Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  novembre 18 Venerdì calendario

PARIGI

«Lo spread fra i nostri tassi e quelli tedeschi è ingiustificato», martella da giorni il ministro del Bilancio, Valérie Pécresse. E il collega delle Finanze, François Baroin, ha voluto ieri rassicurare e rassicurarsi dopo la riuscita emissione di 8 miliardi di obbligazioni: «Non c´è sfiducia nei confronti della Francia. Il livello dei nostri tassi corrisponde a condizioni di finanziamento favorevoli. Le tensioni agitano prima di tutto il mercato secondario, più esposto alla speculazione sui tassi. Sul mercato primario, i nostri collocamenti si svolgono in condizioni soddisfacenti». E´ vero che le richieste sono state alte (le scadenze variavano tra i due e i dieci anni), i tassi restano contenuti, lo spread, che in mattinata era salito a 200 punti base, è ridisceso a 175. Ciò nonostante, la situazione è tutt´altro che rosea: fra i sei paesi dell´eurozona con la tripla A (gli altri sono Germania, Olanda, Austria, Finlandia e Lussemburgo) la Francia è quella in condizioni più difficili.
Perché la crisi del debito italiano apre la strada agli attacchi della speculazione, certo. Ma anche perché i suoi fondamentali non sono così buoni come vorrebbe far credere il governo. I mercati sono convinti che la perdita della tripla A sia ormai una questione di mesi. E´ probabile che le agenzie di rating evitino di interferire nella campagna presidenziale, gli operatori sono tuttavia convinti che la Finanziaria 2013, chiunque vinca la corsa all´Eliseo, sarà all´insegna di un severo rigore. E il rischio di provocare una recessione con i tagli al bilancio è già più che un´ipotesi di lavoro per alcuni economisti. Eppure, proprio il deficit è alla base delle preoccupazioni dei mercati: alla fine di quest´anno, il disavanzo di bilancio sarà del 5,4%, il deficit primario (cioè senza contare gli oneri legati al debito) sarà al 3%.
Il rischio è quello di far lievitare ancora l´indebitamento del Paese: «La soglia di insostenibilità del debito pubblico è stato fissato in maniera empirica attorno al 90% del Pil - ha spiegato ieri Jean-Philippe Cotis, direttore generale dell´Istituto di statistica - . I Paesi che raggiungono questa soglia critica devono mandare rapidamente segnali di rigore». Per la Francia, che a fine giugno aveva un debito pubblico pari all´86,2%, questo significherebbe soprattutto tagliare la spesa, che rappresenta il 53,7% del Pil, un livello record nell´eurozona. Certo, lo Stato francese è storicamente un attore imprescindibile dell´economia, ma il suo ridimensionamento appare inevitabile.
I conti pubblici non sono però l´unico motivo di preoccupazione, sottolinea Camille de Williencourt, economista della banca Natixis: «L´allargamento dell´indebitamento estero, dovuto al declino della competitività e alla deindustrializzazione progressiva dell´economia da dieci anni, rappresenta una parte importante della fragilità». E´ uno snodo critico della crisi: nel 2011, il deficit commerciale raggiungerà il livello record di 75 miliardi, il 3,7% del Pil. Una voragine che si è costantemente ampliata dal 2003. Se le importazioni energetiche hanno il loro peso, s´impone tuttavia un´altra constatazione: quasi tutti i settori economici sono in rosso. Si salvano solo quelli tradizionalmente fortissimi: l´industria l´agro-alimentare, l´aeronautica, il chimico-farmaceutico, i cosmetici. E l´euro forte c´entra ben poco: la Francia è deficitaria anche con i Paesi dell´eurozona, compresa l´Italia.
Gli imprenditori non hanno dubbi sui motivi alla base di questo scivolone: il costo del lavoro troppo alto in un Paese in cui la previdenza sociale è finanziata per due terzi dai contributi versati dalle aziende. E poi le 35 ore: «Dieci anni fa il costo orario del lavoro era inferiore dell´8% a quello tedesco, oggi è superiore del 10%», sostiene Laurence Parisot, che dirige la Confindustria transalpina. Insomma, la ricetta degli industriali è quella classica: tagli al costo del lavoro e alla spesa pubblica. Non tutti gli economisti, però, sono d´accordo.
Molti sostengono che i problemi dell´export francese sono altri: la Germania, per esempio, esporta il 12% del suo Pil nei Paesi emergenti, la Francia solo il 4%. E la Francia non offre sui mercati internazionali i prodotti che potrebbero sollecitare il grande mercato delle classi medie emergenti, ma è forte in settori come le infrastrutture, che si rivolgono ai settori pubblici e non ai consumatori. Come se non bastasse, gli investimenti esteri dei francesi sono superiori agli investimenti stranieri Oltralpe. E´ dunque questo doppio indebitamento, pubblico e sull´estero, ad accrescere lo scetticismo dei mercati sulla. La crisi è venuta dall´eurozona, ma sta portando alla luce le crepe dell´edificio transalpino.