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 2011  novembre 16 Mercoledì calendario

L’UOMO DAL BRACCIO D’ORO

Fondamentalmente, come dice Pietro Valsecchi che per l’avverbio ha una passione smodata, la questione è semplice: “La lepre non è di chi la guarda, ma di chi la prende”. Nella caccia, il produttore, 57 anni, due figli, 40 dipendenti, un’inquietante somiglianza con Ennio Fantastichini (“Ma io sono più bello”), ha pochi rivali. Ha scovato Checco Zalone, 50 milioni di incassi. Ha trainato le gag dei Soliti idioti in sala. Trionfo. Riempie da anni i palinsesti con storie tratte dal passato prossimo. Domani “Via Poma”. Ieri provette dei Ris, distretti di Polizia e squadre antimafia (che quando le divise vere lo fermano per un controllo, assicurano i maligni, lui sguaina dal bagagliaio per ripartire in fretta) con le quali ha occupato l’immaginario televisivo e polarizzato più di qualche antipatia. Lo descrivono talentuoso, rapido di pensiero, ma anche brusco, insofferente, vendicativo e accentratore. Lui non nega: “Senza contrasto non c’è sceneggiatura” ma si difende: “Due sole cose sono infinite: l’universo e la stupidità. L’invidia è la religione unica del paese e i mediocri, la maggioranza si concentrano malevoli sul tuo successo e mai sul proprio obiettivo”.
SIA COME sia, su quest’orfano ex povero in canna emigrato dalla Crema del ’53, circolano colorate narrazioni. Lui si stende sulla poltrona del suo ufficio romano, ti guarda negli occhi e rimpiange: “Mi divertivo di più da ragazzo. Arrivai nella Bologna degli anni 70 per il Dams e senza un soldo. Osterie, bevute, incontri, amori. Volevo fare l’attore e mi piaceva, ma onestamente ero un cane spaventoso”. Apparizioni con la Schneider esule da Ultimo Tango, ruoli da terrorista nell’introvabile Sahara Cross tra le dune tunisine, meteora del non indimenticabile Sconcerto Rock con Victor Cavallo, prodotto da Bertolucci: “Mi informarono che voleva doppiarmi. Gli feci causa. Oggi siamo amici. Bernardo, quando lo incontro, me lo rinfaccia ancora: ‘Mi hai fatto l’unica citazione in giudizio della mia vita’”. Poi l’esodo a Roma a inizio anni 80 e la cesura definitiva tra il Pietro di ieri e il Valsecchi di oggi. “Arrivai da Bologna con 200 mila lire in tasca. Aprii un negozio di erboristeria e poi incontrai Camilla Nesbitt, mia moglie, la donna più intelligente che abbia mai conosciuto. Abbiamo avuto una passione in comune, un colpo di fortuna”. La Taodue, la casa di produzione del monopolio sentimentale Valsecchi-Nesbitt (importante famiglia romana) nacque nel ’91, dopo un litigio: “Buttai le valigie di Camilla dalla finestre di un albergo di Taormina” e da allora, non si è più fermata. Taodue lavora molto con Media-set. Frequenti passaggi di quote societarie tra la factory e il gruppo di Berlusconi che hanno generato più di qualche domanda. Valsecchi parla benissimo di Pier Silvio: “Una persona molto leale”, invita a non ascoltare “i cialtroni che avvelenano i pozzi” e racconta la sua versione: “Pelliccioli voleva comprare la Taodue, ma io la cedetti a Pier Silvio a un terzo di quanto non avrei incassato dandola a De Agostini”. Se suggerisci che per qualcuno l’esegesi è diversa si irrita: “Hanno detto che volevo diventare Ad di Medusa. Balle messe in giro ad arte, bugie penose”. Per i suoi prodotti, Valsecchi va alla guerra.
