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 2011  novembre 15 Martedì calendario

CHI C’È DIETRO QUELLA PENNA?

Voglio ringraziare Imbe e Forlo che in questi mesi hanno prima condiviso con me l’idea del libro e poi l’avventura di scriverlo. Poi Giorgio, Rino (e altri sette nomi, ndr) che hanno avuto la pazienza di leggere le bozze, di darmi i loro suggerimenti, incoraggiamenti o critiche. Eli e Nicola Orsi (e altri sei nomi, ndr) collaboratori preziosi e instancabili, mia moglie Emanuela, Vinicio il contadino, Macchia il mio cane, il Milan perché senza la vittoria del diciottesimo scudetto avrei passato l’estate incollato alla tv a ricordare i momenti d’oro e non avrei affrontato con l’animo sereno la scrittura”. È stata una bella fatica quella di Maurizio Lupi se, per scrivere il suo ultimo libro di 99 pagine e mezzo (La prima politica è vivere, Mondadori), ha dovuto ricorrere a tanta manodopera. Ma l’onorevole non è il solo a temere la solitudine. La sezione “ringraziamenti” in calce ai libri è ormai un profluvio di riconoscimenti ad assistenti, collaboratori, editor, oltre a mogli, figli e gatti.
MEGLIO SAREBBE dichiarare che, praticamente, il libro l’ha scritto un altro. Ad esempio un ghostwriter, un professionista a metà tra uno psicologo e un ventriloquo, che presta la sua penna a pagamento, per poi sparire nell’ombra. Essere editorialmente appariscenti fa gola, ma è un lavoro faticoso: così, quando il trucchetto del libro “frutto del lavoro di squadra” o quello dei ringraziamenti gonfiati non reggono più, ci si rivolge a uno stuntman della penna, subappaltando la propria identità a un professionista. Lo fanno politici, attori, imprenditori e calciatori che vogliono immortalarsi in un’autobiografia o avere un romanzo nello scaffale; ma anche sceneggiatori che cercano il testo pronto da riscaldare, o professori bisognosi di saggi prêt-à-porter. Quasi mai, ovviamente, accettando la dicitura manifesta a cura di, oppure nome+con, che violerebbe la purezza del loro sangue blu (oltre a costringerli a dividere i diritti d’autore). La tendenza è in crescita esponenziale, anche se numeri certi non ce ne sono: da noi questa figura è clandestina, spesso pagata in nero, e soprattutto soggetta ai capricci dell’ego dei committenti. Li usano gli editori , senza dirlo. Li cercano gli autori, ma di nascosto e tramite il passaparola. Una buona cartina di tornasole dell’uso (e abuso) di queste figure è però sicuramente il malumore e l’ironia dei lettori che, sul web, avanzano maligne insinuazioni, fanno confronti tra i testi, controllano che la sintassi sia credibile. Ne sanno qualcosa Fabio Volo e Giorgio Faletti accusati il primo di essere il volto noto di un ignoto ghostwriter, il secondo di aver esportato dall’inglese Io sono Dio, visto che – a detta di due studiose – intere frasi erano state scritte grazie al traduttore di Google. A scanso di equivoci, nell’ultimo libro da poco uscito per Einaudi, Faletti si è speso in precisazioni: “Mi sono impegnato perché fosse un buon lavoro, se non ci sono riuscito è solo colpa mia”, scrive insieme al solito profluvio di ringraziamenti agli editor di Stile Libero. “Un libro di 250 pagine, 12.500 dollari. Una sceneggiatura di 120 pagine, 6000 dollari. Un business speech di mezz’ora, 1500 dollari, lavoro di riscrittura 30 dollari per una pagina con spazi doppi”: i siti statunitensi di ghostwriting (come www. ghostwor  ds.com   o www.seo-writer.com  ) pubblicano tabelle dettagliate dei costi in base al prodotto e del numero di pagine. Tutto avviene alla luce del sole (e del fisco).
DA NOI, INVECE, la figura del ghostwriter sconta anche il fatto di non essere riconosciuta a livello giuridico, perché nessuno può rinunciare ai diritti intellettuali su una propria opera: “Il rapporto con il committente – spiega L.L.M, che come tutti quelli che abbiamo intervistato, preferisce restare dietro un rigido anonimato, e infatti è un ghost – deve essere di natura occulta o fittizia, il che significa che non ho tutele giuridiche da far valere in caso di inadempienza”. “In Italia non abbiamo ancora la cultura del ghostwriting. Non firmando in esclusiva la propria biografia l’uomo pubblico teme di passare per ignorante”, spiega un altro ghostwriter che, nel paese in cui i latitanti alla Lavitola vanno in tv, ha rifiutato persino l’intervista telefonica per non svelare la sua voce. “C’è sempre meno serietà rispetto alla scrittura – aggiunge – Scrivere è un mestiere difficile, ma questa verità non la vuole accettare nessuno. Esiste una segreta convinzione che i libri si scrivano praticamente da soli e di getto. Ma un conto è avere buone idee, un conto farle diventare un testo”. Per fortuna, rispetto ad altri servizi editoriali, il ghostwriting è pagato un po’ di più, ma niente cifre da capogiro: da un minimo di un migliaio di euro si arriva a quindicimila circa, a seconda del prodotto. Per sopravvivere, insomma, bisogna sfornare almeno un libro a stagione. Calarsi nei panni di un’altra persona, inoltre può comportare una lunga fase di ricerca e conoscenza, oltre che un rapporto assai stretto con il committente e i suoi tic. E poi bisogna trovare uno stile che sia verosimile: niente sintassi barocca per un calciatore, o il linguaggio della strada per l’onorevole e professore. Se, comunque, si accetta di buongrado l’anonimato, e si getta il narcisismo alle ortiche, il lavoro – sostengono loro – può essere creativo e stimolante. E non mancano le sfide, conclude il nostro anonimo ghostwriter, come “scrivere discorsi elettorali per due con-tendenti contrapposti”. Esercizi di stile, e chissà se almeno i ringraziamenti gli autori se li scrivono da soli.