Giuseppe Pollicelli, Libero 15/11/2011, 15 novembre 2011
«NON HO UCCISO PASOLINI ECCO CHI C’ERA QUELLA NOTTE»
L’uscita di Io so... come hanno ucciso Pasolini. Storia di un’amicizia e di un omicidio (Vertigo, pp. 124, euro 15), il libro in cui Pino Pelosi racconta come il suo rapporto con Pasolini fosse iniziato circa cinque mesi prima dell’assassinio del poeta (avvenuto all’Idroscalo di Ostia la notte del 1° novembre 1975), è coincisa con un fatto di enorme importanza: i Ris di Parma hanno da poco scoperto che su uno dei reperti custoditi nel museo di Criminologia di Roma sono presenti tracce ematiche contenenti un dna maschile diverso sia da quello di Pelosi (ancora oggi, per la giustizia italiana, unico artefice del delitto) sia da quello di Pasolini. Sulla scena del massacro, dunque, era presente almeno un terzo uomo. È dal 2005, del resto, che Pelosi (il quale lavora attualmente come giardiniere presso la cooperativa Ventinove giugno di Roma) ha iniziato a dichiararsi innocente, sostenendo di essere stato un’inconsapevole esca nelle mani dei reali uccisori di Pasolini.
Pelosi, secondo lei chi ha fatto fuori Pasolini? E perché?
«Ho già raccontato più volte che quella sera, all’Idroscalo, io e Pasolini fummo raggiunti da due automobili (un’Alfa GT uguale a quella di Pier Paolo e una Fiat 1500 targata Catania) e da una moto Gilera guidata dai fratelli Giuseppe e Franco Borsellino, giovani ladruncoli di cui ero amico perché vivevano a Casal Bruciato, il mio quartiere».
Chi c’era nelle due automobili?
«Nella Fiat c’erano tre uomini, uno dei quali è quello, robusto e sulla quarantina, che si avventò su di me tenendomi bloccato e dandomi anche un pugno e una bastonata in testa dato che io, inizialmente, provai a reagire. Nell’Alfa non so chi ci fosse. Forse si trattava di Antonio Pinna, un malavitoso romano che qualche giorno dopo l’omicidio di Pasolini portò a riparare un’Alfa GT sporca di sangue da un carrozziere del quartiere di Monteverde, il quale si rifiutò di aggiustarla. Sia chiaro, io non sono sicuro che in quell’auto ci fosse Pinna, sto riferendo la tesi sostenuta da Silvio Parrello, un vecchio amico di Pier Paolo che conosceva Pinna e che di recente ha raccontato questa versione dei fatti al pm Francesco Minnisci, a cui si deve la riapertura del fascicolo sulla morte di Pasolini. La stessa tesi è stata ripresa dal regista Federico Bruno, che ha collaborato assieme all’avvocato Alessandro Olivieri alla stesura del mio libro e che attualmente è impegnato nella realizzazione di un film indipendente dedicato proprio alla morte di Pasolini».
Chi erano le tre persone nella Fiat 1500?
«Non lo so».
I fratelli Borsellino sono morti e di Pinna si sono perse le tracce dal 1979. Forse lei non fa i nomi dei tre della Fiat perché questi ultimi, o almeno alcuni di essi, sono ancora vivi?
«Chi lo sa?».
Quelli di cui lei parla, ad ogni modo, sarebbero gli esecutori materiali del delitto. Chi erano allora i mandanti?
«Lo ignoro. Posso dire, tuttavia, che un giorno i fratelli Borsellino mi comunicarono che stavano per essere rubate dagli stabilimenti della Technicolor, sulla Via Tiburtina, le pellicole di alcuni film tra cui Salò di Pasolini, e che il furto era stato organizzato da un certo Sergio Placidi (un protettore di prostitute) con la complicità del regista Sergio Citti, storico collaboratore di Pasolini. A Citti era stato detto che il furto delle pellicole sarebbe servito per ottenere un riscatto in denaro».
Leggendo il suo libro sembra di capire che l’input sia arrivato a Placidi e a Citti da parte di un certo Mauro G., un distinto signore che frequentava la sezione del Movimento Sociale Italiano di Via Subiaco, nei pressi di Casal Bruciato, di cui erano assidui anche i Borsellino.
