ETTORE LIVINI, la Repubblica Affari e finanza 16/11/2011, 16 novembre 2011
DAL GOLFO PERSICO AL NORDAFRICA LA PRIMAVERA DELLA FINANZA ISLAMICA
La convalescenza è durata poco. Dribblato il (quasi) default di Dubai World e uscita indenne dalla primavera araba, la finanza islamica ha ripreso a crescere a ritmi da capogiro. Le emissioni di Sukuk – i bond certificati dai precetti della Shari’ha, la legge sacra – sono cresciute nei primi sei mesi del 2011 del 68%. I fondi sovrani del Golfo, dopo aver concentrato per un annetto le loro risorse sul fronte domestico per placare con una pioggia di petrodollari i focolai di scontento popolare, hanno ripreso a fare shopping all’estero, accendendo un faro sull’Europa in crisi. Le rivolte del Nord Africa – chiuse spesso con l’ascesa al potere di partiti musulmani – hanno spalancato un mercato vergine tutto da conquistare. Risultato: gli attivi in portafoglio alle banche e alle istituzioni islamiche sono cresciuti dal 2006 ad oggi a un tasso annuo medio del 44%, surclassando le performance dei loro rivali di rigida osservanza capitalisticaanglosassone.
Il tesoro chiuso nei loro forzieri è arrivato ormai a quota mille miliardi di dollari, cui vanno aggiunti altri 1.500 miliardi custoditi dalle casseforti dei grandi fondi sovrani. Una montagna d’oro destinata ancora a crescere molto: la Deloitte stima un mercato potenziale per gli strumenti finanziari a misura di Corano pari a circa 5mila miliardi, la cui forza d’urto, almeno per ora, è stata ampiamente sottostimata dal mondo occidentale.
L’Islam emergente. Dici finanza islamica e pensi ai paesi del Golfo. La verità è che non è più così. I musulmani nel mondo sono ormai 1,57 miliardi, il 23% della popolazione globale. Ben 17 milioni, per dare un’idea, hanno la residenza in Europa. E i mercati più promettenti e a maggior tasso di crescita per i prodotti timbrati dalla Shari’ha (quelli che non pagano interessi, non prevedono contratti ambigui, evitano la speculazione e non trattano in settori impuri come la pornografia, l’alcol, il tabacco, le armi, il gioco d’azzardo e la carne suina) sono sempre più lontani da La Mecca.
A fare la parte del leone nei Sukuk emessi da fine anno è l’astro emergente del mercato, la Malesia. Dove a fianco di un sistema bancario con il classico Dna occidentale si è sviluppato un clone "musulmano" arrivato a coprire il 30% del mercato. «E a offrire in qualche caso strumenti competitivi non solo dal punto di vista etico ma anche da quello del costo», racconta Alberto Liotta, partner di Deloitte, una delle società di consulenza più attente al fenomeno. Non solo: l’Indonesia sta decollando. E un miniboom è iniziato anche in Africa: la Nigeria ha annunciato il lancio di un BoT compatibile con gli insegnamenti di Allah, il Senegal sta per mettere sul mercato un Sukuk sovrano da 200 milioni di dollari. Un pensierino a emissioni di questo genere sta facendo la Russia (dove vivono 20 milioni di fedeli del Profeta) dove il Comune di Mosca, nell’ambito della diversificazione del suo funding, ha studiato l’emissione di un suo Sukuk.
L’orizzonte della finanza islamica, insomma, sta allargando i suoi confini sulla mappa del mondo. E nel mirino, dopo la primavera araba, ha messo tutto il Nord Africa. L’avvento al potere su tutta la costa sud del Mediterraneo di governi più filo islamici ha aperto una straordinaria finestra di opportunità, visto che la penetrazione dei mutui, dei conti correnti e dei prestiti della Shari’ha nell’area – come evidenzia uno studio di Alessandro Santoni per Mps – è ferma al 4,9% in Egitto, al 2,2% per la Tunisia, all’1,1% in Algeria mentre in Libia e in Marocco il mercato è ancora tutto da inventare.
Il rilancio del Golfo. Il futuro del business di Sukuk & C. è in giro per il mondo. Il presente però ha radici ancora solidamente affondate nel Golfo Persico. L’elettroshock dei guai finanziari del Dubai, salvato in sostanza dai vicini di Abu Dhabi, è già ormai materia per i libri di storia. A tappare il buco aperto dall’emirato sono stati gli straordinari incassi garantiti dal greggio negli ultimi dodici mesi.
Nel 2011, stima il dipartimento dell’energia statunitense, i 12 paesi del cartello dell’Opec incasseranno almeno mille miliardi grazie all’export del greggio. Una montagna d’oro che è stata utilizzata su due fronti: il consolidamento del consenso sociale sul fronte interno e, in seconda battuta, il potenziamento della forza di fuoco dei grandi fondi sovrani, il cavallo di Troia per sfondare in un’Europa finita, causa crisi dei debiti sovrani, sull’orlo di una crisi di nervi.
