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 2011  novembre 13 Domenica calendario

LE 5 PAGINE MEMORABILI: PIOGGIA - L’

acqua piovana ispira di tutto: malinconie proustiane, idilli dannunziani, tragedie verghiane, pure allegrie para-palazzeschiane, surrealismi marqueziani. Non c’è pioggia più lunga e molesta, nei romanzi, di quella che cadde su Macondo per quattro anni, undici mesi e due giorni. Le brevi tregue dell’acqua erano solo «annunci di rincrudimento», al punto che l’umidità persistente fece spuntare fiori negli ingranaggi delle macchine agricole e crescere filetti di zafferano sulla biancheria bagnata. L’atmosfera era tale da produrre una sorta di effetto Magritte: «I pesci sarebbero potuti entrare dalle porte e uscire dalle finestre, nuotando nell’aria delle stanze». La pioggia fantastica di Cent’anni di solitudine doveva servire a lavare delle sue follie e tragedie il paese del fu colonnello Buendía, ma il suo risultato sarà ben diverso e tutta quell’acqua finirà per sprofondare ancora di più il paese nell’abisso del nulla. Ma lasciamo stare le piogge apocalittiche, ne vediamo troppe, anche nella realtà.
Manzoni, Promessi sposi
Per Manzoni è ben diversa, purificatrice davvero. È un acquazzone che lava, benedice e libera per sempre dalla peste, quella che batte sul XXXVII dei Promessi sposi, con Renzo che cammina, ritorna, ricorda, toccando nella notte luoghi già visti, dalla campagna fuori Milano al paese. Un’autentica full immersion nell’acqua, nell’aria «guazzosa», nella terra «inzuppata», «fangosa», «infangata», quasi il battesimo per una vita nuova: un diluvio divenuto pioggia e poi «un’acquerugiola fine fine, cheta cheta, ugual uguale» con una sonorità che mima insieme l’avanzare stanco e allegro di Renzo e lo scroscio piovoso, mentre «i nuvoli alti e radi stendevano un velo non interrotto, ma leggiero e diafano». Sono pagine bellissime, quelle che accompagnano sotto la pioggia ristoratrice il sopravvissuto a tante sventure: grato al Signore, infine, di aver bagnato solo d’acqua il suo coltello, l’arma che il giovanotto non aveva abbandonato neanche il giorno delle nozze.
La pioggia, ha scritto William Somerset Maugham, cade allo stesso modo sul giusto e sul malvagio. Lo scrittore inglese vi dedicò un racconto memorabile ambientato su un’isola tropicale del Pacifico battuta da un’acqua inesorabile «animata da un’intima rabbia»: «Il dottor Macphall guardava la pioggia. Cominciava a dargli sui nervi. Non era la pioggerella inglese, che cade gentilmente sulla terra; era una pioggia spietata, in qualche modo terribile; ci sentivi la malignità delle forze primordiali della natura. Non cadeva, fluiva. Era un diluvio celeste, e batteva sul tetto di lamiera con insistenza». La rabbia ottusa della pioggia genera rabbia, voglia di urlare, spossatezza, persino infelicità, in chi la deve subire.
Verga, Mastro-don Gesualdo
Non sempre la pioggia è amica, si sa. Quella che viene giù all’inizio dei Malavoglia, dopo che «il vento s’era messo a fare il diavolo», fa naufragare la Provvidenza con sopra il povero figlio maggiore di padron ’Ntoni, Bastianazzo. Ed è curioso come Verga utilizzi, specularmente, la stessa coppia di aggettivi che abbiamo visto in Manzoni («fine» e «cheta»), caricandola però di terribili presagi: «La sera scese triste e fredda; di tanto in tanto soffiava un buffo di tramontana, e faceva piovere una spruzzatina d’acqua fina e cheta: una di quelle sere in cui, quando si ha la barca al sicuro, colla pancia all’asciutto sulla sabbia, si gode a vedersi fumare la pentola dinanzi, col marmocchio fra le gambe, e sentire le ciabatte della donna per la casa, dietro le spalle». Poche righe e vedremo comare Maruzza, già vedova senza saperlo, in piedi coi suoi figlioletti sulla spiaggia di lava grattarsi il capo senza dir nulla e sobbalzare nell’udire l’urlo del mare.
La pioggia è democratica, cade sul povero e sul ricco uniformemente, sul giusto e sul malvagio, diceva Somerset Maugham. Sotto un acquazzone si consuma l’estremo saluto tra il terribile Mastro-don Gesualdo in lettiga, ormai corroso dal cancro, e Diodata, la trovatella messa incinta e abbandonata tanti anni prima: il viaggio che porta il vecchio malato verso il palazzo della figlia, dove morirà in solitudine, è accompagnato dall’immagine dei fichi d’india che sfilano accanto alla carrozza rigati come di lacrime dalla pioggia. Era un pioggia ben più potente quella che nel primo capitolo don Gesualdo, ancora era nel pieno delle sue forze (e della sua avidità), sfidava senza paura, urlando «santo Dio» e «santo diavolone», pur di non lasciare al fiume il legname «che la corrente furiosa seguitava a scuotere e a sfasciare».
