Luca Veronese, Il Sole 24 Ore 16/11/2011, 16 novembre 2011
A MADRID CORSA CONTRO IL TEMPO
Il Tesoro spagnolo si è visto obbligato ieri a pagare rendimenti sopra il 5% per riuscire a collocare sul mercato 3,158 miliardi di euro in titoli a 12 e 18 mesi. Si deve tornare al 1997 per trovare tassi tanto alti sul debito della Spagna. A metà ottobre, per le stesse scadenze, Madrid aveva dovuto garantire agli investitori interessi di poco superiori al 3,6 per cento. In pochi mesi la Spagna ha fatto un balzo indietro di quindici anni. Viaggiando nel passato fino a prima che l’Europa introducesse la moneta unica, quando la stabilità era un sogno per la peseta e per l’economia iberica nel suo insieme.
La tensione a Madrid è destinata ad aumentare, almeno fino alle elezioni politiche di domenica che dovrebbero eliminare l’incertezza politica assegnando, come sembra ormai certo, la vittoria e il Paese al Partito popolare di Mariano Rajoy contro il Partito socialista di Alfredo Rubalcaba, con una maggioranza assoluta alla Camera bassa di almeno 190 seggi sui 350 totali.
Lo stesso Rajoy ha ribadito che se prenderà la guida del nuovo Governo rispetterà gli impegni di risanamento concordati con i partner dell’Unione. «Dico all’Europa che la Spagna è un Paese serio e affidabile che rispetta i suoi impegni, è una delle grandi potenze anche se negli ultimi anni ha avuto un Governo che non era all’altezza delle circostanze», ha detto il leader dei Popolari aggiungendo che «la Spagna deve tornare a essere una grande nazione che non prende ordini dall’estero». Nel clima di emergenza di queste settimane Rajoy avrebbe già ricevuto dal premier uscente José Luis Zapatero una sorta di passaggio di consegne al Palazzo della Moncloa, sede della presidenza del Governo spagnolo. Il leader conservatore avrebbe inoltre già avviato un confronto costante con il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy.
Secondo quanto riportato dall’edizione online del quotidiano El Economista, e nonostante le smentite di un possibile salvataggio spagnolo giunte anche ieri da Bruxelles, Rajoy nel corso di due incontri con la Merkel avrebbe anche strappato la promessa di un piano di aiuti alla Spagna in cambio di tagli alla spesa e riforme: la linea di credito internazionale potrebbe arrivare a 100 miliardi di euro, mentre l’impegno di Madrid prevederebbe una manovra di 30 miliardi tutta orientata a ridurre la spesa e una nuova riforma del mercato del lavoro. Il finanziamento internazionale andrebbe a risolvere, una volta per tutte, i due problemi più stringenti della Spagna: la voragine creata nei bilanci delle banche dal crollo del settore immobiliare che sta impedendo agli istituti di credito di sostenere le imprese; e il buco accumulato dalle regioni autonome che da sole valgono un terzo della spesa pubblica del Paese.
Rajoy sembra determinato a fare in fretta: l’economia spagnola si è fermata nel terzo trimestre e sembra destinata a entrare in recessione all’inizio del 2012, il tasso di disoccupazione al 21,5% è oltre i limiti socialmente accettabili.
Gli sviluppi delle crisi politiche di Italia e Grecia, con la formazione di Governi tecnici, ha riportato la pressione finanziaria su Madrid che invece aveva tratto vantaggio dalle decisione di Zapatero di fissare elezioni anticipate in tempi rapidi. Sul mercato secondario ieri i rendimenti dei titoli a dieci anni spagnoli sono saliti ancora, fino al 6,43%, il massimo da agosto quando la Banca centrale europea ha cominciato ad acquistare bond di Spagna e Italia: il differenziale rispetto ai bund tedeschi, punto di riferimento per l’affidabilità, ha toccato un nuovo record arrivando al 4,63 per cento.
E domani il Governo socialista di Zapatero dovrà affrontare l’ultimo esame dei mercati con l’emissione di titoli del debito pubblico con scadenza decennale fino a quattro miliardi di euro: un’asta per la quale si prevede una buona domanda ma rendimenti molto alti. «Arrivati a questo punto, il rischio per la Spagna non è tanto un ulteriore aumento dei tassi di interesse da pagare sui bond ma piuttosto la mancanza di investitori», dice Thomas Costerg di Standard Chartered Bank.