Claudio Plazzotta, Italia Oggi 16/11/2011, 16 novembre 2011
MACCHÉ PIAZZALE LORETO! TUTTE BALLE
Non riesco a trattenermi. Non ce la faccio. Ho letto e visto decine di cronache sul 12 novembre, l’ultimo giorno di Silvio Berlusconi al governo:
di caroselli di auto con i clacson, di folle in piazza a Roma tipo vittoria ai Mondiali di calcio, di cori indecenti, di comportamenti incivili. E poi ho letto e visto i servizi di reazione: quelli che bacchettavano, alla Aldo Cazzullo per dirne uno, tali atteggiamenti scomposti, da paese del terzo mondo.
E quelli che invece li difendevano, alla Marco Travaglio sempre per dirne uno.
Beh, io casualmente stavo lì, e posso raccontare tutto. Non so se possono dire altrettanto quelli che in questi giorni si stanno esercitando in lezioni di morale e contromorale.
Ero in vacanza a Roma con mia moglie, Cristina Bartelli. E siccome facciamo entrambi i giornalisti, verso le ore 17 del 12 novembre ci siamo detti: perché non andiamo verso i Palazzi a vedere che succede?
In via del Corso, nel punto in cui costeggia piazza Colonna (dove ha sede Palazzo Chigi, ovvero il Governo), c’era già un cordone di polizia. La piazza era chiusa, ma ai bordi sostavano, a esagerare, non più di 300 persone, soprattutto curiosi, turisti, gente che era arrivata lì con le borse dello shopping. Tutto molto tranquillo. Di fianco scorreva il consueto struscio romano del sabato pomeriggio.
Esibendo il tesserino da giornalisti e un tablet per fare le riprese, i servizi di sicurezza ci fanno entrare. Palazzo Chigi è deserto. Poco più in là, in piazza di Montecitorio, quella della Camera, c’è una parte transennata con due gruppetti del Pd e del Fli. In tutto un centinaio di persone, con qualche bandiera e un leader dotato di megafono (e privo di qualche dente) che intona l’Inno di Mameli, l’Alleluia, e poi «Scilipoti venduto», «Scilipoti la senti questa voce??? Vaff.....».
I carabinieri sbadigliano, i pochi giornalisti presenti sbuffano. Insieme con una troupe de La7 e il giornalista free lance Rocco Carlomagno (quello strattonato da Ignazio la Russa nel corso di una conferenza stampa di Silvio Berlusconi nel marzo del 2010) ci spostiamo in via dell’Impresa 63, dove c’è una uscita secondaria di Montecitorio. Da lì, alle 17.45, ecco comparire Stefania Prestigiacomo, ministro per l’ambiente, elegante e accompagnata da altre due bionde griffatissime e con falcata da passerella. Poi il ministro per le pari opportunità Mara Carfagna: scarpe basse, vestito austero, nessuna dichiarazione. Io e mia moglie ci chiediamo come mai non ci siano le grandi tv: è l’uscita di scena di una intera classe dirigente, l’ultimo giorno di politici che hanno segnato un ventennio. Eppure, siamo lì in quattro gatti, una troupe tv, un free lance, due giornalisti in vacanza, e qualche fotografo. Incredibile. Subito dopo esce Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla presidenza del consiglio e portavoce di Berlusconi: due parole di circostanza e nulla più, insieme con Giorgia Meloni, ministro della gioventù, Michela Brambilla, ministro del turismo col tacco fino alla fine, e Anna Maria Bernini, ministro delle politiche comunitarie. Arriva Franco Frattini, ministro degli esteri: qualcuno sussurra «ministro sciatore», lui finge di non sentire, risponde a una domanda su ipotesi di spaccature del Pdl, e dice: «Ci sarà unità assoluta». Ecco Ignazio la Russa, muscolare come sempre: passo deciso, mascella scattante, urla «vi fate male», ma non c’è nessuna ressa davanti a lui. In un impeto di orgoglio, si ferma e va a stringere la mano a due carabinieri: è l’ultima volta che lo fa da ministro della difesa. Quindi si dirige veloce verso i parcheggi delle auto blu.
