Dino Pesole, Il Sole 24 Ore 14/11/2011, 14 novembre 2011
IL PRESIDENTE «RISOLUTORE» DI UNA REPUBBLICA PARLAMENTARE
Garante delle istituzioni, lo definisce «Le Monde». «El Pais» parla di Giorgio Napolitano come del punto di riferimento per l’intera comunità internazionale: «Ha saputo aspettare fino all’orlo del precipizio, per poi giocare con maestria nel rigoroso rispetto delle leggi».
Se si analizza con lucidità la sequenza degli avvenimenti di queste giornate, non vi è dubbio che il ruolo del Quirinale è stato ed è decisivo. A lui si è rivolto Barack Obama per ottenere rassicurazioni, dopo la Caporetto dei titoli italiani di mercoledì scorso. E poi in rapida sequenza Nicolas Sarkozy, Angela Merkel, i vertici delle istituzioni europee. Regista unico della crisi, Napolitano ha rotto ogni indugio nel primo pomeriggio di mercoledì, quando lo spread tra BTp e Bund ha toccato i 575 punti base, con il rendimento del Btp decennale a quota 7,25%, oltre il limite che fa scattare il rischio di default. Da quel momento, il Quirinale si è trasformato in una sorta di «gabinetto di crisi». Nessun «potere eccezionale», però, che anticipi scenari da «Repubblica presidenziale».
Nel comunicato emesso nella serata di mercoledì, ha preso in mano la situazione per lanciare ai mercati e all’intera comunità internazionale due messaggi precisi: nessuna incertezza sulla «scelta del presidente del Consiglio» di rassegnare le dimissioni non appena approvata la legge di stabilità; massima rapidità nei passaggi successivi il cui sbocco dovrà essere la formazione di un nuovo governo oppure, in caso di fallimento, le elezioni anticipate.
Era il segnale che, nel vuoto politico determinato dalla crisi del governo Berlusconi, la regìa era passata nelle mani del garante della Costituzione. Segnale salutato dall’immediata discesa a 516 punti base dello spread Btp-Bund e rendimenti all’asta dei Bot al 6,087 per cento. A quel punto Napolitano ha pilotato tutte le mosse successive. La più clamorosa è stata la nomina a senatore a vita di Mario Monti. Era il segnale che il Capo dello Stato aveva rotto ogni indugio e puntato, senza subordinate, sull’ex commissario europeo per pilotare il paese fuori dall’emergenza. Decisione che rientra nelle prerogative del presidente della Repubblica, come prevede l’articolo 59 della Costituzione. Poi gli innumerevoli contatti diretti e indiretti di queste ore, la difficile partita finale che ha condotto (novità assoluta) all’approvazione della legge di stabilità in soli quattro giorni, fino alle dimissioni di Berlusconi, alle consultazioni lampo e all’incarico a Monti. Una corsa contro il tempo, per dare un segnale forte e inequivocabile, prima della riapertura dei mercati. Per quel che lo riguarda, avrebbe chiuso il tutto ieri sera. Ne ha posto le basi, ma appunto la nostra non è una repubblica presidenziale.