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 2011  novembre 15 Martedì calendario

FINI SI TRADISCE ANCORA: IL TERZO POLO NON SERVE PIÙ


Vecchia saggezza popolare. Gianfranco Fini e Gianni Alemanno sono in visita ai cantieri della linea B1 della metropolitana romana. La scena si è svolta ieri mattina. Elmetto e giubbotto catarifrangente, i due stanno per salire su un trenino. Si avvicina un tizio, anziano, piccolino. Senza molti preamboli, si rivolge a Fini: «A presidè, ve posso rivedè insieme?».
Più che una domanda, è un’incitazione, un appello. Pare che il tizio sia un militante di An e ancor prima del Msi. Ha capito che quella non è solo una visita ufficiale. C’è la metropolitana. Ci sono i lavori di scavo. Ma ci sono anche altri lavori in corso. E il vecchietto vorrebbe contribuire. Preme e a suo modo consiglia, suggerisce. Sorride e vagheggia, lui fan di Gianfranco Fini.
Prove tecniche di riconciliazione nel centrodestra. Ieri, complice la metropolitana, l’incontro con Gianni Alemanno e anche una lunga intervista dai toni concilianti nei confronti del Pdl a Gr Parlamento. Nei giorni scorsi, come lo stesso Fini ha voluto rivelare, un colloquio telefonico con Silvio Berlusconi fresco di dimissioni da presidente del Consiglio. Soprattutto, parole nuove, aperture: «Non avrebbe molto senso continuare a rivangare il passato e addossare l’uno all’altro delle responsabilità». Ancora: «Adesso molti mi dicono “avevi ragione tu”. Ma io apprezzo di più quelli che ti danno ragione nei momenti difficili. E credo che Berlusconi la pensi come me». Un crescendo: «Una fase si è aperta, ma come sarà quella nuova si vede sempre dopo. La dimissioni di Berlusconi segnano la fine di un momento. Non so cosa sia il berlusconismo, ma so che Berlusconi continuerà ad essere un leader politico di primissimo piano, né si può pensare che dalla sera alla mattina sia consegnato ai libri di storia». E infine la dichiarazione di rinnovato amore.
Reggetevi forte, voi che pensate ad un Fini acerrimo nemico, voi che ancora avete negli occhi le immagini della direzione nazionale del Pdl, Fini in piedi nella platea con il dito puntato verso Berlusconi, scuro in volto, seduto sul palco. Lo strappo. Il divorzio. Era il 22 aprile del 2010, mica un secolo fa. La mascella di Fini è ducesca. Il presidente della Camera Fini dice: «Che fai, mi cacci?». E sentitelo ora, a Gr Parlamento: «L’esperienza del governo Monti potrà contribuire ad archiviare il bipolarismo muscolare per aprire un confronto tra le forze politiche senza profonde divisioni». Scurdammoce ‘o passato, secondo le migliori tradizioni della politica italiana: «Da oggi in poi i tre poli dovranno evidenziare soprattutto ciò che li unisce… Se si va ad una riaggregazione dei due poli, perché il Terzo polo dovrebbe per forza rimanere il terzo?».
Gianfranco Fini cerca casa. Non quella di Montecarlo (e il presidente, nel rinnovato clima di concordia nazionale, ci consenta la battuta). Cerca casa politica. Anche lui ha capito che vive in affitto e che il titolare del contratto non è lui. Nel Terzo Polo è una specie di coinquilino con poca voce in capitolo. E medita il trasloco. Bisogna comprenderlo. Non è più un giovincello, le ambizioni non mancano, la presidenza della Camera non è eterna e il futuro è incerto. Meglio darsi da fare: le elezioni, anche in caso di formazione del governo Monti, non sono molto lontane.
Fini atto terzo. O forse quarto. Di preciso non lo sappiamo: a furia di giravolte, abbiamo perso il conto. Era il delfino di Almirante, numero due del Msi. Dicevano che fosse un fascista. Molti fascisti hanno sempre nutrito più di un dubbio. Divenne il numero due di Berlusconi. Dicevano che sarebbe stato il successore. Molti, a cominciare forse dal Cavaliere, non ne sono mai stati troppo convinti. Ora, a voler essere larghi di manica, è il numero due di Casini.
C’è chi nasce con i capelli biondi e gli occhi azzurri, e chi con il tocco della subalternità. Persino ora, presidente della Camera e terza carica dello Stato, Fini è un comprimario. Avrebbe potuto scegliere, come Schifani ed altri prima di lui, un ruolo distaccato. Ha deciso, nonostante la carica, di fare politica a tempo pieno. Ma vive sullo sfondo. Senza offesa: ci sembra un portatore d’acqua. O di voti, se si preferisce.
Domanda: chi è che ha provocato le prime e vere difficoltà al governo Berlusconi? Chi gli ha fatto mancare i voti decisivi? Risposta: Fini. Tutti i guai cominciarono con la diaspora. Poi venne il resto, spread compresi. Il demerito gli appartiene in pieno. Ma se oggi si dovesse andare ad un governo un po’ tecnico e un po’ politico lui non comparirebbe. Casini sì, Fini no. Gianfranco è subalterno persino nella vittoria, o in quella che alcuni pensano che sia una vittoria. E preme per collocarsi meglio.
Lavori in corso in metropolitana e nel centrodestra. Il progetto c’è. Bisogna solo capire se nascerà anche il nuovo edificio. Alemanno non si sbilancia: «L’auspicio – ha dichiarato ieri – è che ci sia una grande ricomposizione del centrodestra attraverso il Pdl, mettendo insieme tutti quelli che si sentono alternativi alla sinistra. Un auspicio che non può non essere positivo».
Sorride il vecchietto della metropolitana. Sorride anche Fini che dice: «Eh, stiamo qui». Per ora numero due di Casini. Chissà, forse domani di nuovo numero due di Berlusconi. Se gli altri lo permetteranno, naturalmente.

Arturo Saitta