Mario Deaglio, a Stampa 17/11/2011, 17 novembre 2011
Non esiste un «pericolo tedesco» ma si comincia però a constatare che, nel lungo periodo, con gli attuali livelli e le attuali tendenze dei debiti pubblici alla crescita, tutti i Paesi ricchi, e non solo l’Italia, si troveranno ad affrontare scelte politiche scomode
Non esiste un «pericolo tedesco» ma si comincia però a constatare che, nel lungo periodo, con gli attuali livelli e le attuali tendenze dei debiti pubblici alla crescita, tutti i Paesi ricchi, e non solo l’Italia, si troveranno ad affrontare scelte politiche scomode. E il rallentamento congiunturale in atto a livello mondiale sicuramente sta facendo aumentare in ogni Paese la scomodità di queste scelte. Il quadro tempestoso si è precisato nella giornata di ieri quando, in buona parte dei Paesi della zona euro, le quotazioni dei titoli dei debiti pubblici si sono indebolite sensibilmente. Non è solo all’Italia che il mercato richiede un consistente «premio per il rischio» per sottoscrivere titoli di Stato; il temutissimo spread, buon indicatore di come i mercati percepiscono questo rischio, è aumentato contemporaneamente in Francia, Austria e Paesi Bassi ma ne hanno risentito anche i titoli pubblici della virtuosissima Finlandia, oltre naturalmente a quelli di Spagna e Grecia. Lo spread del Belgio, senza governo da ben 521 giorni, è salito al livello record di 296 punti base. Anche se l’Italia rimane, per l’effetto congiunto delle dimensioni del suo debito e del suo rischio, l’ammalato in condizioni più critiche, la corsia europea del reparto patologie finanziarie si sta quindi riempiendo di malati illustri. Per la struttura delle sue finanze pubbliche e in particolare per la rapidità con cui è aumentato il suo deficit negli ultimi 3-4 anni, la Francia appare particolarmente vulnerabile e ha dovuto trangugiare, sia pure in dosi più blande, una medicina molto simile a quella recentemente assunta dall’Italia, che comprendeva l’aumento dell’Iva. Tutto questo ha fatto dire al presidente della Commissione dell’Unione Europea, José Barroso, che la crisi è «sistemica» e che richiederà «nuove misure». In realtà non si può andare avanti soltanto con tagli che incidono per anni sul livello di vita per contrastare cadute di mercato che, una volta arginate, potrebbero tranquillamente ripetersi dopo poche settimane. Le «nuove misure», che l’Italia come un numero crescente di Paesi europei è chiamata a prendere in considerazione, dovrebbero quindi andare di pari passo con «nuove regole» per i mercati internazionali che chiariscano gli intricati percorsi del denaro attorno ai titoli sovrani. Purtroppo, finora c’è stata una forte richiesta delle prime e solo una debole pressione perché vengano stabilite le seconde, anche se non potrà continuare così; una sorta di scambio di nuove misure dei governi e contro regole dei mercati potrebbe servire a rendere più controllabile la situazione. Alle inquietudini del presidente Barroso a Bruxelles hanno fatto riscontro, dall’altro capo del mondo, quelle del presidente americano Barack Obama in visita in Australia. Obama si è detto molto preoccupato per la situazione finanziaria europea ma forse in realtà è almeno altrettanto preoccupato per le finanze pubbliche degli Stati Uniti: per rispettare il «tetto» al debito pubblico, che in quel Paese è imposto per legge, entro il 23 novembre dovrà presentare un piano che riduca di 1200 miliardi di dollari in dieci anni la spesa pubblica. In caso contrario, scatteranno tagli automatici alle spese militari e al Welfare. Si scopre, insomma, che in trent’anni di benessere forse eccessivo, in un mondo o in un altro tutti i Paesi ricchi non solo hanno accumulato debiti crescenti ma hanno posto in essere dinamiche e meccanismi di spesa che fanno aumentare i debiti per forza propria. Nessun Paese, neppure gli Stati Uniti, si salveranno da soli. Occorre uno sforzo concertato per mettere la museruola ai mercati quando non solo abbaiano ma morsicano senza motivo l’economia reale. E questo se si vuole salvare il sistema mondiale del mercato; in caso contrario, sarà travolto da una reazione profonda a tagli socialmente non sostenibili.