Fabio Pavesi, Il Sole 24 Ore 14/11/2011, 14 novembre 2011
ALLE BANCHE CHIESTI 14,7 MILIARDI
Per le banche italiane il momento è davvero delicato. Pesano le ricapitalizzazioni, per la bellezza di 14,7 miliardi di euro, imposte di fatto dalle autorità politiche europee, che rischiano di indebolire ulteriormente sia la profittabilità che la tenuta dei corsi borsistici. Corsi borsistici che mai come in questo momento sono compressi all’inverosimile.
I primi 5 big quotati (UniCredit; Intesa Sanpaolo, Mps; Ubi e Banco Popolare) capitalizzano tutti insieme meno di 45 miliardi di euro. Una sciocchezza, visto che i soli patrimoni netti di UniCredit e Intesa valgono oltre 110 miliardi. Cosa vuol dire? Che il mercato sottostima a tal punto il valore degli istituti da considerarlo solo al 30-40% dell’intero capitale proprio. Del resto tutte le banche (non solo le italiane) vengono da un periodo terribile di borsa, al punto da aver lasciato sul campo da inizio anno tra il 40 e il 50% del valore. UniCredit capitalizzava 30 miliardi a fine 2010, oggi ne vale poco più di 15. Monte dei Paschi è passata da 4,7 miliardi a 3,15 miliardi di questi giorni. Ubi banca valeva 4,2 miliardi, oggi è a quota 2,46 miliardi. Solo Intesa ha in parte limitato i danni passando da 25,8 miliardi di capitalizzazione di mercato a fine 2010 ai 20,2 di questi giorni. Limitato sì, ma la discesa dei corsi è stata tale da annullare l’effetto dell’aumento di capitale da 5 miliardi effettuato quest’estate.
Troppa carta sul mercato
Ed è proprio questo il punto. Più azioni arrivano sul mercato, più il valore tende ad abbassarsi. È l’effetto quantità che pesa. Più carta azionaria il mercato deve digerire, più il valore dei titoli tende a flettere. E soprattutto le banche sono obbligate ad andare a forte sconto sui prezzi per far comprare le nuove azioni. Un effetto perverso che certo non aiuta il settore a recuperare le quotazioni. Inoltre c’è un altro effetto che l’eccesso di capitale produce inevitabilmente. Più aumenta il patrimonio, più diminuisce la redditività del capitale a parità di profitti prodotti. È il Roe (return on equity), uno dei parametri che il mercato usa per valutare l’appetibilità di un’azione bancaria. Un alto Roe vuol dire alta profittabilità e il mercato tende a comprare titoli che abbiano una redditività superiore ai titoli di Stato. Il problema per il settore in Italia è che mediamente il Roe è sceso, dalla crisi del 2008, a valori intorno al 4-5%. Poco, troppo poco per rendere attrattivo l’investimento azionario. E l’altro problema è che gli analisti non si aspettano grandi sorprese positive sul fronte dei profitti. Le stime da inizio anno sono state abbassate via via, fino a venire tagliate di un 30% sul 2011 e di un 20% sul 2012. Preoccupa la tenuta non tanto dei margini, ma il peso delle svalutazioni e rettifiche sulle sofferenze che sono raddoppiate negli ultimi due anni, passando (quelle lorde) da 52 miliardi dell’estate 2009 ai 100 miliardi dell’agosto scorso.
Spread giù, banche su
Fin qui il quadro che non appare certamente roseo. Ma molto dipenderà nei prossimi giorni da quanto il neo-governo Monti saprà far recuperare velocemente credibilità e fiducia sull’Italia. Se lo spread sul Bund scenderà come molti pensano vicino a quota 300, allora si allontanerà o quanto meno si stempererà lo spauracchio su quei 200 miliardi di BTp in pancia alle banche italiane. Proprio l’incubo che ha indotto l’Europa a chiedere alle banche italiane di ricapitalizzare ulteriormente. Se così sarà allora più di uno spiraglio per un recupero anche importante dei valori di Borsa potrebbe essere vicino.