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 2011  novembre 13 Domenica calendario

IL MIO VOTO DEVE CONTARE PIU’ DEL TUO

Fate figli, conterete di più! O lasciate almeno che i figli e i nipoti degli altri contino di più essi stessi. Demografia e democrazia — entrambe con parecchi problemi — congiurano perché questo diventi lo slogan dei prossimi anni. In Europa e ancora di più in Italia, la popolazione invecchia e spinge sotto al tappeto i diritti delle generazioni future; e la politica non sa più rispondere all’indignazione dei giovani. Dunque, magari con diritti rafforzati rispetto agli adulti, facciamo votare i ragazzi. E perché no anche i bambini. Il mondo in crisi, sfidato dai rivolgimenti della globalizzazione dei Paesi giovani ha bisogno di idee nuove. Eccone una: che i genitori abbiano un voto — o qualche decimale di voto — per ciascuno dei loro figli, da aggiungere al proprio. Fino a quando i ragazzi non raggiungono l’età per mettere essi stessi la scheda nell’urna, magari abbassata rispetto ai 18 anni prevalenti nelle democrazie oggi. Un voto per procura.
Ed eccone un’altra, impensabile solo una generazione fa ma non così illogica oggi: dare ai giovani, magari under 30, un voto rafforzato. La scheda nell’urna di un sessantenne conta uno? Allora permettiamo che quella di un ventenne conti magari 1,2, e di un trentenne almeno 1,1. La composizione demografica del Paese dice in realtà che si tratterebbe solo di un riequilibrio. Quello italiano è ormai uno dei popoli più anziani del pianeta, con un’età mediana di 43,5 anni e un tasso di fertilità al 201esimo posto su 222. Già oggi i votanti sopra l’età media della pensione di anzianità (over 58) potrebbero dar vita al partito di maggioranza relativa, un «elefante bianco» peraltro destinato a rafforzarsi: tra quattro decenni gli ultrasessantenni in Italia saranno 9,5 milioni in più, e gli «under 60» sei milioni in meno. È una platea di elettori che spinge partiti e sindacati a fare «politiche per vecchi» pur di rastrellare consensi, sacrificando (ancora di più) i giovani e scaricando su di loro i costi delle scelte a favore degli anziani. Ma la demografia non è facile da correggere. Allora, correggiamo il sistema di voto: più peso a chi sopporterà più a lungo nella vita le conseguenze di qualunque decisione sul debito, sulle pensioni, le tasse e i sistemi di welfare.
Nel campo delle teorie, queste idee non sono nuovissime. Quella del voto premiale ai genitori va sotto il nome di Demeny voting, dal demografo Paul Demeny che la avanzò nel 1986. Ma ora sta diventando di attualità politica. Nell’aprile 2004, la Germania ne ha discusso in Parlamento e il Kinderwahlrecht è stato sostenuto da numerosi costituzionalisti e politici, per esempio dall’ex presidente federale Roman Herzog. È stato respinto ma dal 2008 è tornato nel dibattito. Il Paese più «vecchio» del mondo, il Giappone, ne discute seriamente da tempo. E il governo di destra ungherese ha messo il sistema Demeny all’ordine del giorno la scorsa primavera: ha rinviato la decisione — darebbe troppo potere alle comunità Rom che hanno molti figli — ma promette di riconsiderarlo. Uno dei maggiori economisti olandesi, Arji Lans Bovenberg dell’università di Tilburg, sostiene che dare una voce agli 0-18 sarebbe un buon modo per limitare gli effetti della gerontocrazia in Europa.
La lezione di Atene
Democrazia e demografia sono in effetti difficili da tenere separate. Non lontano dal luogo in cui di recente il governo greco ha falsificato i suoi bilanci, né da quello in cui i dimostranti hanno dato fuoco a una banca, venticinque secoli fa Pericle figlio di Santippo salì su un palco. Il suo compito era rivolgersi alla folla inferocita dai primi effetti distruttivi della guerra contro Sparta, liberamente decisa dall’assemblea degli ateniesi non molto tempo prima. Nel 431 avanti Cristo Pericle era ciò che nel 2011 è stato George Papandreou: lo «stratego», il leader democraticamente eletto della polis.
Quel giorno i primi ateniesi uccisi in battaglia giacevano sotto una tenda accanto a lui, davanti alla cittadinanza assembrata, come oggi gli indignati di piazza Syntagma. Pericle scelse di parlare della superiorità del modello ateniese, la democrazia, il solo sistema che porta gli uomini a dare il meglio di sé perché li lascia agire per libera scelta.
Dagli aristocratici, le élite colte della città, Pericle era ritenuto un populista: ripeteva sempre ciò che gli elettori volevano sentirsi dire, a costo di portarli alla catastrofe. Ma quel giorno il leader, nel consolare i genitori dei morti in guerra, ebbe un soprassalto. Li incoraggiò a fare nuovi figli, perché essi li avrebbero resi cittadini più responsabili nell’esercitare il diritto di voto. «Non è possibile che prendano provvedimenti imparziali e giusti coloro che non corrono allo stesso modo degli altri il pericolo di sacrificare i propri figli», disse. Una democrazia fondata solo sul «sé», sui propri diritti individuali qui e ora, priva di una proiezione nel tempo e di un equilibrio fra generazioni, anche per Pericle era un sistema destinato a fallire.
Oggi che l’Italia rischia di sacrificare i propri figli, lasciando loro debiti e un Paese che si sbriciola, è arrivato il momento di dare voce alle generazioni che nella Penisola vivranno in futuro. Si può abbassare l’età del diritto di voto a 16 anni, come già succede in Austria, Brasile, Ecuador e dare diritti rafforzati agli under 30. E meglio sarebbe introdurre anche il voto di Demeny: si tratta di rompere un tabù, di superare idee che si danno per scontate. Visti dalla parte della demografia, i vantaggi sono evidenti. Se per esempio si restituisce peso alla parte di popolazione giovane sinora esclusa dal voto, si rafforza nelle urne il gruppo elettorale che ha sempre dovuto subire le scelte di chi è anziano, di chi ha più interessi immediati che interessi futuri. In Giappone si è calcolato che, in questo modo, il blocco genitori-figli salirebbe al 37 per cento mentre il peso di chi ha superato i 55 anni scenderebbe al 35: un chiaro riequilibrio.
Ne sarebbe ridotta la spinta a permettere che i governi spendano adesso e lascino debiti per il futuro. Questioni come l’educazione, gli asili e le politiche per la famiglia ne beneficerebbero. L’ecologia e la cura del territorio troverebbero più spazio nelle agende dei governi. I critici dicono che un genitore — o meglio i genitori, dal momento che il voto del figlio andrebbe diviso tra madre e padre — probabilmente non voterebbe tenendo in conto gli interessi futuri della prole ma seguendo le sue convinzioni politiche: argomentazione debole, se si tiene conto che il voto ideologico è in declino a favore di quello sulle issues e soprattutto che, messa di fronte a dover votare a nome di un figlio, la gran parte di madri e padri farebbe qualche riflessione seria.

