Giuseppe Parlato, Libero 15/11/2011, 15 novembre 2011
IL DUCE «UTILE SOMARO» NELLE LETTERE A CLARETTA
L’immagine di un Mussolini non più eroico, un po’ incerto, sicuramente indebolito, quale appare dalle lettere a Clara, può stupire qualcuno: anzi, dopo la pubblicazione di piccole parti dell’epistolario su Libero, (il volume completo esce oggi per Mondadori, col titolo A Clara. Tutte le lettere a Claretta Petacci 1943-45, pp. 408, euro 24,9) qualcuno si è meravigliato, altri si sono quasi indignati. Qualcuno si è meravigliato di trovare un Mussolini “umano”, che registra il pianto di un soldato, che si rammarica per il non funzionamento di alcune strutture del suo Stato, che lamenta le rappresaglie e le fucilazioni di giovani, che si considera l’esatto contrario dell’immagine dell’eroe invincibile creata dalla propaganda fascista.
Per analoghi motivi, qualcuno si è indignato: vedere un uomo che appare in cattiva salute, incerto, non più convinto della “sua” Repubblica, forse indebolito dall’amore verso una donna che ne aveva attenuato lo spirito guerriero che gli era proprio.
In realtà, questa immagine di Mussolini era largamente conosciuta dalla storiografia più attenta fin dagli anni Novanta, quando le memorie di Vincenzo Costa, ultimo federale della Rsi a Milano, vennero a confermare quello che qua e là un poco già si ipotizzava. Le memorie di Costa, cui De Felice aveva dato un’importanza straordinaria e che vennero pubblicate dopo la morte dello storico romano, raccontavano di un Mussolini in qualche modo «costretto» a rimettersi in gioco dopo il 25 luglio 1943 soprattutto dalle pressioni di Hitler e dalla sua minaccia di «polonizzare» l’Italia. Era la tesi della Rsi come«repubblica necessaria», cioè di una sorta di cuscinetto fra il popolo italiano e i tedeschi.
Che Mussolini si considerasse finito all’indomani del 25 luglio è un dato certo. In una lettera alla sorella Edvige del 31 agosto 1943 mentre era detenuto a La Maddalena, Mussolini scrive: «Per quanto mi riguarda io mi considero un uomo per tre quarti defunto. Il resto è un mucchio di ossa e di muscoli in fase di deperimento organico da dieci mesi a questa parte. Del passato non una parola. Anch’esso è morto. Non rimpiango niente. Non desidero niente». Dopo il 25 luglio 1943 e la caduta del fascismo, il desiderio di Mussolini era solo quello di andare alla Rocca delle Caminate, la residenza estiva dei Mussolini nei pressi di Predappio, «e ivi attendere tranquillamente la fine, che mi auguro sollecita dei miei giorni», come scrisse sempre nella stesa lettera alla sorella. Il 24 agosto, scrivendo al tenente Faiola, comandante dei Carabinieri al Gran Sasso dove Mussolini era stato trasferito, si era definito «questo morto di cui non si annuncia ancora il decesso». Lo stato d’animo che appare dalle lettere a Clara è identico, nonostante il suo ritorno sulla scena politica. Sfumata la Costituente, congelata la socializzazione, fallito l’inserimento in guerra dell’esercito repubblicano, Mussolini il 26 febbraio scriveva a Clara che ci sono libri per i quali non è opportuno fare una seconda edizione: «La prima edizione del libro interessante della mia vita si chiude il 25 luglio. Da quel giorno io sono defunto».
Proprio a Vincenzo Costa, il 13 settembre 1943, Mussolini confidava: «Non avrei voluto ripresentarmi sulla scena politica nazionale se non fossi stato convinto che io solo sarei riuscito ad attenuare il rigore dei tedeschi, che ormai consideravano traditori tutti gli italiani». Nelle lettere a Clara, Mussolini si identifica spesso con «il somaro utile, paziente», con il «somaro che tira la carretta», o con il «mulo nazionale». A Costa, nella stessa occasione, disse: «Vedete, io sono il bue nazionale, che sotto il pungolo della nazione tirerà l’aratro fino all’ultimo... e poi... pagherò per tutti».
Giuseppe Parlato