Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  novembre 17 Giovedì calendario

In Craxi vide «Cristo», in Berlusconi scorse «un dono di Dio all´Italia», in Formigoni immaginò, doviziosa di miliardarie prestazioni sanitarie pubbliche, l´incarnazione dell´Arcangelo Raffaele in vetroresina e acciaio inox alto 8,3 metri da due milioni e mezzo di euro che svetta sulla cupola da 50 milioni con vista sul gineceo berlusconiano dell´Olgettina

In Craxi vide «Cristo», in Berlusconi scorse «un dono di Dio all´Italia», in Formigoni immaginò, doviziosa di miliardarie prestazioni sanitarie pubbliche, l´incarnazione dell´Arcangelo Raffaele in vetroresina e acciaio inox alto 8,3 metri da due milioni e mezzo di euro che svetta sulla cupola da 50 milioni con vista sul gineceo berlusconiano dell´Olgettina. Don Luigi Verzè, il luciferino prete-tycoon con jet personale che ha bruciato un miliardo e mezzo di euro in truffaldine avventure finanziarie col cappello dell´Ospedale San Raffaele, non poteva che cadere perseguito dalla giustizia ad opera del Maligno nello stesso giorno in cui si spera che l´Italia archivi per sempre la via meneghina al berlusconismo. Una via fatta di borghesia friabile, di craxismo di ritorno, di business ciellino, di affarismo mafiosizzato, di Servizi segreti all´ordine del cerchio magico del Capo, come dimostrano i contatti del prete d´affari con lo spione Pio Pompa, che se non esistesse davvero potrebbe essere il protagonista di un serial televisivo da ridere. Fosse solo per via dell´Olgettina. Lì si affaccia il megalomane cupolone ospedaliero dell´antico pretonzolo prediletto del cardinale Schuster, e poco più in là sorgono i lindi quartierini delle giovanotte avide e pettorute del Bunga Bunga, amministrate da Nicole Minetti. «Io la Minetti non la conoscevo - si è difeso il celeste Formigoni, inventore della via lombardo-ciellina alla sanità pubblica - e allora ho chiesto informazioni a don Verzè». Bravo, magnifiche referenze. Ottime anche per le grandi famiglie meneghine che si sono date in questi anni senza risparmio al clown sempre sopra le righe e ai suoi famigli. I Moratti, ramo Gian Marco, gli Ermolli, dal capostipite detto il Gianni Letta meneghino, fino ai frontisti di via della Spiga, vicini di Mario Cal, l´amministratore del San Raffaele che colà parcheggiava la sua Ferrari prima di spararsi nel luglio scorso, quando emerse la bancarotta parasanitaria finanziata ogni anno con 400 e passa milioni pubblici del celeste Formigoni. Per non dire dei banchieri, da Roberto Mazzotta a Gaetano Miccicché, fino al solito Cesare Geronzi, che non gli hanno mai lesinato le attenzioni dovute al prete-tycoon nel cuore di Berlusconi. Non dite, per favore, che è una fissazione ora che Berlusconi ha lasciato Palazzo Chigi a un milanese cattolico di pasta alquanto diversa, perché il ticket con Don Verzè, novantunenne catto-satrapo che il Vaticano ebbe in uggia già dai tempi di Paolo VI, è storia antica e documentata. Viene dai tempi del palazzinaro con pochi scrupoli, che ha ammesso di aver pagato per anni tangenti ai pubblici amministratori ai tempi della Milano da bere e anche prima. Correvano gli anni Settanta quando il giovane Berlusconi, con fondi di origine opaca e con l´avallo del Monte dei Paschi di Siena, banca allora controllata dalla P2, acquistò 700mila metri quadrati di terreni a Segrate e cominciò a costruire Milano 2. Per vendere bene le case occorreva spostare le rotte degli aerei su Linate, che facevano un po´ di rumore in testa. Così regalò una fettina di terreni a don Verzé per costruirci una clinica privata. Come si poteva far volare gli aerei in decollo