Il fiume di liquidità garantito dai rubinetti del greggio ha consentito di non lesinare le spese su entrambi i fronti: Riad ha speso 43 miliardi per il welfare delle fasce più povere del Paese stanziando centinaia di milioni pure per organizzazioni religiose non proprio vicine alla dinastia regnante. Il Kuwait ha prima promesso un assegno unatantum di 3.700 dollari ai suoi cittadini e poi ha garantito loro 13 mesi di cibo gratuito. In Algeria sono stati alzati del 43% dalla sera alla mattina i salari dei dipendenti pubblici mentre in Qatar è stata gonfiata la struttura impiegatizia del paese.
Comprato a suon di petrodollari il consenso interno, sceicchi ed emiri sono tornati ad occuparsi di politica estera. Muovendo i loro carri armati nel settore, i fondi sovrani, debitamente puntellati con le entrate monstre del 2011. Europa e Stati Uniti, dopo essersi scottati le dita con i capitali di Gheddafi, sono stati all’inizio un po’ sulle loro. Ma in un momento di difficoltà come questo, pecunia non olet. E malgrado la diffidenza iniziale, i paesi del Golfo hanno ripreso a far affari in tutto l’occidente. Atene sta provando a salvare il bilancio greco cedendo al Qatar per 5 miliardi, in vista di un adeguato sviluppo immobiliare, l’ex aeroporto di Atene, situato in posizione strategica in riva all’Egeo a sud della capitale. Qualche abboccamento ci sarebbe stato pure con capitali arabi per sistemare in modo definitivo la quota di Tripoli nel capitale di Unicredit.
Nessuno si formalizza più di tanto. Dubai e Qatar controllano già rispettivamente il 21% e il 15% di uno dei sancta sanctorum della finanza mondiale come la Borsa di Londra. E i soldi del Golfo hanno puntellato in tempi non sospetti il controllo di Citigroup, Barclays, Porsche e Volkswagen. Senza che nessuno ne facesse una questione di carta d’identità.
Il ritardo dell’Italia. Lo sbarco in Europa dei prodotti della Shari’ha, invece, è stato più lento. Il problema? «È stato necessario adeguare gli strumenti normativi del Vecchio continente alle esigenze di strumenti complessi come i Murabaha, i mutui, la Jara (i leasing) e gli altri veicoli finanziari compatibili con i precetti del Corano», spiega Liotta. I paesi più dinamici però si sono mossi da tempo. In Gran Bretagna, la Mecca europea della finanza islamica dove vivono 2,9 milioni di musulmani, ha garantito già la licenza a cinque banche ad hoc, dotate oltre che del cda di uno Shari’ha supervisory board che certifica la liceità dei servizi offerti e degli investimenti. Alla City sono già quotati 38 Sukuk. Altri bond a prova di precetto sono trattati in Lussemburgo e in Irlanda. La Germania (dove i musulmani sono 4,1 milioni) ha lanciato il suo primo Sukuk teutonico nel 2004. «La Francia sta organizzandosi per diventare il polo di riferimento per questo mercato nei paesi del Nord Africa cui è legata dal suo passato coloniale – spiega Liotta – mentre Malta punta a essere l’hub per i private equity in arrivo dal Golfo».
E l’Italia? Come al solito siamo il fanalino di coda. L’Abi ha provato in passato a studiare un vademecum di interventi normativi necessari per sbloccare l’utilizzo di strumenti finanziari islamici nel nostro paese. Ma non se ne è fatto niente. Un peccato perché nella penisola vivono 1,5 milioni di fedeli del Profeta con un mercato potenziale, stima Deloitte, di 4,5 miliardi di raccolta e 170 milioni di utile. L’unico prodotto di cui si serbi ricordo è un conto corrente su misura per gli immigrati di fede islamica della Banca di Fabriano e di Cupramontana. Tutto lì.
«Si perde una doppia occasione – dice Liotta –. Non si dà un servizio per cui ci sarebbe richiesta e si alza una barriera d’ingresso a potenziali investitori mediorientali». Capitali di cui le aziende tricolori avrebbero bisogno come il pane in questo momento, ma che a volta si fermano al confine per la carenza di strumenti operativi. Il mercato dell’Halal, il cibo sacro, vale da solo nel nostro paese 5 miliardi.
«La comunità ha imparato a fare da sola – conclude il partner Deloitte –. Il 50% dei musulmani d’Italia non è praticante. L’altra metà, il Corano lo consente in mancanza di Sukuk & C., si consola accedendo al mercato del credito tradizionale». E qualcuno si arrangia con banche fai</->da</->te di un sommerso creditizio che sfugge a qualsiasi regola. Se non, ed è quello che conta, a quelle del Corano.