Lauretta Colonnelli, Corriere della Sera 24/10/2011, 24 ottobre 2011
CODOGNOTTO, POESIA DEL LEGNO DI CIRMOLO
Ferdinando Codognotto a cinque anni si innamorò del legno di cirmolo, un pino che vive sulle Alpi oltre i millecinquecento metri, ha un nome che suona come un campanellino e una resina che concilia il sonno. Codognotto ( nella foto con una sua scultura ), che viveva a San Donà del Piave con un padre giardiniere e un nonno vivaista, scoprì il cirmolo a Cortina, nelle vacanze estive con i padri salesiani, che portavano i bambini nelle botteghe dei falegnami a intagliare i bastoni per le passeggiate lungo i sentieri. Lo ritrovò più tardi a Venezia, nei laboratori dei restauratori dove lavorava di pomeriggio per mantenersi alla scuola d’ arte. E da allora non l’ ha più lasciato, portandolo con sé a Roma, dove vive dal 1963. «Ho scelto questa città perché ero convinto che qui avrei visto scorrere il mondo», dice. Aprì uno studio in via dei Pianellari 14, tra piazza Navona e la chiesa di Sant’ Agostino. Collocò i suoi Pinocchi e i suoi grandi fiori di legno come sentinelle fuori della porta, che restava aperta e tutti potevano entrare, guardare come lavorava. Dopo sessant’ anni, chi vuol conoscere Codognotto, lo trova ancora lì, la folta barba nera che pian piano è diventata bianca, il sorriso sempre disponibile, le braccia da montanaro abituato a maneggiare la sega a nastro, con la quale crea tutte le sue sculture. Dalla sua bottega sono passati personaggi come Liz Taylor, Julia Roberts e Robert Redford. Ha donato un’ Arca a madre Teresa di Calcutta e una Cometa a papa Wojtyla. Conserva le foto che testimoniano gli avvenimenti. Le sue opere hanno raggiunto l’ America, la Russia, il Giappone e le collezioni pubbliche e private di mezza Europa. Ma lui non si muove da via dei Pianellari. «Non mi piace interrompere il lavoro per viaggiare. Amo la quotidianità, parlare con le persone che passano, dall’ intellettuale al commerciante di verdure del vicolo accanto, conoscere le loro impressioni mano a mano che porto avanti una nuova scultura. Amo il cirmolo perché lo considero un materiale magico. È un legno forte e al tempo stesso duttile e malleabile: in fondo mi assomiglia». Se lo fa arrivare dalla Val di Fiemme, tagliato in grandi tavoloni grezzi, già un po’ stagionato. «Da sessant’ anni ho un fornitore che si chiama Giorgio Dellantonio, siamo amiconi, da una vita ci parliamo al telefono. Ma non ci siamo mai incontrati». Dopo la grande antologica del 1976 (undici sale a Palazzo Braschi), Codognotto non aveva più esposto in uno spazio pubblico romano. Finalmente una trentina di opere si possono vedere a Palazzo Valentini (via IV Novembre 119/A), grazie all’ interesse del presidente della Provincia Nicola Zingaretti, che dell’ artista ammira «il mondo magico, fatto di richiami e stratificazioni di segni». E grazie anche all’ attenzione del presidente della Fondazione Roma Emmanuele Emanuele, che apprezza «la sua capacità di trasformare il legno in arte viva, così che le sue sculture arrivano a respirare, a parlare, a guardarti come personaggi di una fiaba». Le sculture di Codognotto restano in mostra fino al 4 novembre. Nel percorso si incontrano burattini-robot e cornucopie, arche e sfere armillari, totem e atomi, alberi dell’ abbondanza dai cui rami pendono grappoli d’ uva e melagrane, olive e ghiande; comete che trascinano code fiorite. Al centro della sala, un grande cavallo con la testa incassata che sembra mordere il freno e il corpo composto di ingranaggi, pronto a impennarsi in una corsa liberatoria.
Lauretta Colonnelli