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 2011  novembre 15 Martedì calendario

“NEL NUOVO EGITTO LA VERITÀ RESTA UN NEMICO”

In dieci minuti Wael Abbas, uno dei più noti blogger egiziani, riesce a fare una sintesi efficace della rivoluzione di piazza Tahrir, dal palco del tempio di Adriano, a Roma, durante la celebrazione del 20° anniversario del world wide web. Del resto la sintesi è la conditio sine qua non per un blogger, colui che dirama notizie via internet. E Wael Abbas, 37 anni, con il suo inglese fluente, in questo breve lasso di tempo, non spiega cosa è accaduto durante il mese di sollevazione che ha portato alla caduta del regime di Mubarak, e cosa sta accadendo a una settimana dal voto.
“INNANZITUTTO non si tratta di elezioni democratiche, la situazione in Egitto è identica a prima, quando c’era Mubarak, se non addirittura peggio, inoltre oggi l’opinione pubblica mondiale crede che stiamo vivendo in un periodo di acquisizione dei diritti civili, di sperimentazione della libertà, mentre invece sta accadendo il contrario”. Abbas è pessimista e molto preoccupato per la sorte della libertà di opinione e di stampa, che si traduce in due nomi: Alaa Abdel Fattah e Michael Nabil, due suoi colleghi rinchiusi nelle prigioni del Cairo, accusati rispettivamente di aver insultato il Consiglio supremo e di aver rubato un fucile durante le manifestazioni di gennaio. Nabil deve scontare 3 anni di carcere e ha iniziato uno sciopero della fame. E l’unica candidata donna alle presidenziali, Bothaina Kamel, ha cominciato lo sciopero della fame per la liberazione del blogger Alaa Fattah, la cui custodia cautelare è stata prorogata per 15 giorni.
“È sempre più difficile fare il nostro mestiere perché, con la scusa dello Stato di emergenza, ci sbattono in galera senza prove e ci portano davanti a una corte militare. È successo anche a me, sono stato in carcere per 3 mesi, accusato di aver fomentato le violenze. Ma non è vero. Questi processi sono irregolari e violano la legge internazionale. Le restrizioni nei confronti dei media sono aumentate dopo che Mubarak è caduto. Con questo non voglio dire che fosse meglio prima. Dico che non è cambiato nulla: a partire dallo Stato di emergenza che dura dal ‘74”. Eppure il Consiglio militare supremo aveva promesso che l’avrebbe abolito. “Continua a posticiparne l’abolizione: ora dicono che lo faranno nell’imminenza delle elezioni presidenziali. Che non saranno prima della fine del 2012. Nel frattempo abbiamo raggiunto la cifra record di 13mila persone incarcerate da gennaio a oggi. Né Nasser né Mubarak erano arrivati a tanto”. Un numero impressionante, senza contare le persone scomparse da mesi, e delle quali non si sa più nulla. Abbas dipinge un quadro foschissimo dell’Egitto attuale dove peraltro i partiti islamici sono gli unici a essere stati in grado di riorganizzarsi. “Sicuramente otterranno molti voti, se non la maggioranza, perché hanno molto seguito fuori dalle aree urbane, nelle campagne dove vive la maggior parte degli 80 milioni di egiziani. Noi di piazza Tahrir abbiamo sbagliato quando abbiamo creduto ai militari, all’esercito. Avremmo dovuto essere più duri e determinati e cambiare la Costituzione in quel momento, in quella piazza ideale, davanti alle telecamere di tutto il mondo, che in qualche modo ci proteggevano. Ora ci apprestiamo a votare sulla base della vecchia Costituzione, con la stessa legge elettorale, candidati legati ancora al vecchio regime, il tutto condito con lo Stato di Emergenza”. Secondo Abbas il peggio deve ancora venire, tanto che non esclude nuove sollevazione e ancora tanta violenza.