«Sì, potrebbe essere».
Chi è Mauro G.? Perché non viene citato con nome e cognome?
«Non so chi sia e anche se lo sapessi non potrei dirlo. Perché devo essere sempre e solo io a parlare, rischiando in prima persona? Perché, una buona volta, non vengono rivelati i tanti segreti di Stato che caratterizzano la storia d’Italia degli ultimi decenni? C’è un 15% di informazioni sul delitto Pasolini che preferisco tenere per me. Almeno per ora. E perché i cosiddetti “amici di Pasolini”, quelli dell’intellighenzia che conta, non rivelano finalmente anche loro qualche cosa di quello che sanno? La cugina di Pasolini, Graziella Chiarcossi, che è anche la moglie di Vincenzo Cerami, aveva dapprima raccontato a un suo parente, il trombettista Guido Mazzon, di avere subìto un furto in casa poco dopo la morte di Pasolini, furto a seguito del quale le era stato sottratto del materiale appartenuto a Pier Paolo, tra cui alcune pagine del romanzo Petrolio. Adesso la Chiarcossi nega tutto. Come mai?».
Torniamo alle pellicole di “Salò”. Il furto, dunque, era una trappola.
«Fu detto a Pasolini che le pellicole gli sarebbero state ridate per una cifra modesta, tre milioni di lire (è quello che credevo anche io e, sicuramente, è quanto pensava lo stesso Citti). Invece gli venne teso un agguato. La sera del 1° novembre mi recai con Pier Paolo alla Stazione Termini e lì m’incontrai coi fratelli Borsellino, ai quali comunicai che Pasolini aveva scelto come luogo per la riconsegna l’Idroscalo di Ostia, un posto sicuro e isolato che Pier Paolo conosceva perché ci era andato qualche volta a giocare a pallone. I Borsellino si allontanarono per riferire la cosa a qualcuno, credo a Placidi o a Mauro G., e dopo un po’ di tempo, mentre io ero rimasto ad aspettarli in macchina con Pasolini, tornarono alla stazione per dirmi che l’Idroscalo poteva andare bene».
Quindi è stato Pasolini a proporre l’Idroscalo?
«Sì».
Nel libro lei dice che Pasolini quella sera aveva messo tre milioni in contanti (il denaro per il riscatto) sotto un tappetino della sua automobile. Che fine hanno fatto quei soldi?
«Non lo so, quando sono scappato via con la macchina di Pasolini, dopo l’omicidio, penso fossero ancora lì. Va’ a sapere a chi li ha presi. D’altronde quell’automobile ha fatto una fine strana, visto che quando è stata dissequestrata l’ha presa Ninetto Davoli, il quale ha affermato di averla fatta tagliare a pezzi».
E perché?
«Non so, andrebbe chiesto a lui».
Una volta giunti all’Idroscalo, lei e Pasolini aveste un contatto sessuale. O almeno questo è quello che lei ha sempre raccontato e che ha ribadito anche nel libro. Com’è possibile questo fatto, visto che stavate aspettando coloro che in teoria avrebbero dovuto restituire le pellicole?
«Sapevamo che avremmo dovuto aspettare un po’ di tempo e Pasolini volle ingannarlo così».
L’impressione, tuttavia, è che lei non sia completamente «innocente». Un barista che lavorava in un locale nei pressi della Stazione Termini disse a Oriana Fallaci, che lo riportò su «L’Europeo» qualche giorno dopo il delitto, di averla riconosciuta mentre al telefono del bar pronunciava frasi come: «Se si tratta solo da dargli un po’ di botte ci sto, sennò non se ne fa niente».
«Non mi risulta e non so chi sia questa persona. Ha un nome e un cognome?».
Sì, Gianfranco Sotgiu.
«Ripeto, non so chi sia».
Però è lei stesso a raccontare nel libro che, per fare da tramite con Pasolini per la riconsegna delle pizze, ricevette dei soldi.
«Io pensavo che la cosa sarebbe finita con il pagamento del riscatto. Mai e poi mai avrei immaginato che quella gente volesse massacrarlo».
Giuseppe Pollicelli