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 2011  novembre 06 Domenica calendario

ORIENTALISTI

Il primo fu Francesco Hayez, che dipinse una serie di odalische tra il 1838 e il 1839. Fu lui ad aprire la strada al filone orientale che suggestionò una folta schiera di pittori per i successivi decenni dell’ Ottocento. Quei pittori furono chiamati orientalisti. Li accomunava la passione per i paesi del vicino Oriente e per la cultura araba, considerata lontana e misteriosa, venata di esotismo e di fascinazioni erotiche. Agli «Orientalisti» è dedicata la mostra aperta fino al 22 gennaio al Chiostro del Bramante con ottanta opere che propongono soggetti storici o fantastici, scene di carovane nel deserto, città dai vicoli stretti che celano una vita segreta dietro le finestre traforate, femmine velate nei mercati, cieli di luce trasparente. E donne immaginate nell’ harem o nell’ hammam, bellezze seminude con caviglie sottili e fianchi morbidi, sguardi voluttuosi e movenze inebrianti. Alle odalische è dedicato tutto il primo piano del Chiostro. Al centro risplende l’ Odalisca di Hayez proveniente dalla Pinacoteca di Brera, che di esotico in realtà ha solo il titolo. Sobria e luminosa, la tela è giocata su poche tonalità: il bianco rosato della pelle della giovane donna, l’ avorio del lenzuolo drappeggiato intorno al seno e il verde spento del divano. Hayez lavorava di immaginazione. Non aveva mai messo piede sull’ altra sponda del Mediterraneo. Ma i pittori che arrivarono dopo di lui intrapresero tutti il loro Grand Tour esotico tra Marocco, Egitto e Costantinopoli. La moda orientale era cominciata in Europa con la spedizione di Napoleone in Egitto. «Nel secolo di Luigi XIV eravamo ellenisti, oggi siamo orientalisti», sintetizzava Victor Hugo. Seimila italiani vivevano e lavoravano al Cairo già nel 1820 e diecimila a Costantinopoli, secondo un censimento del 1888. Poi c’ era Gioachino Rossini, che in un solo decennio, tra il 1812 e il 1823, aveva composto con successo ben otto opere tutte ispirate all’ oriente, dall’ Italiana in Algeri al Turco in Italia , dall’ Armida alla Semiramide . Prima dei pittori furono infatti gli scenografi a rappresentare l’ orientalismo, con una adesione alla realtà sempre più stretta, fino ad arrivare, mezzo secolo più tardi, al rigore filologico dell’ Aida di Verdi, che nelle due prime rappresentazioni al Cairo e alla Scala di Milano apparve con le scenografie di Auguste Mariette, il più famoso egittologo dell’ epoca, scopritore del serapeo di Menfi e fondatore del Museo Egizio del Cairo. I pittori cominciano a viaggiare verso la metà dell’ Ottocento. Al piano terra del Chiostro si ammirano tele che sono quasi dei reportage, con deserti e città, mercanti e carovanieri, preghiere nella moschea e danze, bazar e nature morte con drappi ricamati e scimitarre. Da Parma partono Albero Pasini e Roberto Guastalla, detto il Pellegrino del sole. Da Firenze Stefano Ussi, che in Egitto lavora per il pascià e poi si trasferisce in Marocco con l’ amico Cesare Biseo, dove i due traggono spunto per illustrare i resoconti di viaggio di Edmondo De Amicis. Dalla Puglia si imbarca Francesco Netti, che dopo un viaggio in Turchia si dedica a opere di tipo intimista, come le «Ricamatrici levantine» presenti in mostra. Numerose le tele del napoletano Domenico Morelli, che pur non avendo ceduto al fascino del viaggio riuscì a descrivere in maniera magistrale odalische, figure di arabi e sultane con vestiti sgargianti sullo sfondo di una Costantinopoli evanescente come un sogno. Tra i contagiati dall’ orientalismo anche Federico Faruffini, Eugenio Zampighi, Giuseppe Molteni e Giulio Viotti, che nel suo «Idillio a Tebe» ci ha lasciato una curiosa odalisca con il pube perfettamente depilato e un’ ombra di baffetti sul labbro superiore.
Lauretta Colonnelli