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 2011  novembre 13 Domenica calendario

Scienziati in guerra sull’elisir di lunga vita - Quando si parla di elisir di lun­ga vita tutti rizziamo le orecchie

Scienziati in guerra sull’elisir di lunga vita - Quando si parla di elisir di lun­ga vita tutti rizziamo le orecchie. Solo Ulisse aveva rifiutato l’eterni­tà accettando l’invecchiamento e la decadenza umana. Ma lui era Ulisse. Chi di noi non vorrebbe al­­lungarsi la vita di qualche annetto magari in perfetta forma e senza troppe rughe? Lo sanno bene gli scienziati e le aziende farmaceuti­ch­e di tutto il mondo che ormai de­dicano spazio e laboratori alla ri­cerca dell’elisir di lunga vita. Il bu­siness che ruota attorno all’argo­mento è inimmaginabile. Basti sa­pere che solo nel nostro paese le persone con più di 65 anni sono og­gi circa 12 milioni e rappresenta­no un quinto della popolazione. Per non parlare dei centenari «du­ri a morire». Nel mondo sono cir­ca 450 mila con un record negli Usa tra i 70 e gli 80 mila davanti al Giappone dove se ne contano 45 mila. In Francia sono 16 mila. Che, secondo una proiezione, di­venteranno 54 mila nel 2030 e 73 mila nel 2040. Quasi 200 mila nel 2060. Insomma, la Terra diventerà un luogo di longevi. E dunque sareb­be meglio che fossero tutti dei gio­vani­vecchi. Gli scienziati scom­mettono di sì. E fanno a gara per mettere in mostra le loro scoper­te: ogni mese vengono pubblicati quasi 1000 studi scientifici sulla biologia dell’invecchiamento o della longevità. Negli Usa osano di più. Una fondazione ha promes­so ben dieci milioni­di dollari al pri­mo laboratorio che riuscirà a deci­frare il Dna di 100 centenari. Ma nessuno ha ancora vinto il concor­so. Nel frattempo ognuno segue una strada diversa. E, udite udite, non sempre l’attività fisica e il buon cibo allunga la vita. In Israe­le hanno esaminato 477 ebrei di ol­tre 95 anni della stessa epoca ed è stato scoperto che quelli più lon­gevi bevevano più alcol della me­dia e facevano meno esercizio fisi­co dei loro colleghi. Il perché? I centenari sono dotati di un profilo genetico che li protegge da uno sti­le di vita poco sano. Ma bisogna pur arrivarci a cen­t’anni. Ed è l’obiettivo che si pon­gono molte multinazionali che hanno creato un Dipartimento per l’invecchiamento soprattutto negli ultimi cinque anni. Hugo Aguilaniu è uno specialista che di­rige una squadra del Cnrs alla Scuola normale superiore di Lio­ne e giura di essere vicino all’obiet­tivo. «Nel decennio una molecola che aumenterà il potenziale di vi­ta potrà essere messa sul mercato –annuncia –.Ma sarà commercia­lizzata contro le malattie legate al­l’invecchiamentoperchéleazien-denonsilancerannoinprovesul-lalongevitàcherichied studilun­ghi e costosi». Intanto i francesi si allenano sugli invertebrati. «Noi riusciamo a far vivere 300 giorni un verme che in media muore do­po 19 giorni. Se riuscissimo a ripro­durre nell’uomo il 5 per cento di quello che facciamo sul verme l’impatto sulla demografia sareb­be considerevole». Sempre i francesi sono riusciti a ringiovanire delle cellule di cente­nari riprogrammandole in vitro. Gli americani hanno invece ritar­dato nei topi i problemi legati al­l’età grazie a una manipolazione genetica che permette di elimina­re l­e cellule senescenti dell’organi­smo. Tutto va molto in fretta e se ne sono fatti di passi avanti dal lon­tano 1993 quando è stato scoper­to il primo gene che prolungava la vita di un animale. Sedici anni do­po è stata scoper­ta una prima mo­lecola contenuta in un anti­biotico che è stata utilizzata con successo per allungare la durata di vita di un mam­mifero. Molti studi ottengo­no risultati sulle cellule. Un americano aveva intuito nel ’65 che dopo circa 50 di­visioni ogni cellula cessa di moltiplicarsi. Questo arre­sto caratterizza l’invecchia­mento. E per giocarci la car­ta­dell’eterna giovinezza bi­sogna sperare di vivere be­ne ma da vecchi. Un ameri­cano, leader in fatto di ge­rontologia, sostiene che un quarto dei fattori determi­nanti di una grande longevi­tà siano ereditari. I rima­nenti tre quarti sono legati all’ambiente e allo stile di vi­ta. Una verità abbastanza la­palissiana. Più d’effetto la dichiarazione di Miroslav Radman, che sta metten­d­o a punto una pozione antinvec­chiamento che potrebbe farci vi­vere in buona salute fino a 150 an­ni. Come? Utilizzando un batterio immortale che sopravvive pure al­le radiazioni estreme. Lo scienzia­to sostiene di disporre di alcuni primi risultati positivi ma per il momento ne ha pubblicato solo una parte. Aspettiamo con ansia il seguito…