Sono circa le 18 quando appare Giulio Tremonti, un tempo temuto ministro dell’economia: capelli bianchi, sguardo stanco. Allontana i microfoni e se ne va muto. È la volta di Roberto Maroni, ministro degli interni: usa il vecchio trucco di fingere di parlare al telefono, si fa fatica a scorgerlo sovrastato in altezza da tutti quelli che lo circondano. Non rilascia commenti anche se un giornalista gli accenna a un «sistema di corruzione senza precedenti nella storia della repubblica». Ben lontani da Bobo, ecco quelli del cerchio magico leghista: al centro c’è Umberto Bossi, ministro delle riforme istituzionali, che cammina lento, difeso fisicamente dal vicepresidente del senato Rosy Mauro, da Federico Bricolo (capogruppo al Senato) e da Marco Reguzzoni (capogruppo della Lega alla Camera). La cintura sanitaria attorno al Senatur si chiude con Roberto Calderoli, ministro per la semplificazione, che gli guarda le spalle. Bossi borbotta qualcosa sulla Lega che andrà all’opposizione, che non ha fiducia in Mario Monti. Si capisce poco di quel bofonchio, e qualche giornalista chiede di tradurre a Calderoli. Che però aggrotta le sopracciglia folte, alza le spalle, come a dire: sta parlando il capo.
Ultimi scampoli di governo: Gianfranco Rotondi, ministro per l’attuazione del programma. Non se lo fila nessuno. E ha già dichiarato che d’ora in poi trasferirà i suoi uffici al bar Cova di via Montenapoleone a Milano. A chiudere le danze, anche metaforicamente, c’è Umberto Pizzi, il fotografo di Dagospia: uno squalo alla ricerca degli ultimi fremiti di prede in agonia.
Alle 18.30 in piazza Montecitorio non c’è quasi più nessuno, solo qualche parlamentare di retrovia: Pierluigi Mantini dell’Udc, Osvaldo Napoli (Pdl), il twittatore folle Andrea Sarubbi del Pd.
Il manipolo di contestatori, sempre gli stessi, si è trasferito lì vicino, in via del Plebiscito, di fronte a Palazzo Grazioli, dove c’è l’abitazione romana di Berlusconi. Anche in questo caso la strada è già stata chiusa dalle forze dell’ordine. Passiamo solo esibendo il tesserino da giornalisti.
Davanti alla casa di Berlusconi ci sono circa 200 persone, tra cui un gruppetto di turisti francesi e uno di spagnoli. Gli inviati dei tg (Tg1, La7, Al Jazeera, Tg3) si preparano. Di tanto in tanto qualcuno urla «Buffoni» o «Governo ladro», «A casa», così, nel vuoto. I cori si accendo un po’ di più al canto «Abbiamo un sogno nel cuore, Berlusca a San Vittore». Ma l’atmosfera è molto rilassata, non ci sono orde barbariche. Ci sono quelli della lista delle cose non fatte: dal Ponte di Messina al taglio delle tasse. E poi una signora che, all’idea del lancio di monetine, chiosa pragmatica: «Io non ci spreco neanche un centesimo». Quelli di Palazzo Grazioli sono gli stessi che poi, in serata, verso le 21, saliranno al Quirinale per urlare ancora contro il presidente del consiglio dimissionario.
Ma in giro per Roma nessun clacson, nessuna bandiera, nessun coro. La gente, per fortuna, ha altro a cui pensare. Mi viene in mente il fenomeno mediatico di Occupy Wall Street: ci sono stato dieci giorni fa, a Zuccotti Park (New York), e ho visto 150 persone bivaccare in un parchetto, e alzare cartelloni e cori alla vista delle telecamere. Tutto qui.
Piccola chiosa finale su Mario Monti, il presidente incaricato: ora soggiorna all’Hotel Forum, un 4 stelle un po’ agée con vista sui Fori Imperiali, ai piedi del quartiere Monti, comodissimo per andare al Quirinale. A parte le ironie su Monti al quartiere Monti, e sui Fori, di bilancio, che lo stesso Monti dovrà al più presto tappare, posso dire che al Forum si pranza al ristorante del quinto piano, vista magnifica, a buffet (antipasti a go-go, due primi, tre secondi, dolce e frutta) a 19,50 euro a persona. Ottima scelta, dottor Monti. Avanti così.