Andrea Scanzi, il Fatto Quotidiano 15/11/2011, 15 novembre 2011
IVAN GRAZIANI, IL GENIO “PIGRO”
Anticipiamo il contributo di Andrea Scanzi al libro “Ivan Graziani. Viaggi e intemperie”, a cura di Lorenzo Arabia, Minerva Edizioni, in uscita domani. Si tratta della prima biografia dedicata al cantautore teramano scomparso nel 1997 e contiene anche interviste ad amici e colleghi di Graziani (Antonello Venditti, Renato Zero, Ron e altri ancora). • Il problema è che era avanti. Troppo avanti. Si dice sempre così ma in alcuni casi, tipo questo, è vero. Ivan Graziani era troppo avanti e – per abbellire il suo percorso e al tempo stesso amplificare la pochezza di troppi tromboni fraintesi per addetti ai lavori – era pure troppo eclettico. Non era noioso come “devono” essere i cantautori e osava perfino abbeverarsi alla fonte dannata del rock. Come se non bastasse, vestiva come un daltonico che si beffava dei benpensanti e cantava con tonalità naturalmente prossime al falsetto. Il minimo che un paese nato stanco come l’Italia poteva fare, era non comprenderlo. Ivan è il grande sottovalutato della musica italiana. Il grande quasi dimenticato. Forse capiterà come per Rino Gaetano, sdoganato trent’anni dopo la sua scomparsa. O forse no. Ivan è il patrimonio condiviso di una riserva indiana che ha buona memoria e curiosità vivida. Il capellone timido che affronta il playback tivù di E sei così bella, guardando Anna, splendida compagna di una vita. Il padre di Tommy e Filippo, che meglio non potevano restituircelo. Il marinaio che non è più tornato.
LA SUA FORZA risiede in un percorso oltremodo libero. Nell’apprendistato atipico, nell’amore per il disegno, nelle origini teramane. Risiede in quei testi così personali, con una sessualità presentissima, carnosa e godereccia: animalesca. Risiede nella trama assurda di canzoni come Ma io che c’entro (chi altri poteva scrivere un brano d’amore partendo un tizio che sta seduto al cesso?). Ivan era un autodidatta di genio puro e quindi folle. Basta Gabriele D’Annunzio – di cui sapeva tutto – a zittire chi lo accusava di non sapere scrivere. Basta Il topo nel formaggio, meglio ancora nelle poche registrazioni live che ci sono arrivate, per riscoprire il talento di un chitarrista che guardava molto oltre i confini italici (e per questo quei confini tendono a ridimensionarlo: perché non lo capiscono). Si dice: l’ultimo Graziani era più debole. Ed è vero. Vale per tutti o quasi. Anzitutto per i musicisti. Soltanto all’inizio del suo cammino potevano nascere le Motocross, I lupi, Pigro, Paolina, Monna Lisa. Mica le scrivi a fine percorso, le My Generation. Ma è altrettanto inconfutabile che perfino nei bassi anni Ottanta, un po’ plastificati anche in lui, ci sono stati i Viaggi e intemperie. Le Siracusa e le Isabella sul treno. Come c’è stato l’amore, per certi aspetti didascalico, per il rock di Ivangarage: non un capolavoro, ma come suona ancora vivido quel lusso orgogliosamente plebeo di nascondere una gemma stralunata come E mo’ che vuoi in un album che quasi tutti avrebbero battezzato minore. Maledette malelingue, con cui tornò a Sanremo, dimostrò che Ivan aveva ancora cose da dire: forse non più paragonabili all’apertura divina di Olanda, o alla quotidianità mirabilmente descritta in Pasqua, ma le aveva. E Kryptonite, nonostante l’arrangiamento patinato, è uno dei suoi testi migliori. Graziani si era perso e ritrovato. Per moti e tornanti tutti suoi. Che solo parzialmente abbiamo scorto. Ivan Graziani è invecchiato meglio di altri perché non ha mai abdicato alla giovinezza.
PERCHÉ si è negato, purtroppo anche fisicamente, lo scorrere del tempo. Perché viveva in un mondo veramente suo, un luogo stravagante popolato da donne ladre e amanti lussuriosi a Modena Park, matrone giunoniche che ti piantano il tacco sul collo e cugine strette (senza tette?). Amava le vette incredibili e gli inciampi terribili. Senza misura. Prudenza mai. E ben pochi limiti. Neanche lui – ed è forse la sua unica “colpa” – sfuggì alla mania di rileggere i propri hit. Riprese le vecchie canzoni e non le migliorò. Mai. Era impossibile: le Fuoco sulla collina fiammeggiavano già in quello spazio alieno che attiene soltanto a ciò che non può morire. Troppo poco sentenziante e troppo fieramente terreno per essere elevato a profeta o maître à penser, Ivan Graziani è stato un eretico ruspante. Pioniere pazzo, diamante grezzo. Lui un chitarrista, noi una svista.