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 2011  novembre 16 Mercoledì calendario

«QUELLA LADY E’ TROPPO FRAGILE». TUTTI CONTRO IL FILM SULLA THATCHER —

Mark, il baronetto, è il più arrabbiato. «Un complotto della sinistra». Ma lui è fissato con i fantasmi dei comunisti: qualche anno fa si lasciò coinvolgere in un tentativo di colpo di Stato in Guinea Equatoriale e si prese quattro anni di carcere, neppure un giorno scontato. Una vita spesa fra auto da rally, feste, affari e scandali, quella di Sir Mark. Imbarazzante per la Lady di Ferro, la mamma. Che, nonostante le mille traversie, lo ha sempre difeso. Almeno, in pubblico.
Un po’ più lieve è il giudizio della giornalista Carol, gemella del baronetto Mark. «Fantasie», così liquida il film che dal 6 gennaio sarà nelle sale di Londra.
Sia Mark sia Carol non hanno ancora avuto il piacere di vedere la pellicola. Neppure si sono presentati all’anteprima di «The Iron Lady», l’altra sera. Eppure si dicono scandalizzati. E non solo loro, i figli.
Schiere di amici, di ex collaboratori, di tory di antica data, tutti sul piede di guerra. «È una vergogna». «È un insulto». Insomma, le barricate contro qualcosa che ancora non c’è.
È destino di Margaret Thatcher, sia dividere sia esaltare. Anche adesso che, girata la boa degli 86, se ne sta nella sua casa a Chelsea, infiacchita dalla demenza senile, la più grande e straordinaria signora della politica britannica è capace di prendersi i titoloni del Times, del Guardian, del Daily Telegraph, dell’Independent, della stampa seria. Parla poco e a fatica ma fa parlare tanto.
Un paio di anni fa la regista Phyllida Lloyd, la stessa che ha diretto «Mamma mia», cominciò le riprese. Progetto ambizioso, film biografico. A Meryl Streep, chiamata a interpretare la Lady di Ferro, furono aperti gli archivi di Downing Street per studiare i documenti e la personalità della ex leader, furono consegnati decine di reperti televisivi per ripassare le cadenze, i movimenti di Margaret Thatcher che pure incontrò in segreto. L’opera è finita, è partita l’onda lunga del lancio nel Regno Unito e già volano parole grosse. I figli sono disgustati. Lord Bell, l’ex consigliere della Lady, liquida con «spazzatura». E via di questo passo.
Forse non piacciono le prime immagini: un’anziana Thatcher che va a comperare il latte e resta sconcertata dai prezzi del nuovo secolo. O forse non garba che la regista e Meryl Streep rimarchino lo stato di salute della ex leader, rappresentata mentre colloquia a vuoto, pensando che il marito Denis, ormai morto, sia lì con lei. Oppure, non va giù che un’attrice americana sia stata coinvolta in una parte tanto british. Il Times sottolinea: perché un’americana? Probabilmente perché è il volto truccato che la ricorda meglio. Comunque, fuoco di sbarramento.
Il bello è che a storcere il naso sono anche i critici più liberal di cui si fa interprete il Guardian, quotidiano che non sta di certo col fronte moderato. D’accordo raccontare la storia della Iron Lady, d’accordo rappresentare le sue virtù e le sue debolezze personali, però il film, secondo la sponda progressista, ha un difetto di fondo: non riporta le ferite e le spaccature sociali che il «thatcherismo» ha determinato. È una narrazione che ne rafforza la leggenda di donna determinata, per nulla propensa ai compromessi, innovatrice nello stile di governo, una conservatrice rivoluzionaria, in ogni caso «ci dà la Thatcher senza il thatcherismo». Allora due stelle in meno, tre su cinque.
Se «Il discorso del re», il film sui tormenti da balbuzie di Giorgio VI, aveva unito e commosso il Regno Unito portando in dote quattro Oscar, «The Iron Lady», la Lady di Ferro, la Dama di Ferro, spacca. È naturale che sia così. Ci sarà mai una Thatcher che pacifica? La più contenta alla fine sarà proprio lei (oltre che Meryl Streep destinata all’ennesima nomination da Oscar, la diciassettesima). Quando le spiegarono che sarebbe toccato «all’americana» prenderne la parte, la Baronessa Thatcher sorrise soddisfatta: è la sua attrice preferita.
Fabio Cavalera