D’Annunzio, La pioggia nel pineto
Se volete una mimesi sonora di quelle che la meteo chiama precipitazioni temporalesche, affidatevi a Proust, che nella Strada di Swann le sente arrivare quasi da lontano: «Un piccolo colpo sui vetri, come se qualcosa li avesse urtati, seguito da un’ampia cascatella leggera come di granelli di sabbia che qualcuno avesse gettato da una finestra del piano di sopra, poi la cascatella che si estendeva, si uniformava, trovava un ritmo, diveniva fluida, sonora, musicale, fitta, universale: era la pioggia».
Solo il Vate aveva fatto di meglio nel rendere il ticchettare cangiante del piovasco estivo che coglie impreparati: siamo in una pineta non lontana da Marina di Pisa e il suono della pioggia prima rada poi fitta varia i suoi timbri a seconda del fogliame su cui va a precipitare, mentre si leva ancora il frinire delle cicale finché lo scroscio sempre più potente non lo cancellerà lasciando in lontananza soltanto il gracidio delle rane. Ne viene fuori una prodigiosa «orchestra arborea» di tamerici, pini, ginepri, mirti, ginestre, la cui perfezione panica (resa dall’equilibrio metrico-ritmico e dall’intarsio di consonanze, assonanze, rime anche interne) va ascoltata in rispettoso silenzio, predisposto dal «Taci» iniziale che diventa «Ascolta» e poi «Odi?» e ancora «Ascolta, ascolta»: solo così il poeta e la sua donna, Ermione, godranno dello stesso refrigerio che avranno le piante, e solo grazie alla pioggia rinfrescante umani e vegetali si troveranno in totale estatica simbiosi.
Montale, Piove
Ci sarebbe voluto il dannunziano (a suo modo) Eugenio Montale per mandare a carte quarantotto quella magnifica melodia, in una sferzante poesia-parodia degli anni Sessanta: «Piove. È uno stillicidio / senza tonfi / di motorette o strilli / di bambini». Non precipita più sul fogliame della pineta, la pioggia, ma «sul nulla che si fa / in queste ore di sciopero / generale», «non sulla favola bella» ma sulla cartella esattoriale, sulla Gazzetta Ufficiale, sulla contestazione, sui «work in regress», persino sul Parlamento e su via Solferino.
Niente di più lontano dall’allegra e celeberrima filastrocca di Angiolo Silvio Novaro, che si chiedeva «Che dice la pioggerellina / di marzo, che picchia argentina sui tegoli vecchi / del tetto, sui bruscoli secchi / dell’orto, sul fico e sul moro / ornati di gèmmule d’oro?». E negli immediati dintorni crepuscolari è difficile dimenticare un altro incipit bagnato, ma stavolta tendente al grigio, quello di Marino Moretti: «Piove. È mercoledì. Sono a Cesena, / ospite della mia sorella sposa (...). // Batte la pioggia il grigio borgo, lava / la faccia della casa senza posa». È una pioggia cittadina che promette solo tristezze. Come quelle che prova Luciano Erba in attesa del temporale: «Prima che piova / ripassano le rondini sulla strada. / Passa / un uccello che non conosco / con ala lenta / e volo parallelo alla terra. / La noia / di questo mattino / ritorna al suo cielo di pioggia». Presentimento e noia.
Fenoglio, Pioggia e la sposa
Ma lo scrittore più piovoso d’Italia è Beppe Fenoglio. Piove sulla dura magrezza di Milton, in Una questione privata, dove il protagonista cammina di continuo tra acqua, nebbia e fango vivo. Uno degli incipit più emozionanti della letteratura italiana è quello della Malora. Un incipit bagnato in cui la cesura ritmica provocata dalla rinuncia a una congiunzione tra la prima e la seconda frase genera un breve vuoto del respiro che accentua la sorpresa funebre finale: «Pioveva su tutte le langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra».
C’è però un racconto, Pioggia e la sposa, in cui l’acqua trionfa onnipresente, sulla testa, nelle scarpe, sul torace, filtra attraverso i vestiti, irrora le facce, si confonde con la voglia di piangere, diventando correlativo oggettivo dell’ansia del giovane protagonista. È la lunga camminata, per sentieri, boschi, colline «cattive», di un bambino di sette anni con la zia e il cugino prete verso un pranzo di nozze a Cadilù. La pioggia si sente e si vede ovunque: «La zia mi prese per un polso e mi calò giù per i gradini fino a che mi trovai nell’acqua fangosa alta alle caviglie, e lì mi lasciò per risalire a chiuder bene. La pioggia battente mi costringeva a testa in giù e mi prese una vertigine per tutta quell’acqua che mi passava grassa e pur rapida tra le gambe». Il bambino viene trascinato per le braccia, sollevato qua e là «con uno sforzo concorde». Cadono i fulmini, tutto sembra straripare: «l’acqua scavalcava la proda come serpenti l’orlo del loro cesto». Il ragazzino impaurito piange in silenzio un pianto adulto, la zia teme che la pioggia «arrivi a toccargli il cervello». La tonaca del cugino si trascina fradicia fino alla meta mentre i tuoni seguono i lampi come borborigmi del cielo. Finalmente, ecco la casa della sposa. Una bambina, all’asciutto dietro la finestra, vede arrivare il suo coetaneo sconosciuto inzuppato e con un cappello da prete in testa. Ride. «Fu la prima e la più cocente vergogna della mia vita».
Paolo Di Stefano