di autobus, non avevo ricevuto risposta. Mi recai a Napoli all’ufficio competente. Il direttore disse che l’archivista era uscita per comprare i maccheroni. La cercai e gliela feci firmare». (agosto 1955)
PERMESSO A Pontelandolfo le cause dell’emigrazione non sono solo economiche, ma anche psicologiche e sociali. «La gente nasce con l’idea di emigrare». «I bambini a scuola» dice una maestra «dichiarano di voler studiare perché con il diploma è più facile ottenere un permesso di emigrazione». (agosto 1955)
FAME B. visita una giovane signora borghese, accanita partigiana di Danilo Dolci. Gli apre la porta un bambino di anni con il grembiule. Poi lo vede entrare nel salotto con un vassoio e capisce che il bimbo fa il servitore. Per la signora si tratta di un ragazzo fortunato perché a casa sua non soffre la fame. (giugno 1956)
FESTA Vitangelo è emigrato in America. Spedisce a casa i solidi per la moglie e le due figlie. Un giorno torna al paese. È stato avvertito che Carmela si è messa in casa un calzolaio; con i soldi del marito gli ha comprato tutto il necessario per lavorare. Il giorno della festa di Sant’Antonio Vitangelo si apposta dietro un albero e aspetta. Quando vede Carmela e il calzolaio spara due colpi e rimane ad aspettare l’arrivo dei carabinieri. (maggio 1951)
DIGNITA’ A Palermo pochi comprano le utilitarie, sono considerate “automobili” solo quelle di grossa cilindrata. Il minimo tollerabile sono le Millecento. Chi non è in grado di acquistare almeno una di queste, trova più dignitoso andare a piedi. (giugno 1956)
Notizie tratte da: Giovanni Russo, «L’Italia dei poveri», Hacca euro 16,00