Alessandro Graziani, Il Sole 24 Ore 16/11/2011, 16 novembre 2011
«UNICREDIT VUOL RESTARE UNA BANCA PANEUROPEA»
«Con l’aumento di capitale da 7,5 miliardi crediamo di aver eliminato ogni dubbio al mercato sulla nostra solidità attuale e futura. Ne avevamo già fatti due, di importo limitato, che non avevano restituito fiducia agli investitori. E con il nuovo piano abbiamo gettato le basi per essere un grande gruppo europeo, solido, con ritorni stabili e sostenibili». All’indomani del board che ha approvato la tripla manovra di rilancio (aumento di capitale, piano industriale, maxi-svalutazioni per 10 miliardi), il chief executive officer di UniCredit Federico Ghizzoni si mostra sereno. In Borsa il titolo va ancora giù, ma lui non si scompone più di tanto per le oscillazioni («nell’immediato è una reazione normale, con l’aumento sono convinto che il titolo si apprezzerà»). Piuttosto guarda con apprensione all’evoluzione della crisi di Governo in Italia. Uscire sul mercato con un maxi-aumento di capitale mentre il Paese è in piena emergenza finanziaria, è stato certamente un atto di coraggio. E proprio dalla situazione italiana, economica e politica, partono le riflessioni di Ghizzoni.
Oggi Mario Monti scioglierà la riserva per formare il nuovo Governo. Crede che finalmente vedremo una reazione positiva di Borsa e spread?
Ho grande fiducia in Mario Monti e sono convinto che si tratti della persona giusta per traghettare l’Italia fuori dall’emergenza. Ma non mi aspetto una discesa di 200-300 punti dello spread in pochi giorni. Credo che nell’immediato si placheranno le vendite sull’Italia. Ma per far tornare la fiducia, gli investitori aspetteranno i programmi del nuovo Governo. Finora, a torto o a ragione, li hanno guardati poco perché l’Italia aveva perso credibilità agli occhi degli investitori.
Pochi giorni fa ha anche incontrato la Cancelliera tedesca Angela Merkel. Cosa vi siete detti?
Posso solo dire che l’incontro l’abbiamo chiesto noi. È stata molto cordiale. Ha chiesto la nostra opinione sull’Europa, sull’Italia e sulla crisi finanziaria. E ci ha chiesto di continuare a investire in Germania.
UniCredit è anche l’unica vera banca paneuropea. E la crisi attuale, pur avendo come epicentro l’Italia, riguarda tutta l’Europa. Crede che i mercati si ristabilizzeranno entro la partenza del vostro aumento di capitale?
Non basteranno due mesi per risolvere la crisi dell’Europa. Credo che sulla Grecia si farà chiarezza in tempi rapidi. Ma per il nuovo ruolo dell’Efsf non prevedo tempi brevi.
Data l’emergenza in Italia e in Europa, perché allora uscire proprio ora con l’aumento di capitale?
Per quattro motivi. Il primo: aldilà della crisi finanziaria internazionale, il quadro macroeconomico è difficile e obbliga le banche ad attrezzarsi. Il secondo: solo da pochi giorni si è chiarito il quadro regolamentare sulle Sifi, sulle richieste dell’Eba. Terzo motivo: avere una buona base di capitale, ci dà maggiore flessibilità finanziaria sulle strategie di business. Nel piano prevediamo, per esempio, di poter dare credito aggiuntivo in Italia per 33 miliardi alle imprese e per 39 miliardi alle famiglie. Ultimo motivo: altre banche in Europa nel 2012 dovranno ricapitalizzare, anticipare i tempi serve a evitare un possibile ingorgo sul mercato.
Quanto è stata rilevante la richiesta dell’Eba, che nel vostro caso era di 7,3 miliardi, e che le altre banche hanno contestato?
Noi condividiamo al 100% le proteste dell’Abi contro i principi contabili adottati dall’Eba. Si impone il mark-to-market sui titoli di Stato e non sugli asset tossici. Ma per quanto ci riguarda, l’importo dell’aumento prescinde dalle richieste dell’Eba. Chiediamo 7,5 miliardi non per motivi difensivi, ma perché vogliamo essere competitivi in Europa.