IL FESTIVAL di Roma non ha inserito i Soliti idioti in cartellone? Lui è laconico: “Piera Detassis, la direttrice, è una simpatica ragazza che viaggia ampiamente al di sopradellepropriepossibilitàedella vita ha capito poco. Una miracolata, come tanti, troppi altri. In Italia, i miracolati, sono una categoria dello spirito”. Breve respiro, fiamme negli occhi: “Il problema è alzarsi presto al mattino, muovere il culo, tenere la schiena dritta”. Valsecchi litiga spesso. “Con Bellocchio avevo prodotto La condanna, Orso d’Oro berlinese di 24 anni fa. Mi ero indebitato per 600 milioni e tutti i premi finivano a lui. Un giorno mi incazzai e lo chiamai: ‘Marco, mi daresti l’Orso per un servizio fotografico? Poi te lo restituisco’. Lui me lo consegnò e io me lo tenni”. Seguì battaglia legale, scambio di epistole feroci e pace finale sotto le volte di Palazzo Orsini, residenza romana di Valsecchi. Bellocchio ne è grande frequentatore. Tra quadri di Burri, invenzioni di Cattelan, eredi Agnelli sui divani e artisti, Valsecchi ospita un pantheon dietro cui sostiene, non si cela alcuna revanche sociale. “Ho tanti difetti, però mi innamoro delle persone e so essere generoso. Se mi deludono, come accade, lo specchio si rompe e non perdono”. Se gli ricordi che il contratto con Checco Zalone (senza provvigioni per lui) venne siglato su un aereo privato in rotta per Parigi con lo champagne complice della svista, sorride: “È vero, ma Checco, che è adorabile e che tutti mi volevano scippare, qualcosa di concreto, le assicuro, ha poi avuto”.
ANCHE CON gli sceneggiatori (il rispettato Rulli arrivò a riscrivere un copione 7 volte) come con i registi, il rapporto è dialettico. A Roberto Faenza, Valsecchi ha impostodirigiraretrescenemancanti nella fiction su via Poma: “Quadri essenziali, i migliori del film”. A chi scrive copioni, Valsecchi detta un decalogo: “Se hai le palle, vuoi conoscere la verità e le pulsioni della gente, non puoi soltanto affacciarti alla finestra come suggeriva Zavattini, ma devi andare in periferia, informarti, lavorare senza sosta”. Quindi le discussioni esistono perché flauta Valsecchi: “Senza frizioni, si muore. I giovani soffrono, sono tempi di piccoli fuochi questi, non di grandi incendi”. Poi divaga e ricorda un viaggio in Afghanistan nel ‘73. Gli anni 70 sono il simulacro da salvare, il posto delle fragole, l’età acerba, come nei film di Téchiné: “Volevamo ribaltare tutto anche se il cambiamento poi non è arrivato”. L’epoca dei provini con Moretti: “Mi presentai per Ecce Bombo, ma venni scartato. Poi un giorno lo rividi in un bar. Ero con Aurelio Grimaldi e con Placido, volevamo mettere in piedi Mery per sempre. Lo avvicinammo e lui ci gelò: ‘Aurelio, ma vuoi fare un film con questi due cialtroni?’”. Arrabbiature minime, amarezze secondarie. Gli scatti d’ira che incastonano un carattere ispido abitano altrove. Nei giudizi sul collega Degli Esposti, ad esempio: “Lui è un uomo largo, io alto, nessun problema”.
O DALLE PARTI di qualche ospitalità poi degenerata in alterco: “Enrico Lucherini venne a cena da me a Sabaudia. Mangiò sushi e poi scrisse sul Messaggero per dire che Verdone era stato male tutta la notte. Un comportamento miserabile, tipico della feccia che a Roma la fa da padrona. Mi risentii e glielo feci sapere”. Forse via sms. Il telefono di Valsecchi è temuto. Erutta lava, quando non peggio. Gli altri non lo chiamano: “Sembra quasi i giovani abbiano paura, è un peccato”, ma quando è in macchina pretende che si aprano i finestrini in coincidenza di una telefonata al grido di: “Fa gabbietta” che è un valsecchismo coincidente con il terrore per le onde elettromagnetiche. Quelle del destino lo hanno portato fin qui e lui, è certo, non se ne andrà. Per campare ha fatto qualunque mestiere: “Dal muratore al pittore e ne sono felice. Non ho la puzza sotto il naso, io”. Valsecchi spazia, spariglia, dscetta di idee, “l’unica ricchezza capace di smuovere lo stagno” e di giovani: “Il futuro lo devono rubare, come ho fatto io. Mi piacerebbe restituire, creare strutture di qualche utilità”. Non è cambiato, giura: “Mangio ancora due volte al giorno, ho qualche ansia, ma non sono né arrogante né orgoglioso. Però non so tutto e non mi preoccupo. La conoscenza limita, l’immaginazione invece spalanca sempre una possibilità”. Si apre la porta. Lo chiamano. Fretta, nervi, adrenalina. Il tempo costa e non aspetta. Poi si alza: “Una soluzione per l’invidia l’avrei”. Recita. Da sempre. “Compro un corno rosso e lo metto sull’uscio”. Colpo di teatro, sipario, repliche.