e atterraggio su un´area ospedaliera? Così la Milano craxiana si mobilitò per spostare le rotte dell´Alitalia. Lui non ha mai dimenticato il benefico leader socialista, tanto che la nuova residenza per i clienti del suo ospedale si chiama "Rafael", non solo come San Raffaele, ma anche come l´Hotel dove a Roma soggiornava da anni Craxi e dove riceveva politici, imprenditori e anche qualche cardinale, che doveva fare lunghe attese nel salottino se il leader era impegnato con Ania Pieroni o con altre signore. Corse allora qualche tangente recata dal don, reato che alla fine, come si conviene, andò prescritto. Come capitò varie altre volte, persino per un´accusa di ricettazione di due quadri del Cinquecento di scuola napoletana. Il povero Cal, il suo amministratore suicida, fu arrestato nel 1994 da Di Pietro per una delle solite tangenti, ma tre settimane dopo il pm lasciò la toga e tutto finì nel nulla. Giorgio Bocca aveva già visto giusto nel 1975 quando descrisse il prete-tycoon come «quello che allontana gli aerei e cura non solo i malanni fisici ma anche le anime preternaturali dei pazienti», magari con qualche tangente. Il bello è - per la serie della pervasività dell´affarismo del berlusconismo - che nella rete di don Verzè, piena di camorristi, come quelli che si aggiudicavano i migliori appalti dell´azienda ospedaliera, sono finiti anche Nichi Vendola e un filosofo neghittoso come Massimo Cacciari. Del leader del Sel, don Verzè stilò una specie di ditirambo: «È un uomo di grandissimo valore, di grandissima cultura, in grado di trasmettere idee e calore: tutti segni del carisma che il Signore gli ha dato. Anche Berlusconi mi ha detto che lo stima molto. Io credo alla santità dell´uomo e sia Belusconi sia Vendola possiedono un fondo di santità». Che cosa voleva da Vendola il prete luciferino? L´Ospedale San Raffaele anche a Taranto. Fatto. Con finanziamenti pubblici. E il filosofo Cacciari? È nel palazzo delle Stelline a Milano - come ha ricostruito "Il Foglio" - che nel maggio del 2000 don Verzè conobbe Cacciari. Racconterà poi di essere rimasto impressionato dalla sua raffinatezza di pensiero e di avergli offerto la cura della sua facoltà di Filosofia e Teologia: «Si vuole occupare lei - gli disse - del Logos fatto di carne?» Cacciari accetta e il sodalizio diventa talmente forte da indurre il prete a dire: «Ormai Cacciari è la mia voce». Non si sa con quale reazione del filosofo veneziano, caro agli alti prelati di rango. La Scuola ateniese, per la verità, non nacque mai in Brianza, dove vanno più di moda gli affari, ma la pervasività del berlusconismo dimostrò tutta la sua potenza, persino attraverso un vecchio prete affarista quasi spretato. In fondo, l´unica che capì d´achitto con chi e con che cosa aveva a che fare fu la cattolica Rosy Bindi, nel 1998 ministro della Sanità. Il solito Geronzi, dominus per tutto il periodo del berlusconismo delle più oscure questioni di potere, avverte il prete che il ministro vuole "cacciarlo da Roma". «Geronzi è mio amico - racconta poi don Verzè - e mi dice: non è solo la Bindi a volerla distruggere, ma premono anche al di là del Tevere». Pure Giovanni Bazoli gli consiglia di vendere e lui lo fa agli Angelucci. Ma a un prezzo che giudica «irrisorio». Ne nasce un´annosa querelle che vede la Bindi vincitrice con una sentenza per diffamazione che la risarcisce di 60 mila euro. Ora la patata rovente del prete tycoon megalomane, come il suo leader politico di riferimento, brucia in tante mani. Anche quelle di Ettore Gotti Tedeschi, lo sfortunato banchiere dello Ior, cui il Vaticano assegna le missioni impossibili. a. staterarepubblica. it