Stefano Feltri, il Fatto Quotidiano 14/11/2011, 14 novembre 2011
COSA CAMBIA CON LA BOCCONI AL GOVERNO
Ora che la Bocconi sta andando al governo, con Mario Monti ma forse anche con Guido Tabellini e tanti altri, c’è un equivoco da sciogliere: la Bocconi non è quel tempio di algidi economisti, persi nei numeri e nell’econometria, che si immagina guardando Monti, il suo trolley e il loden verde. Non è neppure quella succursale di Goldman Sachs che si immaginano i siti come Indymedia (“Mario Monti: uno dei principali responsabili della crisi”). È semplicemente una stanza di compensazione del capitalismo italiano. “La Bocconi non nasce come università, ma come coagulo di interessi, dove si raccoglieva ieri l’alta borghesia, ora la media”, dice Giulio Sapelli, storico dell’Economia alla Statale di Milano. Chi conosce la Bocconi e non soltanto i suoi editorialisti, sa bene che in via Sarfatti (l’indirizzo storico) e in via Roetgen (quello del nuovo palazzo) convivono due anime, ed entrambe sembrano destinate ad andare al governo con Monti: c’è l’anima da business school e quella da centro di ricerca, gli affari e la speculazione intellettuale, i modelli teorici e i concreti bilanci. L’immagine pubblica dell’ateneo è fatta dai professori ed ex alunni celebri, da Francesco Giavazzi e Tito Boeri a Nouriel Rubini al rettore Guido Tabellini, papabile oggi per il ministero dell’Economia come ieri per il Nobel. Ma la struttura portante della Bocconi resta quella business. Basta guardare il consiglio di amministrazione in cui l’unico economista puro è appunto Tabellini. Gli altri sono personaggi come Corrado Passera, il capo di Intesa San-paolo, Alessandro Profumo (ex di Unicredit), il berlusconiano Bruno Ermolli, i vertici della Confindustria lombarda Diana Bracco e Alberto Meomartini. Il resto del potere italiano, causa numero limitato di poltrone, non trova posto nel cda, ma partecipa alla vita bocconiana con l’International advisory council che raccoglie i consiglieri, italiani e non, che hanno “il compito di assistere il Consiglio di Amministrazione nella definizione della strategia di internazionalizzazione dell’Ateneo”. Il presidente di questo organo è Antonio Borges, il capo del Fondo monetario internazionale in Europa, nella lista ci sono John Elkann (Fiat), il banchiere d’affari Claudio Costamagna e il numero uno dell’Eni Paolo Scaroni, altro allievo illustre.
Monti, da presidente della Bocconi, è stato quindi l’incrocio tra la cultura intellettuale economica – ortodossa, neoclassica, liberista ma non ideologica – e quella di business che, nel bene e nel male, è la stessa del capitalismo italiano. Fabrizio Saccomanni, bocconiano, direttore generale della Banca d’Italia è stato proclamato ex alunno dell’anno il 7 ottobre. Per un pasticcio di date la celebrazione è arrivata nel pieno dello scontro politico sulla successione a Mario Draghi in Bankitalia. Saccomanni, all’epoca candidato governatore e ora potenziale ministro pure lui, ha studiato in Bocconi negli stessi anni di Monti e ricorda: “L’impostazione culturale della laurea in Economia e commercio era chiaramente liberista e a favore di un governo dell’economia basato sugli strumenti della politica economica e della regolamentazione, ma senza ricorrere a interventi diretti come la nazionalizzazione e la pianificazione, due linee di pensiero di moda in Italia in quegli anni”. In seguito, ricorda sempre Saccomanni, “la generazione di giovani docenti del vintage di Mario Monti, Franco Bruni e di Fabrizio Onida” integrerà quella base culturale con studi di politica monetaria ed economia internazionale in un progressivo distaccarsi della scienza economica dalla storia e dalla filosofia per approdare ai confini della matematica e dell’ingegneria. Ed è un segno dei tempi che uno dei bocconiani più intellettualmente illustri, Francesco Giavazzi, sia di formazione ingegnere poi applicato all’economia politica.
Con Monti questa complessa cultura universitaria approda al governo, dopo anni in cui nei corridoi di via Sarfatti docenti politicamente sensibili elaboravano idee e spunti di politica economica di solito ignorati da studenti più interessati a “fare curriculum” e a preparare lucrose carriere soprattutto all’estero. Alla Bocconi si è consumato un paradosso nell’epoca del berlusconismo: la punta intellettuale dell’Ateneo, molto visibile sui giornali, dava gli strumenti teorici e i dati per smontare le fandonie della “rivoluzione liberale” (decisivo il lavoro de lavoce.info del bocconiano Tito Boeri), mentre la schiera di professori-manager-avvocati ai vertici dell’economia e della finanza doveva necessariamente trovare un modus vivendi per dialogare con il potere berlusconiano. Sarà interessante capire, ora che la Bocconi va al governo, quale dei due approcci prevarrà.