Giuseppe Recchi, Corriere della Sera 16/11/2011, 16 novembre 2011
PERCHE’ I CONTI ITALIANI SONO SOSTENIBILI
Caro direttore,
il momento di attenzione internazionale che vive il nostro Paese è particolarmente serio dato l’elevato ammontare del nostro debito pubblico. È indubbio che il dato di circa 1.900 miliardi di euro sia rilevante come lo sono le conseguenze delle valutazioni negative degli operatori internazionali: condizioni di credito più restrittive e onerose, aumento della pressione fiscale ed effetto depressivo su consumi e fiducia. Tuttavia, se facciamo i conti, credo che l’accusa di essere la potenziale causa del crollo dell’economia globale sia strumentalmente esagerata dai nostri concorrenti nella gara di chi ha i conti più in ordine: fra oggi e aprile 2012 dobbiamo finanziare circa 200 miliardi di debito e il tasso medio attuale del nostro stock, al 4,2%, implicherebbe un costo di circa 8 miliardi. Questi erano già previsti nel calendario dei nostri bilanci e lo stock di debito in scadenza era lo stesso col quale appena 2 anni fa ci meritavamo uno spread differenziale con la Germania di 74 punti base.
Con i differenziali correnti arriviamo a toccare il 7% di costo del debito, che implica un onere aggiuntivo di 7 miliardi. Tanti soldi certo, ma per un’economia che ogni anno genera una ricchezza di circa 1.600 miliardi, rappresenta lo 0,4% di Pil. Guardiamo a quello che è successo in questi ultimi anni: dopo che il salvataggio di banche americane, francesi, tedesche e inglesi, attraverso massicce iniezioni di liquidità e interventi di nazionalizzazione (!), ha causato l’aumento del debito di questi Paesi, i mercati si sono focalizzati sul deleverage piuttosto che sulla solvibilità patrimoniale.
L’Italia non ha visto aumentare in maniera significativa il suo debito e — unica tra i Paesi europei — gode di un saldo primario positivo, oltre ad avere uno dei deficit più bassi all’interno del blocco. Una buona prova di saper tenere sotto controllo i propri conti. Però, pochi mesi fa, si è trovata a essere misurata su una diversa priorità e il leit motiv è diventato la dimensione dello stock di debito. La capacità di rifinanziarsi sostituendo a un vecchio compratore di un’obbligazione sovrana uno nuovo, perpetuando così la fiducia di stabilità verso un Paese.
Lo abbiamo sempre fatto in passato ma la percezione di difficoltà si è trasformata nell’aumento degli spread, che è un problema reale.
Bene, lo risolveremo in fretta: analisi di sostenibilità dimostrano che con il 2% di inflazione, un tasso costante del 4,2% e una crescita dell’1%, basta un surplus primario del 2,7% per portare il rapporto debito-Pil al 95% nel 2030.
Certamente si può fare ancora meglio di così, se il 2030 è troppo lontano si può accelerare il processo. Comunque già con questa prospettiva sulla capacità di riduzione del debito, tornerebbe anche la fiducia sulla sua sostenibilità. Analogamente a quanto potrebbe avvenire per una ristrutturazione aziendale, in questi casi, la miglior cura consiste nel dare velocemente ai creditori un segnale di capacità di controllo, segnale che conta spesso ancora di più della direzione stessa dell’intervento. Come faceva notare qualche giorno fa anche Luigi Zingales, la nostra normativa prevede questo meccanismo d’intervento: una concentrazione di poteri e una capacità decisionale messe nelle mani di un commissario straordinario che accentra su di sé tutte le garanzie dell’esercizio delle funzioni aziendali.
È però più difficile applicare tale principio a uno Stato perché queste sono situazioni in cui scelte rapide e processi decisionali efficaci diventano prioritari. È necessario cioè avere una governance adatta. L’attuale crisi sta mettendo in risalto la debolezza dei processi delle democrazie occidentali. Il processo che condanna le decisioni a una continua negoziazione del consenso tra i molteplici stakeholders — e spesso all’interno stesso del «board» di controllo (governo in carica e maggioranza) — sta mostrando tutti i suoi limiti di efficacia. Questo succede negli Usa come in Europa e in Italia, con l’ulteriore handicap nella zona euro di non poter utilizzare la politica monetaria a fini espansivi. Il lavoro del senatore Monti si preannuncia duro soprattutto nel tenere focalizzata l’agenda parlamentare sulle misure che tutti considerano prioritarie. Sono però convinto che questa emergenza sia anche l’occasione giusta per una riflessione approfondita su come rivedere la nostra architettura di governance nazionale alla luce delle esigenze che la nuova struttura di un mondo globalizzato impone. In America si dice che «la percezione degli altri diventa la tua realtà». Sarà vero, ma la percezione che l’Italia sia la madre di tutti i problemi è assolutamente fuori luogo.
Giuseppe Recchi
*Presidente Eni
Presidente Comitato Investitori esteri di Confindustria