Guardare il voto per procura con gli occhi della democrazia è più complicato. Tom Ginsburg, professore dell’università di Chicago ed esperto di costituzioni comparate, lo ha criticato sostenendo che sarebbe un passo indietro, come quando alcuni gruppi sociali — i maschi, i proprietari terrieri, i frequentatori della Chiesa — avevano privilegi elettorali in quanto possessori di un maggiore interesse nella gestione della cosa pubblica.
Il caso, però, è diverso: qui si tratta di immettere nel circuito democratico individui che finora ne sono stati esclusi. Soprattutto, oggi dobbiamo confessare che la democrazia così come la conosciamo è in crisi. Sfidata dagli indignati di tutto il mondo; dal referendum greco sul ricevere aiuti europei che avrebbe contrastato con un non-referendum nei Paesi chiamati a pagare per questi aiuti; dalla primavera araba che domanda rappresentanze non tradizionali; dal modello di capitalismo cinese antidemocratico, ma capace di attrarre per la sua efficienza apparente. E da nuove tecnologie e social network che rendono istantaneo il voto reale, con la prospettiva di togliere forza a quello delle urne.
Proprio il conflitto nelle democrazie fra l’ottica di lungo periodo e la «veduta breve» ha catturato Tommaso Padoa Schioppa negli ultimi anni della sua vita. L’economista parlava dell’«accorciamento della scala temporale» come di una «mutazione antropologica» della nostra epoca. «Non abbiamo ancora imparato a padroneggiare il cambiamento rivoluzionario che la tecnologia moderna ha introdotto nella scala del tempo». Esso ha evidenti manifestazioni nel mondo della finanza. I principi contabili del mark-to-market (valutare sempre tutto al prezzo di mercato del momento, come se il valore di un’impresa fosse solo il prezzo al quale può essere venduta oggi) hanno un riflesso politico. Anche i nostri governanti, diceva Padoa Schioppa, ormai vivono nella dimensione del mark-to-market. Anziché il loro valore a scadenza, cioè alle prossime elezioni, conta solo quello al quale essi possono andare «in vendita» al pubblico oggi. Il risultato è che prendere una decisione competente in un’ottica intertemporale («meglio una gallina domani») per loro diventa quasi impossibile.
La crisi finanziaria ha gettato una luce cruda su queste contraddizioni. Kishore Mahbubani di Singapore, decano degli intellettuali che difendono una sorta di autoritarismo soft, pensa che con questa crisi la democrazia occidentale abbia toccato i suoi limiti. Ritiene che essa non sia più sostenibile, con i suoi tempi lenti di reazione, quando la distribuzione di costi e benefici fra i cittadini è così squilibrata.
Un ponte tra le generazioni
Possono le democrazie rispondere agli argomenti di Mahbubani senza tradire se stesse? È possibile rinnovarsi, coltivare idee radicali, imparare a essere veloci e allo stesso tempo pensare con orizzonti ampi? Il voto rafforzato ai giovani o quello ai minorenni e quello delegato ai genitori, sarebbero un ponte tra le istanze immediate che le ultime generazioni esprimono sui social network e una visione lunga.
Sembra teoria, ma è già realtà. Lo scorso giugno a Catanzaro, una delle città a più rapido invecchiamento d’Italia, Salvatore Scalzo — allora 27 anni — non vinse. Anche perché al voto Catanzaro si divise in due: giovani da una parte, anziani dall’altra. Prevalse la maggioranza anziana, ma la mobilitazione per Scalzo tra le ragazze e i ragazzi fu entusiasta. Un piccolo segno che anche nel cuore più vecchio del terzo Paese più vecchio del mondo (dopo Giappone e Germania) la questione generazionale è forte e preme. Non teniamola sotto al tappeto. Se le diamo una voce, l’Italia sarà un po’ più democratica.
Federico Fubini
Danilo Taino