In alternativa all’aumento, avete mai pensato di cedere uno dei vostri gioielli esteri? Pekao e la banca turca, più o meno, capitalizzano quanto state per chiedere al mercato.
Soci e board sono sempre stati concordi nel mantenere il profilo europeo del gruppo e tenere stretti i gioielli del gruppo. A questi prezzi, tra l’altro, si tratterebbe di svendite. Faccio presente che in Polonia e Turchia oggi sono in vendita due banche che non trovano compratori.
A fine piano, tra cinque anni, sarete ancora presenti in 22 Paesi o è immaginabile un ridimensionamento della presenza estera?
Abbiamo detto che vogliamo essere una solida banca commerciale europea. Ci sono Paesi in cui abbiamo presenze con quote di mercato non adeguate alle nostre ambizioni, ma per ora non c’è nessuna ipotesi di M&A. Non ci sembra serio far dipendere gli obiettivi futuri di capitale da azioni di capital management ipotetiche.
Non temete che, anche data la vostra bassa valutazione di Borsa, qualcuno possa pensare a un takeover e procedere poi al break up?
Non credo. Siamo una Sifi, dubito che a qualcuno in questa fase venga in mente di creare una banca ancora più grande.
Veniamo alle svalutazioni di asset e partecipazioni per circa 10 miliardi. Perché proprio ora? Perché, per esempio, non un anno fa quando lei era appena diventato ceo e in molti si aspettavano un immediata discontinuità col passato?
Un anno fa, il mercato si stava riprendendo e c’era l’impressione che il goodwill potesse tenere. Poi i mercati sono crollati e abbiamo dovuto farlo. Ovviamente, insieme al piano industriale e prima dell’aumento di capitale.
Le svalutazioni hanno riguardato soprattutto Capitalia e poi Hvb e alcune banche dell’est. Colpa di Profumo, come dicono alcune Fondazioni?
Profumo ha costruito un gruppo importante e tutti lo seguivano. Quando sono state fatte le acquisizioni c’era crescita, leverage e le grandi banche viaggiavano con una redditività pari al 20% sul tangible equity. Poi è cambiato il mondo, sono crollate le valutazioni.
C’è chi ipotizza azioni di responsabilità contro l’ex ad.
A me non ne ha parlato nessuno.
Avete svalutato la vostra quota in Mediobanca per oltre 400 milioni. Un investitore potrebbe chiedervi: volete essere banca commerciale e chiedete soldi ai soci. Perché non cedete quella partecipazione?
Abbiamo il 9% di Mediobanca e siamo ampiamente i primi azionisti. Se uscissimo, creeremmo problemi di instabilità al sistema finanziario italiano. Di cui Mediobanca resta uno snodo decisivo. Ecco perché per noi la quota rimane strategica.
Agli analisti ha detto che per la nuova UniCredit sarà più strategico dare credito al porto di Trieste piuttosto che in Brasile. Dati i diversi ritmi di crescita delle economie italiane e brasiliane, crede che gli investitori condividano questa strategia?
Io credo che sia importante essere chiari. Gli investitori in questa fase è difficile trovarli, ma è più facile se spieghi con chiarezza chi sei e cosa vuoi fare. Noi non vogliamo essere una banca che va in giro per il mondo a cercare picchi di profittabilità. Siamo una banca "di lungo termine", concentrata sui propri clienti e su precise aree geografiche.
Ha lasciato le Fondazioni senza dividendo. Non era possibile neanche una cedola in azioni?
Il dividendo si assegna quando si chiude il bilancio in utile. In ogni caso, il dividendo in azioni – non essendoci utile – non sarebbe stato computabile dalle Fondazioni ai fini delle erogazioni. E comunque, il board – di cui fanno parte i rappresentanti delle Fondazioni – ha deciso all’unanimità.
Ad aprile il suo mandato scade insieme a quello del board. Pensa di giocarsi la riconferma al vertice con l’aumento di capitale e le maxi-svalutazioni?
Ho fatto quello che è nell’interesse della banca, in una fase di emergenza per l’Italia e per l’Europa. Non ho parlato con i soci della mia riconferma. Sono sereno.