GIUSEPPE VIDETTI la Repubblica 16/11/2011, 16 novembre 2011
RAVA: "VA BENE IL JAZZ, MA IO VADO MATTO PER LADY GAGA"
Il bar del lungomare, in un raro momento in cui il sole spunta dalle nuvole, è quasi deserto. Se avesse la tromba in mano, Enrico Rava suonerebbe in sordina per la sua Liguria ferita. «Quando tornai in Italia, nel 1978, venni ad abitare alle Cinque Terre, a Corniglia», mormora. «Mi fa piangere pensare a quel che è successo a Vernazza e Monterosso. Io non ho la tv, ho appreso tutto dall´autoradio, mentre guidavo verso Venezia. Orrore. Fango ovunque. Borghetto, distrutta. E adesso Genova, e il Piemonte... io sono nato a Trieste, cresciuto a Torino. Ricordo quando andavo a vedere Quincy Jones al Carignano e il numero degli spettatori era inferiore a quello dei musicisti. E poi Miles, Armstrong, Ellington, loro sì riempivano, ma spesso più per curiosità, perché erano musicisti neri e all´epoca gli afroamericani erano rari...esotici. Per noi appassionati invece erano semidei».
Attualmente Rava vive con Lidia, la giovane moglie, a Chiavari, «ma abbiamo vagato in tutta la zona, siamo dei professionisti del trasloco». I suoi cinquant´anni di musica vissuti tra Italia, Argentina, Stati Uniti e Francia li racconta nel libro "Incontri con musicisti straordinari - La storia del mio jazz" (Feltrinelli - 258 pagg, 16 euro) mentre la prestigiosa etichetta Ecm ha appena pubblicato Tribe, un album realizzato con il suo quintetto. Il Rava narratore non è meno abile del trombettista («Sto già pensando a un altro libro», confessa), ma anche il racconto degli esordi fatto a voce un sabato pomeriggio nel suo caffè preferito dà sollievo allo spirito. «La mamma pensava che avrei dovuto continuare gli studi e fare l´avvocato fiscalista nello studio di papà», dice ripescando immagini dell´adolescenza torinese. «Io invece mollai gli studi a quindici anni. Avevo in testa solo Bix Beiderbecke, lo conoscevo a memoria, lo ascoltavo cento, mille volte. Mio padre non la prese bene. Si rassegnò solo verso la fine, quando venne a trovarmi a New York e si rese conto che ero un artista in carriera, avevo un conto in banca e un appartamento».
Rava è il fiore all´occhiello del nostro jazz, non solo per le sue collaborazioni con Steve Lacy, Michel Petrucciani e Paul Motian, ma soprattutto per la sua integrità, la vitalità artistica, la curiosità che lo ha guidato all´alba di ogni decennio verso nuove e stimolanti esperienze. Adesso il trombettista che strappò Stefano Bollani al pop («Stava per partire in tour con Jovanotti, gli dissi: vieni con me a Parigi, non sei tagliato per fare il pianista dei cantanti») sta mettendo a punto un progetto che col pop è strettamente imparentato. «Pensavo che Lady GaGa fosse un´idiota», interrompe, «poi l´ho sentita duettare con Tony Bennett e ho cambiato idea. Detto questo, io sono un fan di Michael Jackson. Ho tutti i suoi cd. Il 30 novembre riproporremo all´Auditorium di Roma (Rava è il direttore artistico del Parco della Musica Jazz Lab, ndr.) una serata interamente dedicato a lui, "We Want Michael". Lo abbiamo già fatto l´anno scorso, un tal successo che questa volta la Ecm ha deciso di registrare la serata e farne un disco». Lo dice con l´entusiasmo di un ragazzino, neanche i concerti che terrà al Birdland di New York a febbraio lo eccitano tanto. «A Manhattan torno sempre volentieri. Ci ho vissuto, fui introdotto nella comunità dei jazzisti da Steve Lacy», ricorda. «Suonare con lui mi spalancò tutte le porte». Ma confessa che la città che più l´ha ispirato è stata Buenos Aires, all´epoca in cui ci viveva con la sua prima moglie e assisteva in prima fila alla rivoluzione del nuevo tango di Astor Piazzolla. «Era il 1966, un´esperienza straordinaria. Ero lì durante il golpe militare, ero lì durante la dittatura. Anche quando mi trasferii a New York continuavo a soggiornarci almeno tre mesi all´anno. Fino al colpo di stato di Videla e la cosiddetta Guerra Sporca (1976-1983), quando fummo costretti alla fuga. Avevamo capito che nessun artista era più al sicuro. Ero in città - la moglie lavorava nel gruppo di cinema di Fernando Solanas - quando un nostro amicò fu trovato in un fiume crivellato dai proiettili. Lasciammo il paese. Una settimana dopo mio suocero ci informò che la parapolizia aveva buttato giù la porta del nostro appartamento. Se fossi rimasto non sarei qui a raccontarla».
Gli aneddoti che hanno condito i suoi incontri sono tutti nel libro (anche quello del povero Gato Barbieri minacciato con una pistola alla tempia dal proprietario dell´appartamento nel Greenwich Village che non voleva lasciare), a voce Rava li snocciola come grani di un rosario. «Gato è stato il primo che ha avuto fiducia in me. Poi Roswell Rudd, dal quale ho imparato che non c´è avanguardia senza tradizione, e Joe Henderson, ogni suo assolo era una lectio magistralis». È in forma, ma gli anni che passano sono l´incubo del trombettista che ha bisogno di polmoni d´acciaio. «Mi rendo conto che ho 72 anni e che magari fra qualche anno non avrò più l´energia necessaria. Mi chiedo, con un po´ di sgomento, quanto tempo mi sia ancora concesso. A volte, quando torno a Torino, vengono a salutarmi degli anziani signori con pancia e bastone: "Ti ricordi di me? Eravamo insieme al D´Azeglio". Allora mi rendo conto di quanta fortuna ho avuto ad avere un´illuminazione, questa passione travolgente per il jazz. E mi consolo. Ho suonato con Gil Evans, ero suo amico, ho suonato con Cecil Taylor e Archie Shepp e Jack DeJohnette. Che posso volere di più dalla vita?».