Claudio Magris, la Lettura (Corriere della Sera) 13/11/2011, 13 novembre 2011
SONKA - «Oggi, facendomi la barba, mi sono guardato nello specchio e mi sono spaventato. Non sembro Ahasvero?» È il nome dell’Ebreo errante, condannato secondo la leggenda ad errare sempre e a non poter mai morire
SONKA - «Oggi, facendomi la barba, mi sono guardato nello specchio e mi sono spaventato. Non sembro Ahasvero?» È il nome dell’Ebreo errante, condannato secondo la leggenda ad errare sempre e a non poter mai morire. Maledizione a doppio taglio, perché indica pure l’indomabile vitalità dell’ebraismo, la sua riottosa resistenza che neanche le più terribili persecuzioni sono riuscite ad annientare. A riconoscersi in Ahasvero, in questo caso, è un personaggio che ha vissuto la più spaventosa di quelle persecuzioni, la Shoah. Un personaggio veramente esistito, uno scrittore e poeta che ha partecipato alle grandi lotte, speranze e orrende tragedie del Novecento, restandone vittima; che nonostante tutto è sempre rimasto un vagabondo bohémien e un impenitente donnaiolo, un attore che recita la propria vita e la contraffà senza troppi scrupoli. Ora Hugo Sonnenschein detto Sonka — questo è il suo nome — è divenuto protagonista di un romanzo, Hugo, scritto da un autore céco, Jirí Kamen, che a sua volta, ricostruendo e immaginando le sue rocambolesche peripezie, mescola realtà e possibilità della vita di Sonka, ciò che essa è stata e ciò che essa avrebbe potuto essere. Sonka è soprattutto l’anarchico scrittore ebreo tedesco nato in Moravia, il militante bolscevico deportato e sopravvissuto ad Auschwitz e morto nelle prigioni comuniste cecoslovacche nel 1953 perché accusato di collaborazionismo con i nazisti, accusa improbabile ma non inequivocabilmente smontata. La sua vita picaresca di artista vagabondo, attivista politico e libertino inizia a Gaya, la cittadina della Moravia orientale in cui egli nasce nel 1889, e che è un piccolo crogiolo mitteleuropeo di culture e di popoli — moravi, slovacchi, cechi, ebrei, austriaci, zingari — con i suoi scontri nazionali fra tedeschi e slavi che finiscono spesso in pogrom, in violenze antisemite. Sonka ha rievocato suggestivamente — anche falsificandola — questa infanzia, ora rinarrata nel romanzo di Kamen, che ho letto nella versione tedesca. Il romanzo è costruito in forma di una lettera che Sonka scrive dal carcere comunista di Mirov in Moravia — dove è stato effettivamente condannato a vent’anni per (presunto) collaborazionismo — al segretario generale del Partito comunista cecoslovacco Rudolf Slánsky, giustiziato nel 1952 con l’accusa di sionismo e di essere un agente dell’imperialismo. Nella finzione romanzesca della lettera (che forse allude ad una da lui scritta realmente al segretario del partito) Sonka narra la sua errabonda ed estrosa esistenza come se questa — con le sue piroette, le sue sofferenze e i suoi trucchi — bastasse a giustificarlo; come se la vita in sé, il suo nomade e anarchico scorrere, trovasse la propria giustificazione nella fedeltà al proprio demone, senza bisogno di sottoporsi ad alcun giudizio. Sonka esagera, dilata, mescola le carte; ha sempre molti assi nella manica, ma alcuni di essi sono certamente autentici. Rievoca la visita di Rodin, il grande scultore francese, nella sua città natale, invitato dai patrioti cèchi ad ammirare una processione contadina in costume tradizionale, una festa cui partecipa pure egli stesso adolescente travestito da donna, con un precoce gusto della mistificazione. Da giovane si infatua per il Mussolini ancora socialista, nell’effimera Vienna rivoluzionaria del 1918-19 fa parte della «Guardia Rossa» comandata da un famoso scrittore praghese tedesco, Egon Erwin Kisch; va in missione oscuramente segreta a Mosca in occasione di una riunione della Terza Internazionale; riferisce o millanta rapporti personali