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 2011  novembre 16 Mercoledì calendario

UN LETTA È PER SEMPRE

La claque non basta a coprire un vuoto. Più che l’assenza di Silvio Berlusconi, rimasta per oltre un’ora come una macchia impressionista sul volto incredulo di Bruno Vespa, a colpire davvero è quella di Gianni Letta. Signore inconsolabili: “Dov’è Gianni? L’avete visto?”, amici che assicurano: “È in pausa di riflessione”, preoccupazione. Vespa presenta Questo amore il suo quarantanovesimo libro nei saloni di Palazzo Wedekind, ma Silvio è lontano, l’alterego Gianni in fuga e a consolare il giornalista non basteranno le “squisite” cassate siciliane che il senatore D’Alì, elettrico, si vanta di aver consegnato personalmente. Un tulipano rosso in copertina, mezzo esecutivo di ieri in platea (Gasparri impegnato nel baciamano, La Russa, Sacconi), Sandra Carraro, il ginecologo Antinori, Renato Farina, pezzi di una costellazione alla deriva.
Clima funereo nonostante come di consueto non sia prevista la possibilità di fare domanda alcuna, la scorta degli ex ministri presenti assesti spinte e spallate virili ai giornalisti importuni e nella terza camera di Vespa (neanche un sorriso, percepibile assenza di fondo), il premio di maggioranza punisca sempre l’opposizione.
TAVOLO LUNGO con Maroni, Alfano e Casini. Rosy Bindi accigliata, Maddalena Letta in prima fila (omaggiatissima) con il marito, come detto, evocato, a più riprese. Per Vespa la presenza di Letta nel governo Monti è un punto d’onore. Dietro l’abbronzatura agostana, dirige a fatica il traffico indirizzando il flusso annoiato degli oratori con occhi e dita costantemente in marcia sul telefonino. L’atmosfera è tra la caduta degli dei e il passato prossimo che forse, non verrà. Più Vespa insiste con l’ologramma del gran ciambellano, più la Bindi prende le distanze, soffrendo, da pericolose alchimie. “Il Pd ha ricordato al presidente del Consiglio incaricato che desidera un governo di totale discontinuità. Non si tratta di un veto nei confronti di Gianni Letta, ma riteniamo che ci siano persone che più di altre rappresentano la continuità”. Rosy si sforza, ma è un’imboscata. Più Vespa introduce l’ombra del vicepremier, più il consesso è attraversato da scosse sentimentali che ad un certo punto, costringono anche Casini a interrompere il minuetto con Vespa, piccato, a ribadire la centralità della questione: “Rispetto per una persona apprezzata da tutti e che per primo ha fatto sapere di voler fare un passo
indietro”. La Bindi esce
dall’angolo senza dire nulla di definitivo: “Non saremo
noi a impedire la
formazione del governo Monti” ma si intuisce che il Pd si trovi in un guaio enorme. Se la Lega, rapida, ha sciolto il vincolo “Prendiamo atto della rottura con il Pdl” e per Maroni ironizzare sulle doti taumaturgiche del governo di Goldman Sachs è più facile che aver un applauso a Ponte di Legno, meno semplice è la posizione di un mondo in fibrillazione. La trincea è sottile. Se si sceglie l’opzione entrista con i nomi che girano, Letta in testa (con il corollario Bertolaso, P4-Bisignani ancora sullo sfondo) è pronta la rivolta della base. Se si sta fuori, quella del Paese reale, incline a trovare il capro espiatorio in chi si rifiuterà di appoggiare la già santificata zattera di unità nazionale. In ogni caso, mentre gli agit prop delle elezioni come La Russa, ghignano e recintano con il filo spinato l’orizzonte di Monti: “Credo sia giusto tornare alle urne un minuto dopo la fine dell’emergenza” sia Alfano che Casini escludono possa essere l’ex bocconiano a mettere mano alla legge elettorale, restituendo in un lampo la responsabilità a un Parlamento che ha già dimostrato lentezza e divisione sull’argomento.
NELL’ARENA che un tempo del Letta, direttore de Il Tempo fu feudo (fotografato nella parte di se stesso in “Io so che tu sai che io so” da Alberto Sordi, assecondando quella metafinzione che a Palazzo Wedekind è un manifesto d’impotenza e al contempo la cifra degll’ultimo quarantennio di politica italiana), il pubblico è scisso tra la nostalgia e il rancore. Silvio nel cuore e l’ologramma di Gianni per non credere davvero alla fine di un’epoca in decomposizione. La sconfitta è negli occhi di tutti, ma è sintomatica la mancanza di prospettive e il brusio in crescita, ogni qual volta prende la parola Rosy Bindi. Notevole esempio di rabbia repressa la prefica collettiva (voci piangenti e rimpianti urlati) quando Vespa condanna con il plauso della sala «la disdicevole» “aggressione” al presidente Berlusconi andata in scena davanti al Quirinale. Al lamento di Vespa si uniscono tutti e quando Bindi prova (timidamente) a dissentire e a parlare di innocenti orchestre e manifestazioni liberatorie, per non essere sovrastata dalle contestazioni, deve ricorrere al “consentitemi di esprimere un’opinione”. Fischiano, si scambiano cenni d’intesa da soldati e per dirla con Berlusconi, non le consentono. Passato e futuro, legati, senza soluzione.