Marco Missiroli, la Lettura (Corriere della Sera) 13/11/2011, 13 novembre 2011
I DUE MINUTI CHE INVENTARONO L’AMERICA
Quando Abramo Lincoln arrivò al cimitero di Gettysburg, quel 19 novembre 1863, chiese di stare solo. Il responsabile delle guardie alla sicurezza insistette che era meglio di no, Lincoln lo ignorò e cominciò a percorrere i cinquanta passi che lo separavano dal palco allestito per la commemorazione. Era un sentiero tra due file di croci, Lincoln ne contò sedici da una parte e sedici dall’altra. Poi si fermò, si tolse il cappello, guardò oltre gli alberi e il cordone di uomini che teneva lontana la folla. C’erano politici e governatori, soprattutto vedove, genitori senza più figli, orfani di quei padri morti nella battaglia di Gettysburg avvenuta a luglio. Il bilancio era stato di cinquantunomila caduti. Il prezzo più alto dall’inizio della Guerra di secessione americana. In pochi erano lì per protesta, la maggior parte per il suo discorso.
Infilò una mano in tasca e tirò fuori il testo dell’orazione, lo rimise via. Non l’aveva letto a nessuno. Né alla moglie o ai consiglieri più fidati, né a John Nicolay e John Hay, i suoi assistenti personali che si erano premurati di avvertirlo che Edward Everett, ex segretario di Stato americano, avrebbe parlato per due ore. Per il Presidente era consigliabile superare quel tempo.
Lincoln aveva impiegato una notte a scrivere la bozza, l’aveva finita poco prima di essere avvisato che alla commemorazione del cimitero ci sarebbero stati molti familiari dei caduti. Così il Presidente si era fermato, un attimo, poi aveva stracciato gli appunti del discorso. Si era alzato in piedi e aveva pensato a William Fallace Lincoln, il suo terzogenito. Willie era un figlio silenzioso, aveva questo sguardo placido, nessun lamento di troppo. Era il più fragile dei suoi quattro eredi, a undici anni si era ammalato di tifo. Quando era morto, l’anno prima, lui si era chiuso in casa per quattro giorni e per quattro giorni non era riuscito a fare il Presidente degli Stati Uniti d’America. Pensò a Willie, e alle madri, e ai padri, che non vedevano tornare i loro ragazzi dalle battaglie come quella di Gettysburg. I discorsi coronano le abbondanze, aggravano la mancanza.
Riprese il sentiero, fece i passi che rimanevano e si guardò le scarpe e il cappello tra le dita, non lo indossò finché superò l’ultima croce. Al di là di una quercia secolare c’era il nugolo di persone e una fila di bandiere che delimitava il campo. Rallentò e si fece raggiungere dalle guardie, lo circondarono, con loro si inoltrò tra la calca. Sentì la gente, era un unico mormorio che finì appena lui arrivò sul palco. Salutò i governatori di sette Stati, il sindaco di Gettysburg e molte altre facce che non ricordava o che non guardò bene. Edward Everett si stava già rivolgendo alla folla, dopo sarebbe toccato a lui.
Lincoln prese posto, di tutte le volte che aveva parlato in pubblico, da Presidente adesso, da politico prima, da avvocato sempre, questa era l’unica che si ricordasse in cui non poteva riprendere in mano gli appunti dell’orazione. Le mani gli sudavano. Le premette al cappotto, poi sfilò comunque il suo testo. Un foglio piegato in quattro. Scoppiò un applauso e quando l’applauso finì ascoltò la voce di un uomo tra il pubblico, «Chi ci ridarà i nostri figli?». Accanto a lui c’era una donna più giovane, avanzò e riuscì a farsi largo di poco, disse qualcosa che nessuno sentì. Era un fuscello, i capelli carbone raccolti in una cuffia da contadina, aveva questi occhi che faticava a tenere alti. Il Presidente la fissò, assomigliava a sua madre.
Appena l’ex segretario di stato Everett finì il suo discorso, Lincoln lanciò un gesto d’intesa a John Nicolay e John Hay, i suoi assistenti in prima fila. Lo avevano informato che l’intervento dell’ex segretario di Stato sarebbe durato due ore. Avevano sbagliato, in difetto, di appena venticinque minuti. La folla che aveva atteso tutto quel tempo si accalcò all’improvviso e gli uomini della sicurezza dovettero stringersi per contenerla. Il Presidente guardò l’orologio, erano le quattro meno cinque di un pomeriggio di novembre. Si sistemò al centro del palco, il sindaco di Gettysburg gli disse che aveva a disposizione quanto tempo desiderasse. Lincoln ringraziò e si toccò la barba, come ogni volta prima di cominciare a parlare. Poi parlò:
Or sono diciassette lustri e un anno che i nostri avi costruirono, su questo continente, una nuova nazione, concepita nella Libertà, e votata al principio che tutti gli uomini sono creati uguali.
Fu accompagnato da un primo applauso, lui proseguì senza fermarsi. E da un secondo applauso, dopo che recitò il paragrafo successivo del discorso. Gli applausi tornarono ancora, e ancora. Per quattro volte. La folla tacque, di colpo, quando Lincoln scandì il brano della sua orazione che rimaneva. Per quelle cinque righe, pronunciate senza fatica, il Presidente fece tre passi avanti e smise di guardare un volto qualunque della sua gente. Fissò la donna con i capelli carbone. Era ancora lì, nello stesso punto e con gli stessi occhi bassi. Si rivolse a lei:
Che da questi morti onorati ci venga un’accresciuta devozione a quella causa per la quale essi diedero, della devozione, l’ultima piena misura; che noi qui solennemente si prometta che questi morti non sono morti invano; che questa nazione, guidata da Dio, abbia una rinascita di libertà; e che l’idea di un governo di popolo, dal popolo, per il popolo, non abbia a perire dalla terra.
Quando Abramo Lincoln finì, era la donna a guardarlo. Il miglior discorso che la storia americana, e una madre del suo popolo, avrebbe ricordato per sempre era di appena dieci frasi. Durava due minuti.
Marco Missiroli