con Lenin, Stalin e Trotzkij; finisce — questo sì senz’ombra di dubbio — ad Auschwitz, addetto alla farmacia sotto il controllo di Mengele, e a Mirov nelle carceri staliniane. Schizza ritratti di rivoluzionari politici e sociali quali Bakunin o di artisti rivoluzionari quali Erich Mühsam, con i quali si identifica mimeticamente, ma non senza l’autoironia dell’istrione che non può prendersi sul serio anche se crede appassionatamente a grandi idee di libertà e giustizia, senza peraltro permettere che la loro serietà ostacoli il suo giocoso, inaffidabile e imprevedibile erotismo, sale della sua vita. Tutto ciò, osserva Peter Demetz, uno dei grandi testimoni dell’affascinante e drammatica Mitteleuropa praghese, si traduce in una sanguigna varietà linguistica. Il funambolismo zingaresco s’intreccia, in un cortocircuito ad alto voltaggio, alla grandezza dell’utopia rivoluzionaria e al grigiore ideologico e autoritario del socialismo reale. L’accusa di collaborazionismo è probabilmente falsa, sostiene uno dei più agguerriti studiosi di Sonnenschein, Jürgen Serke, ma — aggiunge un altro suo interprete competente, Pavel Kosatík — non è mai stata veramente chiarita. Il tradimento del resto è una delle tragiche chiavi di quei tragici anni totalitari, in cui spesso l’eroico ma anche mortificante sacrificio di sé per la libertà e la giustizia di tutti trapassa facilmente nel sacrificio degli altri. Sono soprattutto i sistemi che annunciano — che incarnano o pretendono di incarnare — la verità a generare e ad esigere il tradimento, anche come sacrificio morale; la delazione può far male al cuore del delatore, ma la Causa è più importante del suo cuore. Nell’abiezione del tradimento può insinuarsi una contorta componente di sacrificio religioso. Il tradimento implica spesso la necessità del doppio gioco, che si inizia forse con un preciso progetto politico ma può facilmente diventare fine a se stesso, una perversa art pour l’art in cui si finisce per non raccapezzarsi più e non ricordare più di chi si è o si vuol essere al servizio. Può anche darsi che il doppio gioco seducesse Sonka e il suo gusto del travestimento inteso quale arte di vivere, quasi una body art; l’immoralità del doppio gioco è anche una difesa dall’eroico ma tirannico moralismo delle grandi cause. Se non si può essere un santo, non resta che fare l’avventuriero, l’unica altra possibilità di vita a suo modo autentica. Il doppio gioco si addice a quegli anni terribili, creativi e gigioneschi. Si addice ai Leviatani, ai regimi totalitari d’ogni genere, che hanno bisogno di spie e delatori, come alla guerra spietata e necessariamente totale, in cui spionaggio e tradimento sono armi non meno potenti delle bombe e sono usati cinicamente da tutti; si addice a chi persegue fini abietti e a chi persegue o crede di perseguire una liberazione dell’umanità, per la quale sembra lecito calpestare ogni morale e i sentimenti personali più appassionati. Il tradimento si addice pure a quel cabaret trasgressivo, libertario e depravato che era la Storia di quegli anni — anni di sperimentazione artistica e sessuale e insieme di repressione culturale e sessuale, di sballo e di ferrei catechismi. In quegli anni è balenata ed è stata deturpata un’esigenza di salvezza dell’umanità; il suo fallimento è una ferita ancora aperta, una rovina da cui bisognerà ripartire. Sonka è una piccola comparsa in quella battaglia di Gog e Magog che era anche un perverso e sanguinoso Varietà. Quando si tradisce, si tradisce anche se stessi: tradire un amante, un amico, un’idea, un Paese significa negare e perdere una parte di sé. Non ha tradito il patto con Sonka il suo amico anarchico Michal Mares: i due, nel carcere di Mirov, si erano promessi che, quando uno fosse morto, l’altro si sarebbe curato della sua sepoltura ed è stato Mares a farlo per lui. Claudio Magris